il venerdì, 27 gennaio 2017
La musica è finita
PALOMBARA SABINA (Roma). La villa dell’ex patron del Festival di Sanremo Adriano Aragozzini assomiglia alla sua autobiografia professionale che esce oggi, con strategico anticipo sulla kermesse più nostrana e infiorata che c’è. Titolo: Questa sera canto io. E qui si minaccia la delazione. Il sommario invece slitta sul feuilleton: Splendori, segreti, passioni e tradimenti in 50 anni di canzone italiana.
Sul pianoforte a coda che non ha mai usato cedendo lo sgabello ai grandi (da Modugno in giù, per intendersi) di cui è stato manager, amico, complice, poi, magari, un po’ meno amico, campeggiano i suoi momenti di gloria incorniciati in argento lustrato a dovere. Per dire: Patty Pravo gli ha fatto da testimone alle prime nozze. Poi ce ne sono state altre due, finite male per un verso o per l’altro. Aleggia sulla casa un lusso d’antan lievemente alberghiero: tele a olio, mobili in stile, bar ben fornito, sculture in bronzo. D’altronde suite di lusso, trasvolate oceaniche in prima classe e limousine sono state il suo luogo comune per decenni, e nel libro non manca di rimarcarlo. Ma oggi, quando torna da Miami, dove si è trasferito con una figlia che studia lì, trova più saggio volare in economica. Sui davanzali e altri ripiani, una collezione esorbitante di elefantini leva la proboscide per scacciare la malasorte. Quindi, a voler leggere i segni: fortuna (più sul lavoro che nel privato, ha perso una moglie e una figlia), pelle durissima, caparbietà imperturbabile se non fosse per qualche furia, e memoria pachidermica, appunto. Nonostante gli ottanta che incombono, l’anno prossimo.
Le cose le ricorda così bene che ha scritto 800 pagine, ridotte drasticamente a quasi 500. «Sennò non mi pubblicavano. Mi hanno anche consigliato qualche autocensura». Ma nella prefazione alla sua personalissima cavalcata nel mondo della canzone ha infilato un’avvertenza: avendo raccontato storie poco piacevoli su alcuni personaggi, ha chiesto «ad amici che non ci sono più o a vari collaboratori che non vivono in Italia» di confermare con firma autenticata dal notaio i fatti (poco piacevoli) di cui anche loro sono stati testimoni. Criptico? A voce si spiega meglio: «Certi artisti, capaci di sporgere denunce solo per finire sui giornali, sappiano che le cose riferite sono tutte documentate. E tengano conto che ho scritto solo il venti per cento di quanto so. Se mi fanno causa, porto le carte in tribunale e viene fuori il resto». Più che un’avvertenza, un avvertimento.
Non che ci siano grandi scandali nelle memorie di Adriano: corna e coca, canne e pasticche, qualche scopata senza cerniera, molto provincialismo sessuale da italiani in gita. Oppure, avventurose esportazioni di capitali nelle mutande quando si tornava dai regimi – Spagna, Argentina, Est europeo – che impedivano agli artisti di portarsi a casa i cachet guadagnati in trasferta. L’astuto Aragozzini accenna, lascia intendere, e fa poi spesso retromarcia, ma chi vuol capire capisce. Erano poesie arrotolate o dosi di coca, quelle cartucelle nascoste nei vasetti di crema per il viso che Nicola Di Bari gli aveva chiesto di portargli dagli Stati Uniti? Un fatto è certo: dopo il prudente rifiuto del manager, che lo aveva fatto diventare il più famoso cantante italiano nelle Americhe (Mi corazón es un gitano) e pure in Australia, ci fu un litigio e i rapporti si interruppero.
«Franca Modugno mi ha mandato a dire che non posso parlare delle scappatelle di Mimmo in Italia, ma di quelle all’estero sì». Non se l’è fatto ripetere. La più divertente è un’incompiuta: durante una trionfale tournée in Sud America degli anni Settanta, manager e artista litigano per una modella brasiliana e, fra i due litiganti, il terzo, cioè il figlio di Modugno, gode. Nel senso che se la porta in camera, suscitando i furori paterni. Ma l’amicizia e la collaborazione è durata per sempre. «Quelli con Mimmo e con Tina Turner sono stati i rapporti più divertenti. Con lei ho avuto una bella storia: ridevamo sempre, scherzavamo sul fatto che lei è nera».
Nei tour latinoamericani, scopriamo anche che in un albergo di Città del Messico, Gina Lollobrigida, altra diva d’esportazione di Aragozzini, fa veder le stelle a Neil Armstrong, il primo uomo ad aver messo piede sulla luna. Spettegolando, si esagera: tempo dopo, a Montecarlo, la Lollo avrebbe sedotto perfino Rudolf Nureyev. Considerata la gaytudine del personaggio, è poco credibile, ma Aragozzini non molla: «Gina non dice stronzate».
Questa insistenza sul versante erotico nella società dello spettacolo degli anni eroici è nel suo Dna professionale. Lui voleva fare il giornalista e, fondata una piccolissima agenzia dal nome altisonante, Mondial New Press, cominciò a vendere servizi, anche fotografici, ai rotocalchi. Era la Roma e l’Italia degli anni Sessanta, effervescente, meravigliosamente cialtrona, dove ci s’improvvisava e tutto sembrava possibile. Bazzicava Oggi, che aveva mandato una ragazza a intervistare Gino Paoli, fresco di celebrità e già scorbutico. Lei, ingenua, gli aveva chiesto: cosa fa prima di cantare? «Una sega» aveva risposto. Dileguatasi la fanciulla, Aragozzini l’aveva sostituita nell’impresa. E lui la sapeva lunga: bastava ripetere la domanda in tono malizioso. Paoli scoppiò a ridere. Di lì a poco diventò il suo ufficio stampa, e poi il suo manager. Paoli era comunista, lui fascista, ma non litigavano per la politica. «Una volta ho accompagnato Claudio Villa, comunista pure lui, in Bulgaria, dove gli interruppero uno spettacolo perché cantava un brano più ritmato dei suoi soliti: Napoli in festa. Salì sul palcoscenico un funzionario dicendo che il rock era vietato, in Bulgaria».
Anche i regimi militari sudamericani andavano giù duro: un coronel interventor argentino dopo la registrazione di uno show televisivo non voleva pagare il saldo alla Lollo e pretendeva di portarsela in una saletta attrezzata alla bisogna per offrirle caviale e champagne. Ci fu un braccio di ferro, una grande evasione dagli studi e una frettolosa corsa verso l’aeroporto. Nemmeno a Modugno gli argentini volevano versare il saldo prima dell’esibizione. Lui minacciò di non cantare, mentre il pubblico già rumoreggiava. Ma quando arrivò l’esercito con mitra ed elmetti, promise che avrebbe cantato come un usingolo. «Girava voce che io portassi i miei artisti in Sud America per finanziare i regimi militari. Questi episodi dovrebbero smentire certe idiozie».
Quanto viaggiavano i cantanti italiani in quegli anni. Nel ‘64, Aragozzini scorta una delegazione di artisti Rca in Giappone: c’è Paoli, Nico Fidenco, Jimmy Fontana, Michele, Gianni Meccia e un giovane Gianni Morandi che fa gli scherzi scemi ai compagni: gli slinguazza le orecchie. Naturalmente, sono sempre trionfi, aeroporti assediati dai fan, giornali e televisioni schierati per riceverli. Naturalmente, il regista di questa macchina organizzativa e mediatica è sempre lui che conosce tutti, è tanto amico di tutti, ha uffici e corrispondenti dal Canada alla Patagonia. Con il Sudamerica è più semplice per via della lingua, ma Aragozzini riesce anche a portare Iva Zanicchi, Patty Pravo, Peppino di Capri e Mal in Iran. E a far esibire la Zanicchi davanti allo Scià. «C’era proprio un’altra mentalità, nelle case discografiche e fra i cantanti. Si investiva, si traducevano le canzoni che venivano sottoposte ai big boss americani. Se oggi dici, anche a un principiante, di fare promozione gratis all’estero non ci viene. Perché è provinciale, non vuol imparare le lingue, non capisce che il vero investimento di una carriera dev’essere internazionale. E poi non ci sono più manager come me. Infatti oggi abbiamo solo quattro artisti veramente famosi nel mondo: Bocelli, Ramazzotti, Pausini e Tiziano Ferro».
Subito dopo il suo primo Sanremo da patron, nell’89 Aragozzini organizzò una tournée con gli artisti del Festival: dalla Germania al Giappone, dal Canada al Brasile. «Ma non volevano partire, a qualcuno ho dovuto far causa, e ce n’erano certi che si erano portati gli amuleti, convinti che Mia Martini portasse iella».
Tutti parlano male di Sanremo, che lo faccia anche lui. Anche se non aggiunge molto di nuovo alle critiche: «La metà degli artisti di questa sessantasettesima edizione sono sconosciuti. Il festival è finito se, per attrarre il pubblico giovane, si limita a presentare i vincitori degli altri festival, cioè i talent. È finito se non c’è controprogrammazione delle altre reti: tutto tace quando c’è Sanremo, mentre ai miei tempi me la sono dovuta vedere con una Champions su RaiDue in cui giocava una squadra italiana. Mi cascano le braccia, non è un festival della canzone, ma della televisione. E l’ambiente discografico: avranno fatto tutti il Dams, ma nessuno s’inventa niente. Franco Crepax, direttore artistico della Ricordi credo fosse un ingegnere, ma la musica la conosceva. Ed Ennio Melis della Rca: non so nemmeno che titolo di studi avesse, o se ne avesse uno, ma era un genio. È finito un mondo».
È un mondo sparito davvero quello di Aragozzini, cancellato dalla concentrazione nelle mani delle multinazionali della musica, dalla crisi del disco, da internet, dalle mail, dai bonifici bancari. Il suo mondo, che magari non piaceva ai contemporanei o agli ottantenni di allora, era fatto di relazioni personali, favori, impicci, simpatie. Lui girava con la pistola perché aveva sempre una valigetta piena di contanti: il denaro non era ancora immateriale e le transazioni avvenivano in solido.
La pistola in mano a un manager con molto pelo sullo stomaco non fa effetto, ne fa di più se la tengono Paoli e Tenco, poeti, anticonformisti, comunisti libertari. «Erano comunisti strani, loro, vivevano da ricconi capricciosi. Gino la sua l’aveva comprata a Forcella». Tutti e due hanno tentato il suicidio sparandosi, solo che Tenco c’è riuscito, al Festival di cinquant’anni fa. Aragozzini, che si occupava di lui, non era a Sanremo perché ricoverato in ospedale a Roma con i reumatismi. Ci restò malissimo, ma si convinse che non avrebbe potuto fare niente per evitare la tragedia, Tenco era passato dal mix Pronox e whisky a cose più forti. «Eppoi ho un sospetto che nessuno può smentire o confermare. Nel suicidio di Luigi c’entra l’antagonismo con Paoli: se Gino s’era tirato un colpo, se lo doveva tirare anche lui. Prendendo bene la mira».
Pur essendo prima militante del Fuan e poi fedele elettore di Msi, Aragozzini non ha mai conosciuto Mirko Tremaglia, artefice del voto degli italiani all’estero, che, nelle sue errate previsioni, dovevano diventare un bacino elettorale della destra. Per Aragozzini quegli emigrati dovevano diventare invece un immenso bacino di pubblico. Gli ha portato una caterva di ugole nazionali: fra i tanti, un bizzosissimo Mario Del Monaco, Ornella Vanoni, Cocciante, Dalla e Morandi in coppia, Renzo Arbore e la sua Orchestra Italiana. S’indigna un po’ quando gli chiedo se per caso le nuove generazioni di cantautori non snobbassero quelle lontane platee nostalgiche dei mandolini. C’è da capirlo: il sindaco italoamericano di New York Rudolph Giuliani gli ha conferito la cittadinanza onoraria per premiare il suo impegno in favore della cultura italiana negli Stati Uniti.
Il momento più alto e più basso della sua carriera è stato Sanremo: patron dal 1989 al 1992. Ha fatto cose egregie come l’abolizione del playback e la reintroduzione dell’orchestrona, o il recupero dell’esecuzione in lingua italiana e straniera dei brani. Ma ha ingaggiato i peggiori conduttori della storia, i quattro figli d’arte primatisti della papera, ed è pure finito in galera. Ha avuto una quantità di denunce: per tutte è stato assolto, ma per una, aver corrotto sindaco e giunta di Sanremo per ottenere il Festival, è stato condannato in tre gradi di giudizio. «Anche i giudici possono sbagliare, la sanno tutti che il Festival me l’ha affidato il mio grande amico Biagio Agnes, all’epoca direttore generale della Rai».
Da allora i rapporti con la Rai si sono lentamente raffreddati. Per esempio, non c’è stato verso di proporre una fiction su un certo don Mario. «Era un sacerdote argentino che imponeva le mani sui malati e li guariva dal cancro. Aveva salvato anche la moglie di un senatore americano praticamente morta. Una storia fenomenale, ma non mi hanno neanche ricevuto».
Ora ha più fortuna con le televisoni dei latinos: a Miami sta preparando un
programma su come cucinare in 15 minuti un pasto italiano buono ed economico. Nella prima puntata, vestito da cuoco, propone in un disinvolto spagnolo spaghetti al pomodoro, cotoletta e insalatina. Quasi come nella canzone di Bongusto, ma quella era Detroit.