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 2017  febbraio 09 Giovedì calendario

Le riserve cinesi sotto la soglia critica dei 3mila miliardi

Per il Fondo monetario internazionale è l’elemento chiave necessario a stabilire la capacità della Cina di reggere all’urto della globalizzazione nelle acque tempestose dei mercati valutari.
Parliamo del livello delle riserve in valuta che – lo ha rivelato Safe, l’agenzia che, appunto, controlla i movimenti in valuta estera per conto della Banca centrale – è andata sotto la soglia dei 3mila miliardi di dollari, un muro cruciale per l’equilibrio dei conti cinesi, quella stessa soglia di riserve valutarie che a gennaio si è ridotta per il settimo mese di fila di altri 12,3 miliardi di dollari (-0,4%), portando il livello a quota 2.998. Non accadeva dal mese di febbraio di sei anni fa. Per anni la Cina era considerata la Nazione più ricca da questo punto di vista, dal momento che continuava a fare incetta di titoli di Stato Usa, in gara con il Giappone.
Tokyo da un pezzo ha sorpassato Pechino, la Cina degli exploit in materia di tesoretto in valuta è accantonata, quindi. Ed è la stessa Safe ad ammettere le ragioni del fenomeno, riassumibile negli interventi sui mercati valutari per difendere la divisa nazionale dalla svalutazione.
Nonostante la lieve frenata di martedì della discesa dello yuan le misure decise da Pechino per arginare la fuga di capitali restano in piedi (si veda il Sole 24 ore del 6 febbraio), perché Safe ha varato una serie di misure immediatamente operative proprio per colpire questo fenomeno collaterale varando il 26 gennaio scorso una circolare che rende i movimenti in valuta in entrata e in uscita particolarmente laboriosi.
Nel 2016 la moneta di Pechino ha perso il 6,5% del suo valore sul dollaro. Il momento più critico è stato l’11 di agosto del 2015, in pieno crollo delle borse cinesi, una congiuntura che ancora pesa sulla stabilità dei mercati per la violenza con la quale in una manciata di ore sono andati in fumo miliardi di dollari.
L’erosione della riserva cinese è destinata ad avere un effetto immediato sulla considerazione delle potenzialità della Cina di fronteggiare le sfide che si è riproposta di superare: dall’inclusione nel paniere delle valute del Fondo monetario per il calcolo dei diritti speciali di prelievo (altro grande accusato del depauperamento delle riserve stesse), alla possibile entrata delle blue chip cinesi nell’indice Msci, un altro negoziato burrascoso in corso in questo inizio d’anno, e la Cina rischia per la quarta volta di rimanere fuori dalla porta. Si è comunque prodotto il classico effetto psicologico di rottura del cosiddetto livello di comfort sulle riserve che, attualmente, si suddividono per circa il 67% di quelle in valuta estera in dollari, il 20% in euro, e il 10% in yen. Gli investitori sono ovviamente i più preoccupati per come il Governo cinese sta gestendo l’altalena dello yuan, i mercati scommettono ancora sullo yuan debole, poi però rimangono vittime della stretta sui movimenti in valuta. Zhou Xiaochuan, il Governatore, ha parlato di misure a tempo, ma le sue parole sono rimaste inascoltate, finora. C’è chi sostiene che la Banca centrale dovrebbe invece mollare la presa e lasciare che lo yuan segua il suo corso, ma non bisogna dimenticare che in questo frangente molte aziende rischiano di soffrire gli effetti di una stretta anche nell’accesso al credito, e di rimanere vittime del debito rampante che le affligge.
Insomma un serpente che si morde la coda, un loop infinito di cui non si intuisce la fine. Anche perché la marcia verso la convertibilità dello yuan sembra sempre più in salita e la stessa internazionalizzazione del renminbi sempre più formale piuttosto che sostanziale.