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 2017  febbraio 08 Mercoledì calendario

Tiziano ferro incanta e Crozza infiamma

Così non vale. Non vale il buio in sala, non vale “Tiziano Ferro canta Luigi Tenco” (omaggio a 50 anni dalla scomparsa). Non vale la canzone d’ouverture, “Mi sono innamorato di te” in bianco e nero. Non vale l’orchestra che attacca “Vedrai vedrai”. Se la banda di Sanremo2017 voleva vincere facile c’è riuscita: il pubblico è incantato. Ottima scelta, elegantissima la realizzazione. Ma anche rischiosa: dopo Tiziano Ferro (che si esibirà anche più tardi) si può solo scendere, considerando la qualità non propriamente eccelsa dei brani e dei contendenti. Naturalmente con alcune eccezioni, per esempio Fiorella Mannoia: se n’è accorto pure il cardinal Ravasi che ha postato su Twitter un verso della sua canzone. Ha ragione Carlo Conti: tutti – ma proprio tutti – cantano Sanremo, financo il Sacro Collegio.
Prima l’antipasto è stato inutilmente lungo: pollice versissimo per la striscia “Prima Festival”, promosso lo struggente medley d’introduzione con i grandi del passato: l’operazione nostalgia acchiappa-share funzionerà, ma anche qui il confronto con il presente quasi sempre impietoso (applausi ininterrotti in sala stampa per Rino Gaetano, Mina, Lucio Dalla, Vasco, Renato Zero, Zucchero, Celentano, Patty Pravo). Ci si poteva fermare lì e far partire la serata, il montaggio delle presentazioni dei big in gara è inutilmente lungo e straordinariamente noioso. Poi finalmente arrivano Carlo&Maria per aprire le danze del Festival dove si sancisce che Raiset è assai più d’una relazione occasionale. Queen Mary febbricitante ringrazia la Rai e “il mio editore”, senza nominarlo (chissà come l’ha presa il già irritato Confalonieri?). Tutte le donne di Sanremo si sono dovute sottoporre alla prova delle scalinata da scendere; solo una ci si può sedere sopra.
L’angolo del buonismo-patriottico purtroppo in un attimo si trasforma in qualunquismo: per la serie “eroi del quotidiano” sfilano sul palco dell’Ariston rappresentati dell’Esercito, della Protezione civile, del Soccorso Alpino (con un inquadratissimo labrador al seguito), dei Vigili del Fuoco, della Croce Rossa, della Guardia di Finanza (della voluntary disclosure non si fa cenno). Mancano l’esercito della Salvezza e i Ranger del Texas, le lacrime no.
E poi arriva Maurizio Crozza (grazie di esistere) che tira fuori dal congelatore Renzi (avrà avuto un brivido) per il Festival delle larghe intese. Ce n’è per tutti: Gentiloni, Salvini, la Raggi, Banca Etruria, l’evasione fiscale. Ma anche per la scenografia e la coppia di conduttori: “Renzo e Lucia, Carlo e Maria: i promessi sponsor”. “Il Festival è trasmesso in Eurovisione per vendicarci dell’Europa”.
La prima vera giornata di Festival era iniziata con una conferenza stampa mattutina fin troppo tranquilla. Perfino quando si chiede conto ai vertici Rai del caso Vessicchio (sollevato ieri con un’intervista del maestro al Fatto): Peppe è sempre il benvenuto, in tutte le trasmissioni Rai; sul contenzioso con Raicom per i diritti connessi relativi ad alcune musiche un prevedibile no comment: “La questione è indipendente da Sanremo”, cosa che infatti nessuno ha mai né scritto né insinuato.
Ma, signora mia, nemmeno le polemiche son più quelle di una volta. Ci provano i 5 Stelle a movimentare il tran tran in Riviera con un’interrogazione sui compensi di Giancarlo Leone, figlio d’arte dell’ex Presidente della Repubblica, ex direttore di RaiUno (fino a marzo scorso), ex direttore del coordinamento editoriale fino a dicembre quando ha lasciato la Rai, dopo 33 anni di servizio, per diventarne consulente (fino a marzo 2017).
Quanto costa ai contribuenti la consulenza che ha per oggetto Sanremo e soprattutto la ben più importante convenzione tra Viale Mazzini e il governo? Di certo meno di 80mila euro, altrimenti la Rai dovrebbe pubblicarla sul proprio sito. Anyway, si sussurra che la cifra sia bassa (20 mila?), ma si controbatte che il tema vero (cioè i soldi veri) sarebbero quelli dello scivolo per risolvere il rapporto di lavoro: quanti? Vi terremo aggiornati. Di certo c’è che il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto avrebbe difficoltà a trattare per conto suo con un governo (il precedente e l’attuale fotocopia) che non nasconde l’insofferenza per la gestione della tv di Stato. È così vero che ieri sarebbe andato – ceneri in capo – a scusarsi in consiglio di amministrazione per la goffa gestione della nomina di Milena Gabanelli. Come sempre accade quando bisogna mascherare un guaio, l’errore è stato di “comunicazione”. Ma per gente che si occupa di televisione (cioè di comunicazione) pare più un’aggravante che un’attenuante.