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 2017  febbraio 08 Mercoledì calendario

Davigo ricorda Mani Pulite. L’aula è deserta

Non c’è convegno su Mani Pulite che non si risolva in un funerale, in un mesto revival da cui la gente si tiene alla larga sentendo odore di truffa o di reducismo d’antan. Ieri però è stato un record: nell’aula magna del Palazzo di giustizia, a Milano, c’erano venti persone a essere generosi, anche se gli organizzatori hanno incolpato l’Ordine degli avvocati che avrebbe boicottato l’incontro: se così fosse, tanto di cappello, e perdonate se omettiamo il codazzo di polemiche che c’è stato a proposito. Sai che gliene frega agli avvocati in realtà di sentire Antonio Di Pietro e Piercamillo Davigo che raccontano le stesse storielle da 25 anni, senza mai l’ombra di una vera riconsiderazione, di un discernimento, di un’uscita dalle trincee. Risultato: venti persone. Diciamo i lettori milanesi del Fatto Quotidiano. Con un Di Pietro incespicante e tristanzuolo che lamenta «la desolazione dell’opinione pubblica che non crede più che possa cambiare qualcosa», e ti credo: è una vita che i quotidiani strillano al milionesimo “ritorno di Mani pulite” anche se poi non ritorna niente, perché la politica è morta e perché è sepolta pure Mani pulite, appunto: Di Pietro in pratica fa il contadino, Gerardo D’Ambrosio è diventato senatore di sinistra e poi è morto, Francesco Saverio Borrelli è distaccato, Gherardo Colombo è in pensione dopo una parentesi in Rai e da pedagogo civico, Davigo, ecco, Davigo c’è ancora (pare di sì) e tuona apocalissi ogni venti minuti, ma dal suo pulpito sindacale suona soltanto la musica di una rivendicazione corporativa quella sì rimasta intatta da 25 anni, mentre tutto cambiava, in Italia, tranne la magistratura e il Festival di Sanremo. A parte il pm Paolo Ielo, che fa il suo onesto lavoro a Roma, non c’è ex esponente del Pool che in varie interviste non abbia dichiarato che Mani pulite è finita e che è stata inutile. Mani pulite evidenziò un finanziamento illegale della politica in accordo con alcuni cartelli di imprenditori, ma ora non c’è più niente del genere a parte clientele che beccano per sè e fanno passare i partiti per idioti: fine della storia. Una cosa è sì tornata, anzi, non se n’è mai andata: i giornalisti ansiosi di gettare tutto nello stesso calderone con l’aggiornamento tecnico delle intercettazioni al posto dei verbali, gente che racconta gli interrogatori quasi in presa diretta. Insomma, c’erano i Travaglio e ci sono i Travaglio. 
«TROPPI LADRI» 
«La gente sa benissimo che c’è un numero rilevantissimo di ladri nella classe dirigente di questo Paese», ha detto ieri Davigo, «solo che teme che non sia possibile venirne a capo». Chissà come mai. «Quello che è cambiato è che ci sono regole sempre più complicate, il codice diventa ogni anno sempre più complesso con norme di difficile gestione. E le leggi le fa la politica». Ah, se le facesse Davigo, le leggi: il quale Davigo, 25 anni fa, si limitò a interpretarle in un modo che oggi semplicemente non è più possibile: per fortuna, aggiungiamo noi. Lo chieda a Di Pietro, uno che di leggi non ha mai capito nulla, uno che poi ha fatto la fine che ha meritato, anzi, forse molto meno: eccolo lì, col suo goffo corpaccione intubato dalle flebo mediatiche che pochi talkshow pietosamente gli regalano. Vent’anni di sbattimento, una Repubblica troppo grezzamente abbattuta, innocenti sbattuti in carcere, sofferenze inflitte, tradimenti, voltafaccia, e tutto per cosa? Per metter su qualche soldo, qualche casetta, per pesare meno di uno come De Magistris, per buttare alle ortiche un partito e un simbolo dopo un penoso fuggi fuggi generale, per vedersi scippare da un comico tutto il qualunquismo forcaiolo di cui era divenuto faticosamente sovrano: lui che giunse ad avere la fiducia del 95% degli italiani, i quali scusate un po’ rincoglioniti forse dovevano esserlo. 
L’ALTRA STORIA 
Egregi Di Pietro e Davigo, la prossima volta, al convegno, invitate anche noi. Non solo perché faremmo presenza, ma perché la nostra storiella è un po’ diversa. È la storia di un’inchiesta basata sul malcontento popolare ma soprattutto sul carcere irrogato o temuto, che stimolava le collaborazioni, diciamo. Ed è stato il carcere, coi suoi effetti, che a un certo punto vi è venuto a mancare. Come raccontò il procuratore Francesco Greco: «Dopo le dimissioni di Di Pietro, cominciammo a lavorare prevalentemente su documenti e con altre tecniche, quali intercettazioni telefoniche ed ambientali, in precedenza trascurate in quanto non necessarie». Non necessarie perché c’era il carcere. Poi ci fu anche altro, certo. Troppa gente rimase insospettita dal mancato coinvolgimento dei vertici del Pci, e, viceversa, dalla pervicacia con cui si puntava su Berlusconi. Senza contare che il suo coinvolgimento coincise con l’indagine sulla Gdf: e venne fuori un Paese che si stava divorando. Onesti e disonesti, concussi e concussori, taglieggiatori e vittime: parole sempre più svuotate di significato, termini utili per delimitare, secondo fazione, le proprie simpatie e i propri interessi. Mani Pulite rischiava di entrarti in casa, di confondere proscenio e platea, e disamorò progressivamente da un’ubriacatura legalitaria che dapprima era parsa tuttavia così liberatoria, espiatoria, deresponsabilizzante. Poi non più. Disse anni dopo Francesco Saverio Borrelli: «Apparve chiaro che il problema della corruzione non riguardava solo la politica, ma larghe fasce della società, insomma investiva gli alti livelli proprio in quanto partiva dal basso». Così, col suo procedere fazioso e sgangherato, talvolta di parte e delirante onnipotenza, Mani Pulite divenne una storica occasione mancata per cambiare le regole e i comportamenti della nostra società. Il bambino (la politica) fu buttato con l’acqua sporca, e in questo Davigo ha ragione sono sopravvissuti solo i predatori più evoluti. Oltre, naturalmente, a questa magistratura: anche quella meno evoluta, purtroppo.