Libero, 8 febbraio 2017
Mille miliardi bruciati in tre anni: la Cina ha qualche problema
«Mi hanno fatto perdere un buon affare», si lamenta un albergatore di Pechino, secondo quanto riferisce il Nikkei Times di Tokyo. «Dovevo trasferire in Thailandia 500 mila yuan per comprare un altro hotel. Ma non sono stato autorizzato».
Mezzo milione di yuan corrisponde a poco più di 70 mila dollari, cifra che fino a poco tempo fa non avrebbe suscitato la minima curiosità di un doganiere cinese. Oggi, invece, le maglie valutarie si sono ristretti, per una ragione: i forzieri delle riserve cinesi si stanno svuotando. Per carità, l’impero del drago detiene ancora poco meno di 3 mila miliardi di dollari, al secondo posto dietro al Giappone. Ma il tesoro evapora in fretta, troppo in fretta: dall’agosto del 2015, quando a sorpresa Pechino annunciò la svalutazione dello yuan, nelle casse dello Stato c’erano 1.200 miliardi di dollari in più. L’ultima emorragia (12,3 miliardi di dollari negli ultimi trenta giorni), poi, è proseguita a gennaio, in un mese all’apparenza tranquillo, distinto da un lieve rimbalzo della valuta cinese sul dollaro, fenomeno che, con buona pace di Trump, dovrebbe finire presto: gli esperti prevedono che il cambio, dopo aver perso il 6 per cento abbondante nel 2016, dovrebbe presto sfondare la barriera dei 7 yuan per dollaro.
A questo punto gli esperti si domandano per quanto tempo la Cina riuscirà a sostenere il cambio senza compromettere l’equilibrio delle riserve, tra l’altro decisivo per sostenere l’ambizione di Xi Jingping di proiettare lo yuan tra le monete più solide del pianeta. Non è, naturalmente, solo questione d’orgoglio. La discesa dello yuan riflette la difficoltà del Drago a sostenere i tassi di crescita desiderato (poco sopra il 6,5%) almeno fino all’autunno, quando il Presidente e il premier Li Kequiang affronteranno l’esame del Congresso del Partito. Ancor più pressante (e pericolosa) è la partita con Washington. Donald Trump, che considera la Cina la più grave minaccia per la sicurezza e l’economia americana, è pronto a giocare la carta di Taiwan, il riavvicinamento alla Russia, ma soprattutto la minaccia di tariffe più aggressive contro il made in China. Il presidente Xi, oltre ad agitare la minaccia della Corea del Nord, ha in mano solo l’arma dei titoli di Stato Usa da usare con cautela, al momento giusto.
Al di là delle considerazioni politiche e finanziarie, resta da capire perché le risorse di Pechino si stiano assottigliando in maniera così clamorosa, nonostante la Cina sia ancora, assieme alla Germania, il maggior esportatore del pianeta. Una parte della spiegazione consiste nella voglia dei cinesi di far uscire i capitali dal Celeste Impero. I motivi? Più o meno gli stessi degli italiani Anni 70, quando c’erano capitali da esportare a fronte di una situazione interna fragile. I cinesi temono le conseguenze delle indagini anticorruzione ma anche una stretta sui capitali e una stangata fiscale tutt’altro che improbabile vista la situazione del Paese. Il debito complessivo, tra privati, province e Stato centrale supera il 330%.