la Repubblica, 8 febbraio 2017
Il lento declino della cara vecchia Coppa Davis
HO sentito più di un rumore, nel cimitero vicino a Longwood Tennis and Cricket Club di Chestnut Hill, a Boston. Erano il Dottor James Dwight e Dwight Davis che si rotolavano nelle loro tombe, per quanto sta accadendo alla loro creatura, la Coppa che porta il nome del secondo, Davis. La Coppa Davis potrebbe infatti scomparire, se non vengono apportate modifiche alla sua struttura o,peggio, anche in questo caso. Ricordo che la Coppa, prodotta dagli orafi della Shrimp Crump e Low, venne dapprima messa in palio per avvicinare le due aree degli Usa, Pacifico e Atlantico, allora troppo lontane per un interscambio di tennisti, e si chiamò International Lawn Tennis Championship, prima di prendere il nome di Davis, che divenne anche, guarda caso, sottosegretario americano alla Guerra.
Subito dopo, nel 1900, si verificò il primo incontro con le Isole Britanniche, in cui gli americani dominarono una squadra B inglese, priva dei famosi Fratelli Doherty a causa di una presunta racial superiority ante Brexit. Allora il Tennis era un gioco aristocratico e/o alto borghese, si chiamava Lawn Tennis, tennis sull’erba, ed era diretto dalla ILTF, International Lawn Tennis Federation.
Ora le cose sono cambiate, insieme alla Federazione Internazionale, che ha perso il Lawn, esistono dal 1968 i tornei chiamati Open, aperti a tutti, dilettanti e professionisti. Ma nel frattempo i dilettanti sono scomparsi. Sono nate due diverse organizzazioni, ATP (Association Tennis Players per gli uomini,( 1972) e WTA (Women Tennis Players per le donne (1973) che amministrano il gioco secondo regole spesso differenti. Alla ITF sono rimasti i quattro grandi tornei detti Grand Slam, dotati di premi incredibili (i vincitori raccolgono un primo premio di circa 3 milioni), e la Coppa Davis. Nonostante quest’anno alla Coppa si siano iscritte, nei turni competenti, ben 153 nazioni, facendone la manifestazione sportiva più frequentata dell’anno, la Davis sta morendo. Perché ? Perché tra i primi 15 tennisti del mondo, solo uno, l’ex numero uno ATP, ora numero due, Nole Djokovic, ha giocato per il suo paese, affermando, come il giorno della vittoria serba nel 2010, che il suo paese, esistente da soli 11 anni, ha bisogno di essere amato e conosciuto.
Perché la Davis è poco onorata dai primi giocatori al mondo? Per due ragioni fondamentali. Perché dura 4 settimane l’anno, che confliggono con il densissimo calendario, e perché i premi della Federazione Internazionale vanno alle Federazioni Nazionali, che decidono come pagare i tennisti per la loro partecipazione. Il mio ex partner di doppio, il povero Philippe Chatrier, gran Presidente ITF, si era già posto il problema prima dell’elezione di Francesco Ricci Bitti, che nei 16 anni della sua direzione ne ha spesso parlato, senza risolverlo. Anche perché l’unica buona idea, nel casino strutturale contemporaneo, sarebbe stata la creazione di un Commissioner, così come ne esistono nei vari sport professionistici americani, e in una modifica dei due divergenti calendari.
Purtroppo, nonostante l’esperienza commerciale (ex CEO delle racchette Head) del nuovo Presidente della ITF, l’americano Mike Haggerty, gli interessi opposti delle due parti in causa, la saturazione del calendario, la fame di denaro dei tennisti, saranno esiziali per la vecchia Davis. Destinata o a una rapida finale tra otto paesi, se sopravviverà o, nel formato tradizionale, ad essere vinta da nazioni rappresentate da giocatori di classifica non elevata. Patrioti, forse, ma mediocri tennisti.