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 2017  febbraio 08 Mercoledì calendario

Harry Belafonte: «Ho sempre combattuto ma non capisco più dove va l’America»

NEW YORK ECCO la New York di Harry Belafonte. Nato a Harlem, ha ottenuto il suo primo ingaggio grazie a Lester Young, il primo ruolo da attore in una compagnia con Sidney Poitier e le prime lezioni in un corso con Marlon Brando, Rod Steiger e Tony Curtis. Ha incontrato Martin Luther King Jr. nel seminterrato di una chiesa di Harlem grazie ad Adam Clayton Powell Jr., e ha incontrato W. E. B. Du Bois grazie a Paul Robeson. Lo zio Lenny, che gestiva una lotteria illegale, gli ha presentato l’élite dei gangster di Harlem. Ha portato Nelson Mandela allo Yankee Stadium, ha progettato un film su Amos & Andrew (la sitcom americana che tratta i temi del razzismo, ndt) con Robert Altman e, a 89 anni, il mese scorso, è stato il copresidente della Marcia delle Donne a Washington, insieme a Gloria Steinem, anche se poi non ha partecipato all’evento per problemi di salute.
Harry Belafonte è stato tra quelli che hanno incassato di più in America e un pilastro del movimento dei diritti civili. Ma in questi giorni è preoccupato per il movimento che ha contribuito a creare e per il proprio ruolo in questa nuova era.
«Quando ho cominciato con Martin» ha dichiarato «ho veramente pensato che nel giro di due, massimo tre anni, sarebbe finito tutto. Sono passati cinquant’anni, lui è morto e sepolto, la Corte Suprema ha appena fatto un’inversione di marcia sul diritto al voto e la polizia ci spara addosso nelle strade. Guardo a questo orizzonte di distruzione, e osservo la comunità nera che non proferisce verbo».
Belafonte compirà 90 anni il 1° marzo e parla con la voce roca che ha posto fine alla sua carriera di cantante nel 2004. Dopo l’ictus si muove con un deambulatore a tre ruote. La malattia l’ha schiantato su un marciapiede della 72ª strada, ma non ha smorzato il suo senso dell’umorismo. «Ho perso l’occasione», dice, «se solo avessi avuto un bicchiere di plastica, sarei diventato ricco». Anche in casa indossa un piumino e beve acqua, perché l’anticoagulante gli fa venire sete. Ha un bell’aspetto.
Del suo ruolo attuale dice: «Sono talmente tante le cose che posso fare. Non sono giovane come mi sento di essere. La cifra 90 è sfocata. Però so anche che se c’è ancora qualcosa che posso fare, è meglio che mi sbrighi a farla, perché il tempo non è mio alleato».
Nel corso di una lunga intervista nel suo appartamento nell’Upper West Side a Manhattan, parla della città che ha conosciuto. «Una delle difficoltà che ho nel gestire i 90 anni è che quando comincio a pensare “dove stanno tizio e caio?” mi dico “Non mi parli più, non è più come prima, cosa è successo?”, “Beh, è molto semplice: sono tutti morti. Tutti i miei amici. Ormai è come se fossi un osservatore esterno che legge una storia senza avere la più pallida idea di ciò che accadrà alla pagina seguente». Belafonte è pensieroso, ricordando l’abitazione di Harlem da cui sua madre fuggì in mezzo alla notte per evitare di pagare l’affitto arretrato e, anni dopo, la maestosità del proprio appartamento di 21 stanze sulla West End Avenue, la cui lista degli ospiti includeva il Reverendo King, John F. Kennedy, Eleanor Roosevelt...
«Spesso mi guardo indietro e non capisco. Giuro. Sono durato più a lungo di quanto ne possa capire la ragione. Ho spesso la sensazione che ci deve essere stato qualcosa che avrei dovuto fare, ma che non ho fatto. Ma cosa? E questa è la prima difficoltà. La seconda è: cosa mi fa pensare che debba essere io a risolvere il problema?». Nato come Harold George Bellanfanti Jr., in terza media abbandonò la scuola, frustrato da quella che in seguito fu riconosciuta come dislessia. I genitori, entrambi immigrati di razza mista di pelle chiara, ingannarono locatori e funzionari dell’immigrazione cambiando l’ortografia del loro cognome ed evitarono abitazioni soggette a restrizioni razziali, affermando di essere ispanici. Harry era attratto dagli affari dello zio, che sua madre non approvava. «Si accertò che io non seguissi le orme di suo fratello Lenny. Anche se dipendevamo molto da lui: quando le cose andavano a rotoli, era lui ad allungarci 20 dollari o la cena».
Con i suoi inizi burrascosi, Belafonte evoca il dinamismo della New York di metà 900. Lavorava come assistente custode, quando un cliente gli regalò i biglietti per una produzione teatrale nero- americana e, proponendosi come tuttofare, presto si ritrovò sul palcoscenico insieme a Ruby Dee, Ossie Davis e Sidney Poitier. Tra i suoi primi spettatori c’erano Paul Robeson e Eleanor Roosevelt, che diventeranno suoi amici. Imparava a conoscere il comunismo e i movimenti di liberazione globale e anche quella che era la vita di un bell’uomo a New York. «Amavo Ruby, è stata molto intelligente a sposare Ossie. Noi altri le andavamo dietro come una mandria di teppisti. Era intelligente. E ci ha scaricato».
Alla fine degli anni 40 Belafonte girava per i jazz club di Midtown, dove conobbe Lester Young, Charlie Parker, Miles Davis e Max Roach. Quando Young lo utilizzò per cantare tra un set e l’altro, Belafonte si ritrovò con una carriera che non aveva mai cercato. «Il pubblico era così entusiasta che mi sono spaventato a morte. Aspetta un attimo, mi son detto, è troppo al di sopra delle mie possibilità. Non sono un cantante pop. Sono qui che leggo Shakespeare, analizzo Otello e guardo Macbeth. Essere un cantante pop non fa per me. Quindi abbandono».
Ma non durò a lungo. Con due amici aprì un “Burger Joint” al Village. Ebbe vita breve, ma lo portò al Vanguard e alle performance di Pete Seeger e Woody Guthrie. E quando Belafonte debuttò al Vanguard – guadagnando 70 dollari a settimana – il suo repertorio includeva canzoni folk e brani internazionali, tra cui Hava Nageela. Presto il club divenne troppo piccolo per contenere il suo pubblico. «Cominciavano a entrare i soldi». Tutti i pezzi andarono al loro posto: si disse che Belafonte fu il primo solista a vendere un milione di album e, nel 1959, fu uno dei primi afro-americani ad avere il proprio show in tv. Il suo bell’aspetto e la car- nagione chiara lo rese- ro gradito a un pubblico bianco, nonostante le sue origini e le sue preferenze politiche. Dopo aver conosciuto il reverendo King aiutò a organizzare la terza marcia da Selma a Montgomery, ingaggiando artisti come Joan Baez, Tony Bennett e Mahalia Jackson per un concerto a Montgomery.
Negli ultimi anni ha ridotto di molto le sue apparizioni pubbliche ma non ha perso la vis polemica. Anche contro artisti come Jay-Z e Beyoncé. All’HollywoodReporter ha dichiarato: «Hanno voltato le spalle alle responsabilità sociali». Ancor prima dell’elezione, si è detto allarmato da Trump, e dalla quantità di suoi sostenitori. «Non sapevo che questo paese fosse ancora tanto razzista. È incredibile, dopo tutto quello che abbiamo passato».
Dopo le elezioni, Belafonte ha paragonato la nuova amministrazione a un “quarto Reich”, sostenendo che Trump non rappresenta una rottura con le tradizioni americane, ma fa piuttosto riemergere energie che sono sempre state lì.
«Abbiamo tutto a nostro favore. Ma se è così, cosa rende Trump così attraente? C’è qualcosa che non va, ma cosa? È proprio quello che sto cercando di capire». Non ha la risposta, ma dopo 89 anni e passa, una cosa è quasi certa: quando la troverà, la sua voce graffiante tornerà a farsi sentire.