la Repubblica, 8 febbraio 2017
Il Fondo monetario spiazza la Ue. «La Grecia non regge altri tagli»
MILANO La guerra fredda tra Ue e Fmi (sommata a una raffica di delicatissime elezioni in Europa) torna a far aleggiare su Atene lo spettro della Grexit. A dar fuoco alle polveri è stato ieri il Fondo Monetario Internazionale, mettendo nero su bianco le condizioni per continuare a partecipare al salvataggio. E l’asticella, soprattutto per la Germania e i falchi del rigore, è altissima: «La Grecia non è nelle condizioni di varare nuovi tagli dopo l’impressionante correzione fiscale degli ultimi anni», ha scritto il board di Washington in un documento approvato (un inedito) a maggioranza. I costi sociali dell’austerity «sono stati pesanti», ha aggiunto, e povertà e disoccupazione «hanno rallentato l’attuazione delle riforme». Morale: l’obiettivo imposto dai creditori in cambio degli ultimi 86 miliardi di aiuti – un avanzo primario del 3,5% del Pil – «non sarà raggiunto». E ora serve «un taglio sostanzioso del debito per garantire la sostenibilità del piano di aiuti». Argomento tabù in Germania, almeno fino al voto in autunno. La risposta di Bruxelles è arrivata a stretto giro di posta: «Sono sorpreso dalla durezza del rapporto – ha detto il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem -. Atene sta meglio di quanto dica l’Fmi e il debito non può essere cancellato, al massimo ridotto se Tsipras terrà un atteggiamento costruttivo».
La frittata però ormai è fatta. E la guerra di nervi tra i creditori rischia di precipitare nel caos la situazione ellenica. Senza una decisa sforbiciata ai 330 miliardi di esposizione della Grecia il Fondo potrebbe farsi da parte. Anche perché i paesi emergenti – e forse ora pure gli Usa di Donald Trump – non hanno mai visto di buon occhio i miliardi messi sul piatto per salvare il paese. E l’addio di Washington rischia di far saltare il banco. «Senza Fmi il salvataggio si chiude», ha detto tranchant il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Scaheuble.
Ii tempi per trovare un’intesa sono molto stretti. L’Eurogruppo del 20 febbraio avrebbe dovuto dare semaforo verde alla nuova fase del programma di sostegno al Partenone, girando ad Atene i soldi necessari a pagare (agli stessi creditori) 7 miliardi di debito in scadenza a luglio. Visti gli stracci che volano in queste ore, però, le speranze di trovare la quadra sono ridotte al lumicino. Bruxelles ha provato a passare il cerino al Governo Tsipras, il vaso di coccio della situazione, chiedendogli (con il tacito assenso dell’Fmi) di approvare subito nuovi tagli a pensioni e welfare da attuare dopo il 2018 per centrare i target. Il premier però – già un po’ in ritardo sulle riforme che avrebbe dovuto chiudere a fine 2016 e in caduta libera nei sondaggi – ha risposto picche: «Non imporrò ai miei concittadini un euro di austerità in più di quella concordata».
Se il 20 febbraio non arriveranno i soldi, la situazione rischia di ingarbugliarsi rapidamente. L’appuntamento successivo per sbloccare l’impasse, causa elezioni in Olanda e Francia, sarebbe a maggio. Molto vicino alla data in cui vanno rimborsati i 7 miliardi e alla vigilia delle elezioni tedesche. Tsipras, dice il tam tam in Grecia, potrebbe provare a sbloccare la situazione mettendo sul piatto qualche concessione, abbassando forse la soglia di esenzione fiscale. Qualcuno (lui nega) teme che il premier – di fronte al rischio di dover fare nuove concessioni ai creditori – possa sparigliare le carte portando Atene ad elezioni anticipate. E l’allarme Grexit ha ripreso a mandare in fibrillazione pure i mercati: il rendimento dei bond ellenici a due anni – che fino a due settimane fa viaggiava al 6,5% – ha sfiorato ieri il 10%. Livelli da allarme rosso che non si vedevano da molti mesi.