8 febbraio 2017
In morte di Tzvetan Todorov
Paolo di Stefano per il Corriere della Sera«Per tanto tempo mi sono svegliato di soprassalto»: così, parafrasando Marcel Proust, comincia l’autobiografia intellettuale di Tzvetan Todorov, intitolata L’uomo spaesato (Donzelli, 1997). Il brusco risveglio era dovuto a un incubo: Todorov si trovava non più a Parigi, dove si era trasferito nel 1963, ma nella sua città, Sofia, dove era nato nel 1939 e dove era tornato in sogno; da lì, per ragioni sempre diverse, non riusciva più a ripartire.
Quel sogno ricorrente finì nel 1981, quando tornò davvero per la prima volta nel suo Paese. Il ritorno dell’esiliato, scriveva Todorov ricordando quel viaggio, non ha niente a che vedere con il viaggio dello straniero. Lui stesso, da straniero in Francia, era passato dalla posizione dell’outsider a quella dell’insider, quando la sua seconda lingua si era sostituita alla prima senza eccessivi traumi. Ma il ritorno in patria fu un’altra cosa, vertigine, disorientamento e oppressione.
In realtà, la condizione vissuta da Todorov è stata quella del passatore ( Una vita da passatore è il titolo di un ampio libro-intervista uscito in Italia da Sellerio): è una formula che si è cucito addosso volentieri lui stesso, pensando non solo alle frontiere geografiche, politiche, linguistiche attraversate fisicamente, ma a quelle disciplinari.
Per il «ragazzo» cresciuto in una famiglia colta bulgara perseguitata dal regime comunista, l’Europa, vista da quello «sperduto angolo del mondo», cominciava a Vienna: «Dalle camicie ai romanzi, noi eravamo certi che tutto quanto vi apparteneva fosse fantastico». Già in Bulgaria da studente aveva scelto la letteratura (quella slava soprattutto): l’analisi formale permetteva a lui, come ad altri studiosi e critici, di tenersi alla larga dalle pressioni ideologiche del regime. Fu il periodo delle grandi letture, nella convinzione, cresciuta con gli anni, che la letteratura «partecipa al processo di chiarificazione del mondo ma vi aggiunge bellezza e, attraverso questa, lo rende migliore».
A Parigi, dove arriva con la certezza di restarvi non più di un anno, il suo interesse per la teoria della letteratura e per la stilistica lo avvicina ai giovani strutturalisti, animatori di seminari di moda e futuri maître à penser : il narratologo Gérard Genette e Roland Barthes, autore già acclamato dei Miti d’oggi. Le «divinità» accademiche parigine del momento sono grandi seduttori ciascuno a suo modo, Lévi-Strauss, Lacan, Martinet, Benveniste. Dunque, linguistica, antropologia, psicoanalisi…
Il giro di Sartre rimane, per il momento, fuori dalla portata del giovane Tzvetan. Che intanto scopre i formalisti russi, Sklovskij, Tunjanov, Propp, soprattutto Roman Jakobson, sempre più considerato un «fratello maggiore», «innamorato fervente» della letteratura più che «studioso austero». Nel 1965 è Todorov a curare la prima antologia del formalismo russo, destinata a diventare un punto di riferimento anche in Italia. Nella cerchia dei coetanei (e amici) c’è anche André Glucksmann. E tra i sodali ci sono Sollers, Foucault, Derrida, Girard. Una compagnia da perdere la testa.
Il pallino di Todorov è però uno solo: cercare le leggi (scientifiche) che presiedono alla costruzione del racconto, e così nel 1970 esce da Seuil (la casa editrice di riferimento dello strutturalismo) La letteratura fantastica, che cerca di definire le categorie del genere prendendo in esame testi e autori diversissimi, da Le mille e una notte a Nerval, a Poe, a Hoffmann, dal poliziesco al feuilleton. L’idea è che la funzione sociale svolta nell’Ottocento dal racconto di mostri, di doppi, di metamorfosi e di folli finirà per essere assunta nel Novecento dalla scoperta freudiana dell’inconscio, della psicosi, della sessualità.
Fin da subito il formalismo di Todorov si mostra però insofferente all’ortodossia, sfuggendo verso altre prospettive e discipline: la scoperta precoce del teorico della «dialogicità» Michail Bachtin, il grande studioso di Dostoevskij, va in questa direzione. Il dispositivo testuale, che sembrava autosufficiente, si apre sempre più al pensiero, alla storia, all’ideologia mandando in frantumi il limite, in un primo tempo rigidamente segnato, tra letterario e non letterario. Eccolo là il passatore. L’ossessione per i metodi lascia spazio all’antropologia, alla psicologia, alla storia del pensiero. Un’evoluzione verso una pluralità non dogmatica ( Teorie del simbolo, Garzanti 1984), che porterà Todorov a «ripudiare» senza mezzi termini gli strumenti critici del passato in un pamphlet molto discusso, La letteratura in pericolo (Garzanti 2008), in cui rivaluta l’interpretazione come scoperta del senso (ciò che viene messo in gioco dall’autore), comprensione del mondo e dell’uomo: l’attenzione accanita alle forme rappresentava ormai una sorta di fondamentalismo nichilista nefasto nell’insegnamento scolastico.
Fatto sta che Todorov, nel corso degli anni Settanta, andò prendendo altre strade, da cui sarebbero nati contributi fondamentali sulla storia della cultura e sul rapporto con l’altro: La conquista dell’America (Einaudi 1984) è uno studio «semiologico» sull’«invenzione» dell’alterità nel secolo delle grandi esplorazioni (la base filologica sono le cronache e le relazioni dell’epoca).
Era fatale che su questa via Todorov, fedele all’idea di un’identità europea fondata sull’Illuminismo, affrontasse prima o poi i grandi temi etici del «secolo tragico», con il tormentoso rapporto tra oblio e memoria, anche alla luce della sua storia personale. Ecco Noi e gli altri (Einaudi 1991), che prende in esame le riflessioni francesi tra XVIII e XX secolo a proposito della diversità umana. Ed ecco soprattutto l’inchiesta sui totalitarismi del Novecento, Memoria del male, tentazione del bene (Garzanti 2001), dove Todorov rintraccia, nell’attraversare gli aspetti più cupi dei «ciechi tempi», i destini drammatici e anche luminosi di alcuni individui capaci di resistere al male senza considerarsi incarnazioni del bene. Tra questi: Vassilij Grossman, David Rousset, Primo Levi, Romain Gary…
Lo ha fatto invitando a non cedere al facile impulso di accostare meccanicamente il passato al presente. Il passatore spaesato esortava a tenere ben separati i confini tra l’essenziale e la banalità.
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Renato Minore per il Messaggero
La teoria della letteratura, la linguistica strutturale, la letteratura fantastica, le diversità delle culture, l’esilio dello straniero e il rapporto con l’altro, il funzionamento e il possibile deperimento delle democrazie, l’analisi dei totalitarismi con l’immersione nel fondo oscuro dell’universo concentrazionario novecentesco, Lager e Gulag. Si va dal rigore degli studi nella prospettiva della teoria del linguaggio e della storia del fantastico ai rapporti tra pluralità e identità, totalitarismo e democrazia.
Tzvetan Todorov, il grande intellettuale, è scomparso ieri a Parigi, a settantasette anni. E ora che la lunga malattia l’ha alla fine sconfitto, ancora più singolare e unico appare il cammino intellettuale, culturale, politico in cui egli si è mosso in quasi sessanta anni. Dal 1963, quando giovane studente bulgaro era approdato a Parigi, allievo di Genette e di Barthes fino all’inizio del nuovo millennio che l’ha visto voce tra le più autorevoli della cultura europea, pronto a denunciare i lati oscuri della modernità e le involuzioni dell’opinione pubblica in senso egoista e xenofobo.
Si restava stupiti dai campi di sapere che Todorov aveva attraversato. In breve, i temi più dibattuti degli ultimi decenni, a carattere settoriale, semiologico e letterario, ma anche e soprattutto etico - politico. Come l’indivisibilità dei concetti di bene e di male, l’imperfettibilità umana e il rigetto dell’utopia, l’assolutismo nichilista e scientista, la nozione di cura per il diverso, la ricerca sia antropologica che psicologica delle ragioni che spingono gli individui a conformarsi alle norme di un gruppo, di una collettività, di una nazione.
RICERCA
Todorov aveva sempre difeso il filo della sostanziale continuità nella sua ricerca: «Ho voluto utilizzare il mio sapere nell’analisi dei testi, orientandolo verso argomenti che mi riguardavano non superficialmente». Una continuità nel cambiamento, per infrangere le barriere che separano le discipline, nell’ambito delle scienze umane e sociali, in questioni per cui esiste affinità esistenziale.
La sua straordinaria vastità e mole d’interessi e di ricerca era ricondotta entro l’alveo di un’esperienza vissuta personalmente, introiettata e metabolizzata: quella dell’emigrato intellettuale in terra di Francia, giunto da un paese satellite (la Bulgaria sovietizzata) il quale aveva assunto l’ideale che Ugo di San Vittore aveva formulato nel XII secolo: «L’uomo che trova dolce la sua patria non è che un tenero principiante; colui per cui ogni terra è come la patria è già uomo forte, ma solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo non è che un paese straniero».
Vengono in mente le pagine del libro di Todorov più soggettivo e intimo, L’uomo spaesato, il racconto di una persona sradicata dal proprio ambiente che si accorge di essere diventata parte integrante di una società in cui, nel momento del suo arrivo da oltre frontiera, aveva trovato solo indifferenza. «Per tanto tempo - egli confessava - mi sono svegliato di soprassalto. I particolari erano diversi, ma a grandi linee il sogno era sempre quello. Non ero più a Parigi, bensì nella mia città natale, Sofia. C’ero tornato per qualche motivo, e assaporavo la gioia di rivedere i vecchi amici, i miei genitori, la mia camera».
Da quel sogno era nato L’uomo spaesato, dove le esperienze maturate in un paese totalitario si alternavano alle considerazioni amare sui campi di concentramento e la coscienza di chi si è formato, fino all’età adulta, sotto un regime comunista, avvertiva l’urgenza di separare il proprio lavoro dall’intolleranza e dal dogmatismo, cioè da tutto ciò che nella sua terra d’origine era unico, normalizzato. Così Todorov poneva l’accento sul valore della volontà e della responsabilità individuali, anche nelle situazioni più spaventose di abuso e oppressione. Credeva nella possibilità dell’uomo di resistere, di conservare il proprio senso etico pur se sottoposto a trattamenti brutali e supplizi indicibili.
Ma come si può vincere la paura dell’altro, la paura dei Barbari? Questo sentimento così centrale nelle sue riflessioni più recenti, non sparisce facilmente. «Il solo antidoto possibile è l’educazione, non solo nella scuola ma anche con il contributo dei grandi media e con una maggiore credibilità delle classi dirigenti» così mi diceva in una conversazione di qualche anno fa. E concludeva: «Più il potere di cui si dispone è grande più aumentano le responsabilità nei confronti della società. Nello stesso tempo l’educazione alla tolleranza e alla pluralità si deve accompagnare all’affermazione dell’unità: le leggi devono essere effettivamente le stesse per tutti, e la condanna dell’intolleranza essere il terreno comune».