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 2017  febbraio 08 Mercoledì calendario

Siria, 13 mila scomparsi in carcere

La matematica dell’orrore: contare le ciabatte, dividere per due (come i piedi che le portavano e adesso penzolano), calcolare i morti del giorno. «Salivamo sugli sgabelli per provare a vedere dalle celle quanti prigionieri fossero stati impiccati, a terra restavano sempre tra le trenta e le ottanta pantofole».
La vecchia strada statale risale fra le rocce chiazzate dallo scuro delle grotte, da queste parti millesettecento anni fa pregavano gli eremiti cristiani. In cima a una collina di pietre c’è un altro buco nero, quello che inghiotte gli oppositori al regime siriano. Nelle prigione di Sednaya sono stati buttati gli islamisti e i laici che avevano provato a fronteggiare il dominio di Hafez Assad, adesso ci finisce chi si ribella al figlio Bashar.
La procedura è stata ricostruita da Amnesty International, che denuncia i crimini contro l’umanità commessi dal regime. Fin dalle prime manifestazioni pacifiche nel marzo del 2011 il clan al potere sceglie di reprimere le proteste con la violenza.
Gli arrestati – anche solo per aver partecipato a un corteo – vengono torturati e portati davanti a un tribunale militare che legge la confessione estorta. Il processo dura due o tre minuti, l’agonia nelle celle sotterranee va avanti fino a quando gli aguzzini bussano alla porta una notte: i carcerati vengono radunati nel cortile e impiccati. I sopravvissuti contano le ciabatte e i giorni che restano da vivere all’inferno.
Gli investigatori dell’organizzazione internazionale per i diritti umani hanno raccolto le testimonianze di 84 tra funzionari, giudici, ex detenuti. Sostengono che in cinque anni solo a Sednaya – «un autentico mattatoio» – sarebbero state ammazzate così almeno 13 mila persone. «Li lasciano penzolare per un quarto d’ora, qualcuno non muore subito, forse i più giovani che sono leggeri», racconta un ex prigioniero. I cadaveri sono caricati sul camion e seppelliti in fosse comuni segrete. Ai parenti non viene comunicato il destino subito.
Il presidente Bashar Assad ha assicurato nel novembre dell’anno scorso a un gruppo di giornalisti internazionali «i detenuti sono trattati nel rispetto della legge siriana e i familiari possono avere notizie attraverso il sistema giudiziario».
Adesso Amnesty International proclama di poter dimostrare che le «sparizione forzate e le esecuzioni sommarie sono decise ai più alti livelli del regime»: «Sappiamo dove, quando e quanto spesso queste impiccagioni siano perpetrate e chi nel governo siriano le ha autorizzate», commenta Nicolette Waldman, una delle autrici del rapporto.