Oggi, 26 gennaio 2017
Ho riaperto il caso facendo lo 007
Garlasco (Pavia), gennaio
«Ho seguito Andrea Sempio al bar, ho ordinato un caffè accanto lui e quando è andato via ho preso il cucchiaino che aveva usato e il fazzolettino di carta con il quale si era pulito le labbra». Per la prima volta, in esclusiva per Oggi, parla l’investigatore privato che ha “rubato” il profilo genetico al giovane commesso di Garlasco finito clamorosamente, dopo nove anni e cinque processi, nell’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi. Parla e rivela tutti i retroscena di questa svolta nel giallo di Garlasco. Ma chiede che il suo volto e il suo nome restino coperti perché il “furto“di quel Dna rischia di trascinarlo in un guaio giudiziario. Si può carpire il profilo genetico di una persona senza l’autorizzazione di un magistrato? È sufficiente la copertura di uno studio legale che sta svolgendo un’indagine difensiva per un proprio cliente? I pareri sono discordi e ci sono sentenze contrastanti.
ESAMINATO IN SVIZZERA
«Ottenere il Dna non è stato semplice», racconta l’investigatore. «In Italia nessun genetista l’ha voluto analizzare. Avevo un profilo genetico ma non avevo l’autorizzazione di un magistrato. Solo l’incarico dello studio legale del professor Angelo Giarda. Alla fine mi sono dovuto rivolgere a un laboratorio scientifico di Zurigo. Dopo qualche settimana lo studio legale mi ha informato con una mail: “Tombola”. Il genetista Pasquale Linarello ha accertato una sovrapponibilità assoluta nell’indice della mano sinistra e nel pollice della mano destra di Chiara. L’ho visto quell’elettroferogramma (il grafico che si ottiene dopo la separazione elettroforetica di molecole cariche, in generale proteine e acidi nucleici, ndr) e non ho dubbi. Combacia perfettamente».
Eppure, come riscostruisce l’investigatore, il primo sospettato dell’omicidio di Chiara Poggi non era stato Andrea Sempio.
IN TRE SOTTO LA LENTE
«Quando ho cominciato a lavorare sul giallo di Garlasco, in alternativa ad Alberto Stasi, ho individuato tre giovani che potevano essere i potenziali assassini. Rileggendo le carte processuali, i tre hanno attirato la mia attenzione perché conoscevano Chiara e Alberto, perché avevano alibi abbastanza incerti, perché non si capisce bene dove fossero e cosa facessero la mattina del delitto, il 13 agosto 2007. Li ho pedinati e controllati e ho scavato nel loro passato. Ma il primo di loro non era Sempio», spiega l’investigatore. «C’era un altro più sospettabile che appartiene a una nota famiglia della città e che abita a 200, 300 metri dalla villetta dei Poggi. La sua abitazione è separata dalla casa di Chiara da un campo abbandonato e da un muro facilmente scavalcabile dove c’è anche una porticina. Ho pensato che quella potesse essere stata la più comoda via di fuga. Poi la comparazione del Dna, fatta per tutti e tre, ci ha indicato Andrea Sempio e il mio lavoro si è concluso».
UNO STRANO LEGAME
Perché in cima alla lista dei sospettati era finito il giovane che abitava vicino a Chiara? «Osservando alcune fotografie, soprattutto quelle scoperte nel computer di Stasi, mi sono insospettito. C’era qualcosa di anomalo. Poteva apparire una strana complicità fra i due. E poi c’erano le telefonate nei giorni precedenti e successivi al delitto, la sua chiusura totale dopo l’omicidio di Chiara e quella possibile via di fuga verso casa sua, alle spalle della villetta della famiglia Poggi. Ho sospettato tante cose, persino che questo giovane potesse essere innamorato di Alberto, oppure potesse essere l’amante segreto di Chiara e avesse ucciso per una forma di gelosia malata. Un investigatore le deve pensare tutte. Importante poi è accantonare gli errori, i sospetti infondati». E Sempio? «Sapevamo che era amico di Marco, il fratello di Chiara, che frequentava la casa, che aveva telefonato ripetutamente quando Marco era partito per le vacanze e che aveva esibito ai Carabinieri, come alibi per la mattina del delitto, uno scontrino di un parcheggio di Vigevano, conservato per un anno e due mesi. Ora saranno i giudici a decidere».