Notizie tratte da: Simon Critchley, Bowie, ed. il Mulino, Bologna, pp. 225, euro 16,00 , 6 febbraio 2017
LIBRO IN GOCCE NUMERO 130 (Bowie) Vedi Biblioteca in scheda: manca Vedi Database libro in scheda: manca DAVID ROBERT JONES, PER TUTTI DAVID BOWIE – Bowie
LIBRO IN GOCCE NUMERO 130 (Bowie)
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DAVID ROBERT JONES, PER TUTTI DAVID BOWIE –
Bowie. David Robert Jones, nato l’8 gennaio del 1947 a Londra e morto il 10 gennaio del 2016 a New York, dal 1966 per tutti fu David Bowie.
Tv. Tra le prime apparizioni in tv quella del 6 luglio del 1972, col nome di Ziggy Stardust, strizzato in una tutina arcobaleno, i capelli arancioni e le unghie laccate, sul palco di Top of the Pops, il celebre programma della Bbc.
Fratello. Terry Burns, il fratellastro di Bowie, che visse e morì da pazzo, a lungo costretto in una clinica psichiatrica perché schizofrenico, iniziò il David al piacere della musica jazz. Nel gennaio del 1985, alla stazione ferroviaria di Coulsdon South, sud di Londra, mise la testa sui binari e aspettò il primo treno. Bowie non andò al suo funerale, affidò a un mazzo di fiori e a un biglietto il suo dolore e la sua rabbia: «Hai visto più cose di quelle che noi possiamo immaginare, ma tutti quei momenti andranno perduti, come lacrime nella pioggia».
Hitler. «Hitler è stato la prima grande rockstar e il nazionalsocialismo una splendida iniezione di morale». [David Bowie, Playboy]
Tecnica. David Bowie riprese una particolare tecnica dadaista, detta cut-up, sperimentata anche dallo scrittore William Burroughs e dal pittore Brion Gysin. Per generare qualcosa di nuovo bastava ritagliare con le forbici parole e frasi di un’opera e poi rimescolarle e riassemblarle.
Warhol. Andy Warhol, sopravvissuto all’attentato di Valerie Solanas, disse: «Prima di essere colpito sospettavo che invece di vivere stessi solo guardando la Tv. Da quando mi hanno sparato ne sono sicuro». Il cinico David Bowie allora gli dedica una canzone, contenuta nell’album Hunky Dory del 1971: «Andy Warhol e lo schermo cinematografico / Impossibile distinguerli».
Carte. Brian Eno e l’artista Peter Schmidt nel 1975 s’inventarono un set di oltre 100 carte, formato 7x9 cm, nere su un lato e bianche dall’altro, racchiuse in una piccola scatola nera, da consultare in caso di blocchi creativi, dette Oblique Strategies. Si sa che Bowie ne fece uso mentre stava registrando V2-Schneider. Una delle carte poco prima che il sax gli andasse fuori tempo gli aveva consigliato: «Apprezza i tuoi errori come intenzioni nascoste».
Apocalisse. «Come ha suggerito giustamente Jon Savage, Bowie non aveva a che fare con alcun tipo di realismo. Il suo successo era legato a una latente infatuazione per la fantascienza di bassa lega (più Michael Moorcock che Isaac Asimov, più L’astronave degli esseri perduti che Star Trek), su cui parevano modellati i paesaggi in sfacelo abitati da giovani eroi ed eroine spaziali del glam, del punk e del post-punk, con vestiti oltraggiosi, spesso rabberciati e vagamente ignobili: quella che Nicholas Pegg definisce lapidariamente “apocalisse dei sobborghi londinesi”».
Morto. Bowie fu dato per morto infinite volte, prima per un infarto, poi per un cancro al polmone, ma anche per un enfisema o per ogni sorta di malattia. Di sicuro, oltre alla cocaina e all’alcol di cui abusava, c’è un fatto raccontato dalla canzone Always Crashing in the Same Car. Nel garage di un Hotel in Svizzera Bowie distrusse la sua Mercedes per ripetuti testa coda a folle velocità.
Baronetto. Nel 2003 rifiutò il titolo di cavaliere offertogli dalla Regina Elisabetta II. A differenza di Mick Jagger e Paul McCartney non smaniava per diventare baronetto. Al riguardo disse: «Non potrei mai e poi mai accettare qualcosa come questo. Veramente non capisco a cosa serva. Non è quello a cui ho dedicato l’intera mia vita».
Blackstar. L’album Blackstar uscì l’8 gennaio. L’11 gennaio fu annunciata la morte del sessantanovenne David Bowie, malato di cancro. In I Can’t Give Everything Away, il brano che chiude il disco, il suo ultimo comunicato: «Vedere di più e sentire di meno / Dire no intendendo sì / Questo è ciò che ho sempre voluto dire / Questo è il messaggio che ho inviato».
Giorgio Dell’Arti, Il Sole 24 Ore 6/2/2017