LaVerità, 2 febbraio 2017
Gli affaroni d’oro dei sindacati sui diritti d’autore delle biblioteche
Gli italiani non leggono più. L’Italia è il Paese degli scrittori e dei poeti. Ma non dei lettori. Le librerie (e le edicole) piangono sempre di più. Il 60 per cento degli italiani, secondo l’Istat, non legge un solo libro (contro il 38 per cento degli spagnoli e il 30 per cento dei francesi). Ma gli autori continuano a essere numerosi e prolifici e, nella stragrande maggioranza, poveri. Infatti, secondo una ricerca recentissima della Fuis (Federazione unitaria scrittori italiani), gli scrittori sono da considerarsi un segmento dei «nuovi poveri». Ad esempio, il 37,8 per cento degli scrittori a tempo pieno non riesce a vivere con il modesto reddito ricavato. L’indagine, anche se discutibile per la metodologia adottata, ha confermato che il 96,5 per cento degli scrittori interpellati ha risposto che con la scrittura non si campa, soprattutto se ci si occupa di saggi e narrativa, per non parlare dei versi. Infatti, alla categoria dei famosi, appartengono 20-30 firme; a essere generosi non più di 50. La stragrande maggioranza degli scrittori, anche digitali, sognando il best seller deve fare altri mestieri per vivere. Anche perché, come afferma Marie Sellier, presidente della Sociète des dens de lettres, «gli scrittori hanno un riconoscimento sociale molto forte, ma i loro conti correnti sono quasi vuoti». È per questa ragione che i lavoratori della penna fanno gli insegnanti, o i traduttori, oppure collaborano con i media o svolgono un lavoro da impiegato. Tutti i lavoratori e i professionisti sono – chi più, chi meno – tutelati sindacalmente.
Ma chi si preoccupa degli interessi degli scrittori? E quanti sono gli autori? Lasciando da parte i poeti (pare siano più di tre milioni), tra i narratori, i saggisti, i romanzieri e gli scrittori di cinema, teatro, fiction e programmi tv si supera largamente il milione, anche se gli iscritti alla Siae non arrivano al 10 per cento di questa cifra. Gli scrittori di successo che pubblicano nelle grandi case editrici si difendono da soli, spesso con l’aiuto dei loro agenti letterari e legali, soprattutto se sono autori da 100.000 copie. Ma gli altri? Al 99 per cento sono in balia di se stessi e si arrangiano come possono, senza neppure poter contare sui magri diritti d’autore che sono riusciti a spuntare. Talvolta sono costretti persino a contribuire alle spese delle piccole case editrici, che «generosamente» pubblicano le loro opere.
In questo mercato povero e sbilanciato (sempre cioè a sfavore degli autori), prolificano editori improvvisati, speculatori e strane associazioni, che si definiscono sindacati, ma che in realtà si rivelano altro, talvolta anche autentici truffatori.
È questa una materia intricata, densa di trappole e rischi, con una giurisprudenza complicata e difficile da interpretare, dove prolificano organizzazioni come la Fuis, che vivono tranquillamente, riccamente foraggiate dal sistema pubblico (ministero Beni culturali e Siae). Che cos’è la Fuis? È la federazione dei sindacati degli scrittori, che fanno riferimento a Cgil, Cisl e Uil. Vediamo qualche dettaglio storico.
Il Sindacato nazionale scrittori (Cgil) risale al 1945. Fu voluto da Giuseppe Di Vittorio per conquistare il consenso degli intellettuali di sinistra. All’inizio vi aderirono attivamente il socialista Corrado Alvaro e tutto lo schieramento degli scrittori che faceva capo al Pci. Il secondo partner era il Sindacato libero scrittori italiani, di area cattolica e liberaldemocratica (Cisl). Vi parteciparono attivamente Diego Fabbri, Piero Bargellini, Giuseppe Prezzolini, Francesco Valitutti e numerosi altri intellettuali cattolici e non solo. Anche Ignazio Silone ne fece parte per alcuni anni. L’attuale presidente è Francesco Mercadante. Infine, l’Unsa (Unione nazionale scrittori e artisti, Uil) è un’organizzazione laica e di ispirazione socialista, nata nel 1998. L’impegno e le intuizioni del suo presidente, Natale Antonio Rossi, ne hanno fatto la prima organizzazione di categoria.
Storicamente questi sindacati languivano ed erano considerati marginali dalle confederazioni sindacali a cui aderivano, o – precisano gli interessati – di cui erano afferenti. In altre parole, venivano a mala pena tollerati. Certamente non potevano contare su congrui finanziamenti per le sedi, gli apparati e i compensi agli organi direttivi. Ma questo anomalo rapporto con le case madri ha sempre consentito loro una piena autonomia gestionale, senza che venisse meno la copertura politico – confederale. Le risorse erano scarse perché dipendevano quasi totalmente dalle quote degli iscritti e dalle scarse donazioni. Da qui l’intuizione dell’eclettico Tonino Rossi, che umilmente si è sempre cibato del sapere di un grande studioso di diritto e di letteratura, Francesco Mercadante. Entrambi scoprirono che, secondo una direttiva del Consiglio Cee (92/100 del 19 novembre 1992), inserita in una legge del 1994, era possibile usufruire dei diritti d’autore delle opere prese in prestito nelle biblioteche pubbliche. In teoria, ingenti risorse dei diritti degli autori, rimaste sino ad allora incamerate dalla Siae, potevano essere utilizzate per altri fini e dirottate alle associazioni degli autori. Una trovata geniale! Infatti, la difficoltà di reperire gli interessati aveva convinto il ministero dei Beni culturali e la Siae a trasferire una parte di questo Fondo «alle associazioni di categoria maggiormente rappresentative che hanno ricevuto il placet del Mibact (ministero)». A quel punto il gioco era fatto, anche perché non si trattava di pochi spiccioli, ma di diversi milioni di euro l’anno. Mercadante e Rossi convinsero il sindacato della Cgil a condividere la torta, firmando un documento (il 23 luglio 2009) che faceva nascere la Fuis. Venne aperta una sede unitaria in un palazzo del Vaticano, davanti alla tomba di Augusto, e così cominciò l’avventura milionaria.
Il professor Mercadante, insieme al rubicondo e creativo Rossi, promosse a getto continuo convegni, premi, concorsi, corsi di Formazione (in gran parte discutibili): tutte iniziative costose e gratuite per gli aderenti. Solo raramente i nomi importanti della letteratura accoglievano gli inviti dei due copresidenti a partecipare. Chi rispondeva agli appelli? Gli sconosciuti aspiranti scrittori, in cerca di gloria o di conoscenze per pubblicare il loro primo libro. Gli Stati generali degli autori annuali venivano pomposamente pubblicizzati come un grande evento, ma nelle tre edizioni realizzate si sono rivelate molto onerose e dai risultati deludenti. I tre sindacati uniti vissero, per un po’ di tempo, felici e contenti, perché pensavano che, con tutte quelle risorse, si potevano efficacemente difendere gli autori, soprattutto i poveri e frustrati aspiranti scrittori, contro quei cattivoni degli editori, anch’essi miracolati per le entrate del prestito bibliotecario (50 per cento).
Ma quanto rendevano le «entrate» delle biblioteche? Qui le voci sono discordanti. La direzione delle biblioteche parla di 2 milioni di euro l’anno, ma si devono aggiungere altre entrate (come le copie private, cioè le riproduzioni personali). C’è chi parla di 4-5 milioni di euro. Lo afferma Massimo Cestaro, attuale segretario generale del Slc – Cgil (il sindacato della comunicazione), in cui è confluito lo storico Sns, sciolto due anni fa per volere di Susanna Camusso. Oggi gli scrittori possono aderire al Sic, insieme agli attori, ai musicisti, ma anche ai tecnici e operatori radiofonici e televisivi. «Gli scrittori insieme ai postelegrafonici – commenta Mercadante -: che vergogna! Ecco in quale considerazione vengono tenuti gli intellettuali dalla Cgil».
Chiedo a Cestaro: perché il sindacato scrittori Cgil è uscito dalla Fuis? «La ragione principale – risponde – è da attribuire alla misteriosa destinazione di buona parte delle entrate, che devono andare agli autori e ai loro eredi e invece sono utilizzate per iniziative non sempre condivisibili. Non c’era trasparenza nelle decisioni prese, non esistevano bilanci, né preventivi, né consuntivi. Inesistenti gli organi di direzione (esecutivi, direttivi, segreterie), a parte i tre presidenti. Non si svolgevano congressi, né assemblee degli iscritti». Ma quanti sono gli iscritti? «Nessuno lo sa o perlomeno nessuno lo dice, anche perché alla Fuis nessuno paga le quote. Chiunque può essere iscritto e si può definire scrittore, anche se ha pubblicato a proprie spese una raccolta di poesie o un piccolo libro di racconti o di fiabe». Anche voi eravate fra i beneficiari di questo fiume di denaro? «È vero, ma non potevamo più tollerare questo sistema per ragioni etiche e perché temevamo un’indagine di un magistrato o del ministero per accertare la destinazione dei fondi degli autori».
L’ispezione del ministero dei Beni culturali è arrivata. Si sono materializzati come un miracolo i bilanci, che ora vengono sottoposti a un’analisi attenta e rigorosa della direzione di Angela Benintende, conosciuta per essere molto scrupolosa nella tutela delle finanze pubbliche. Attualmente – osserva il copresidente Mercadante – oltre 10 milioni di euro sono congelati in un fondo Siae e non ancora distribuiti, in attesa di accertamenti. I timori sono ben fondati, anche se analogo rigore dovrebbe valere per l’Aie (editori), beneficiari anche loro del ricco tesoretto. Si sa poco anche del capitolo reprografia, cioè delle fotocopie dei libri di testo, gestito ancora oggi dal Cun (Consiglio universitario nazionale), di cui è consigliere anche il docente di sociologia alla Sapienza, Mario Morcellini. Anche da qui arrivano entrate al sindacato Cisl-Uil per i diritti degli autori fotocopiati e anche agli ex soci della Cgil (almeno un milione di euro l’anno). La matassa, come si vede, è ingarbugliata e ogni giorno si arricchisce di un nuovo capitolo.