LaVerità, 3 febbraio 2017
Vi racconto i Lehman e l’Occidente forgiato dalla finanza globale
Stefano Massini è uno degli autori italiani più interessanti dei nostri giorni. È un drammaturgo, ma non teme di misurarsi pure col romanzo, come dimostra il suo splendido Qualcosa sui Lehman, pubblicato con grande successo da Mondadori. È un romanzo, appunto, ma miscela sapientemente la scrittura teatrale, la fiction, perfino il fumetto. Ma, soprattutto, la grandezza di questo libro sta nel tema trattato. Che non è banalmente, la storia della famiglia Lehman (sì, proprio loro, i Lehman Brothers, quelli degli scatoloni). No, qui si parla dell’Occidente e di come il capitalismo l’abbia modellato, a sua volta rimodellandosi sulla base dei desideri trionfanti e incontenibili degli esseri umani. Elementi che già emergevano in Lehman Trilogy, cioè il testo teatrale da cui tutto parte, ultima regia di Luca Ronconi, un clamoroso successo che ha reso Massini celebre a livello mondiale. Nel romanzo, però, la narrazione di Stefano esplode, e attraversa meglio di mille saggi lo spirito del tempo.
In questa intervista si parla anche di lavoro, perché le evoluzioni del capitalismo e il loro impatto sulle nostre vite si misurano anche e soprattutto attraverso l’occupazione e le sue nuove forme. Massini ha scritto pure di questo: un saggio intitolato Lavoro, per il Mulino. E poi un altro bel testo teatrale: 7 minuti, trasformato di recente in film da Michele Placido (nel cast, tra gli altri, Ambra Angiolini, Violante Placido, Cristiana Capotondi, Fiorella Mannoia e Maria Nazionale).
Ogni scritto fa parte del medesimo percorso, delle stessa poetica. Si parla dell’Italia, certo, ma anche del mondo. Ed è questo che rende particolarmente emozionante l’opera di Massini, perché ha un respiro potente, globale verrebbe da dire. Parla di noi, parla di tutti.
Perché ha scelto dì raccontare la storia dei Lehman? Questa famiglia, da qualche anno a questa parte, non gode di ottima reputazione. Anzi, è diventata il simbolo della crisi.
«Mi sono interessato a questa storia per due motivi. Il primo è un motivo diciamo procedurale. Volevo provare a scrivere un testo sul crollo di Lehman e cominciai a documentarmi. Quando presi informazioni, vidi che la cosa che mi interessava di più era raccontare la storia dei Lehman Brothers. La loro vicenda era la parte più interessante. Mi sembrava incredibile che tutti sapessero che Lehman era caduta, ma che così pochi conoscessero la sua storia».
E il secondo motivo che la spinse quale fu?
«Quando crollò Lehman Brothers, nel 2008, iniziò a diffondersi un grosso e percepibile sentimento antibancario e antifinanziario in generale, come se la finanza fosse il luogo in cui prosperavano gli affamatori dei risparmiatori. Mi sembrava che questo fosse un luogo comune. Volevo vedere se quello che era dipinto come il nemico fosse il nemico davvero. Volevo raccontare una storia in controtendenza. E così ho raccontato quella di una banca, che però non è semplicemente una storia di affamatori cattivi. Io racconto la parabola di questa banca come un’epopea umana. È la storia di qualcuno che cercava di sintonizzarsi con l’umanità e dare all’umanità quello che essa chiedeva. Mi sono reso conto che, dietro Lehman, c’era una vicenda incredibile: quella di una banca che ha fatto diventare l’Occidente, nel bene e nel male, quello che conosciamo. C’erano il cinema, il consumismo, le macchine per tutti, l’aviazione civile, gli elettrodomestici...».
Insomma, sembra di capire che alla fine i Lehman non le sono apparsi così «cattivi» come venivano descritti. Semplicemente, sono stati organici al modello di sviluppo occidentale.
«Mi sono reso conto che alla fine, se un colpevole c’era, era tutta la società che aveva investito sul denaro. Non solo le banche che quel denaro lo avevano manovrato».
Possiamo dire che la finanza ha dato forma al mondo Occidentale, lo ha modellato assecondandone le tendenze.
«Quando cominciò a diffondersi in Italia la notizia che un drammaturgo aveva scritto un testo su Lehman, la gente ha cominciato a chiedermi: perché non hai scritto su Monte dei Paschi? La risposta sta dentro questo ragionamento. Il Monte dei Paschi ha avuto dei problemi a causa di episodi illeciti di corruzione, concussione, di cattiva amministrazione e gestione. Il caso Lehman è diverso. È il caso di una banca che crolla per quella che potremmo definire una patologia sistemica. La cosa incredibile è notare che i dirigenti di Lehman hanno trovato posti al vertice in altre banche. Non si tratta di persone che sono finite in galera. Non hanno commesso illeciti. È come se avesse collassato tutta la politica che Lehman rappresentava».
Un intero sistema.
«Esatto. Mi sembra che il crollo di Lehman sia stato il frutto di qualcosa che era iscritto nel dna della banca da decenni, forse addirittura dall’ultimo mezzo secolo. È stato il crollo di una delle più importanti entità rappresentative del capitalismo. Questo però non significa, come qualcuno ha sbrigativamente detto, che il capitalismo sia finito. Vuol dire che c’è stata la fine traumatica del capitalismo nelle forme in cui lo abbiamo conosciuto e poi la sua trasformazione in qualcosa di diverso, che ancora non è dato sapere che cosa sia».
Sembra però che il sistema di cui parlavamo prima tenda a replicarsi, a rifondarsi di nuovo a partire dalle categorie imposte dalla finanza. Un po’ come avviene nel mondo del lavoro, che lei ha affrontato in varie opere. Anche in quest’ambito mi pare che la finanza regni, imponendo la sua velocità, la sua forma liquida.
«Nel mio libro sul lavoro tendo a fare una riflessione: sono convinto che le difficoltà che viviamo dipendano dal fatto che abbiamo schemi mentali, interpretativi e comportamentali, che sono inadeguati. Il mondo del lavoro si è evoluto con una rapidità superiore alla capacità degli esseri umani di adattarsi. La società in cui viviamo stenta a stare al passo dei cambiamenti che la investono. Lo stesso meccanismo vale anche per la finanza, per il capitalismo, per tutto. Il cambiamento è talmente veloce e incontenibile che gli schemi che noi possediamo si rivelano subito obsoleti. Tentiamo ancora di incasellare tutti i fenomeni politici che compaiono in Terra sulla base di categorie come destra/ sinistra, socialismo/ liberismo, nazionalismo... Sono schemi totalmente superati. Viviamo in una società in cui i modi che avevamo prima per definire le cose risultano superati».
Nel suo romanzo il cambiamento è raccontato molto bene. Così come si mostra nei dettagli il modo in cui il denaro ha dato forma all’Occidente.
«Sì, il mio romanzo racconta questo. Per esempio vediamo il passaggio di questi ebrei ashkenaziti dalla religione ebraica alla religione del capitalismo, che è una religione diversa, ma sempre una religione. Nel mio libro racconto l’economia della materia. Quella legata al cotone, per esempio, che è molto concreto e pone problemi altrettanto concreti, tecnici. C’è questo personaggio, Emanuel Lehman, che vuole vedere tutto quello che accade, di persona. Vuole controllare tutti i passaggi. Poi, a un certo punto, ci accorgiamo che i Lehman cominciano a vedere sempre meno a che cosa servono i loro soldi. Questo passaggio avviene quando fanno il primo investimento sulla ferrovia americana, emettendo obbligazioni. I due fratelli più vecchi non accettano di finanziare qualcosa che non vedranno terminato. Da qui si va avanti, passaggio dopo passaggio, fino al Novecento inoltrato, in cui il denaro non finanzia merci e nemmeno opere. In cui c’è un flusso di denaro che nasce dal denaro stesso».
Sono i presupposti del crollo della banca, del sistema che descriveva prima. Di fronte al quale la rabbia attualmente diffusa verso il mondo della finanza, o verso il lavoro che cambia a ritmi insostenibili, è abbastanza comprensibile...
«Più che rabbia, secondo me, è disorientamento. Ci troviamo nella condizione spiazzante di chi ha comprato, per dire, un televisore nuovo e dopo pochissimo si rende conto che è già obsoleto. Abbiamo la sensazione di essere sorpassati da qualcosa che è talmente veloce da non consentirci di tenere il passo. E un conto è quando questa sensazione si applica all’acquisto di un prodotto anche banale. Un altro conto, invece, è quando investe questioni fondamentali dell’esistenza come il lavoro. Basti pensare agli artigiani di un tempo o ai collaboratori domestici che oggi sono pagati in voucher. È disorientante. Non si tratta di un rifiuto della modernità, ma del fatto che serve tempo per abituarsi ai vari passaggi. E questo tempo non sempre c’è».
Restiamo ancora sulla finanza. Oggi questo mondo è raccontato da tanti romanzi, da film come The Wolf of Wall Street oppure La grande scommessa, da serie tv come Billions. I manager e gli speculatori sono i nuovi cattivi?
«Io penso che ci sia una bella dose di ipocrisia in tutto questo. Ipocrisia anche buffa, se vogliamo. In questi film e in queste serie la finanza viene spesso rappresentata come un luogo di pescecani spregiudicati. E senza dubbio c’è una componente spregiudicata, rampante, moralmente disinibita nel superare i limiti che dovrebbero esserci sempre quando si ragiona di soldi altrui (parliamo di persone che investono i fondi di risparmiatori). Ma a me pare che, nel tempo, si riproponga un meccanismo continuamente simile a se stesso. Quello di Pinocchio nel Campo dei miracoli. Il Gatto e la Volpe gli dicono che, sotterrando i suoi zecchini, potrà presto trovarne il doppio senza far nulla. E pinocchio ci crede. Ecco: siamo sempre lì. La finanza è spregiudicata, sì, ma noi abbiamo sempre questa ossessione del fare soldi senza fatica, senza lavorare. Abbiamo in mente questo Eldorado e stiamo per questo scrivendo alcune delle pagine più tristi della società moderna. Il meccanismo vale anche per il gioco d’azzardo e la ludopatia, per tutte le manie di arricchimento facile. È una grossa bizzarria che da un lato la finanza venga dipinta come un luogo di pescecani e dall’altro ci sia Pinocchio che da secoli si affida al Gatto e la Volpe perché gli indichino la strada verso il Campo dei miracoli, in modo che possa arricchirsi senza versare una goccia di sudore».
È una conseguenza dell’eliminazione della fatica che caratterizza la nostra civiltà.
«Sì. Se escludiamo alcuni lavori particolarmente gratificanti, lavorare resta una fatica».
Forse c’è un aspetto da considerare. Ci si aspetta di guadagnare senza fatica perché chi fatica, in realtà, guadagna sempre meno.
«Oggi l’aspetto paradossale è che i vincenti sono proprio quelli che si mettono in tasca i soldi senza lavorare. Mentre quelli che quello che sgobbano e faticano, fondamentalmente, vengono considerati ingenui».