LaVerità, 3 febbraio 2017
I numeri che fanno incavolare l’America
«Se non capiscono con i numeri, regalategli un film di Stanlio e Ollio». Per Donald Trump e il suo staff la «guerra del commercio» alla Germania ha una ragione molto semplice e gli europei dovrebbero essere i primi ad accorgersene. Sta tutto nel corto in bianco e nero della famosa coppia comica che si fa cucire dal sarto due abiti uguali: Stanlio ci naviga dentro con le maniche che svolazzano e i pantaloni che lo fanno inciampare, Ollio sembra imprigionato in una camicia di forza e trattiene il respiro per non far saltare i bottoni della giacca. Eppure i due abiti sono di taglia media, democratici, in fondo persino solidali. L’abito è l’euro che dovrebbe andare bene per tutti. Ollio è la Germania, Stanlio l’Italia ma anche la Spagna, il Portogallo (per non parlare della Grecia), e pure la Francia.
Mentre l’euro sottovalutato (anche del 15%) ingrassa sempre più i floridi tedeschi sui mercati mondiali con un surplus commerciale 2016 di 297 miliardi, l’euro sopravvalutato degli altri Paesi li costringe ad arrancare emaciati per ridurre i deficit, rientrare dai prestiti, rincorrere la locomotiva irraggiungibile guidata da Angela Merkel e Wolfgang Schäuble. L’euro a trazione tedesca è stato il delitto perfetto, realizzato da Berlino grazie a due coincidenze: la maggior competitività e capacità del sistema teutonico di metabolizzare riforme strutturali decise e applicate 15 anni fa da Gerhard Schröder, e il lassismo colpevole di nazioni come Francia, Italia e Spagna nell’addentrarsi nei meandri della modernizzazione per non scontentare nessuno.
Germania sempre più forte, a tal punto da diventare l’esportatore numero uno al mondo (e sfidare il colosso americano) ed Europa sempre più cocchiera. Germania sempre più incurante dell’obbligo di non superare il 6% del Pil nel surplus commerciale (ora è quasi al 9% e brinda ai record) e Italia sempre più stressata davanti allo sforamento di un decimale di debito del patto di stabilità. Lo scenario è questo, rigido e senza quelle fluttuazioni che farebbero da compensazione. Agli americani non va più bene. Quando Peter Navarro, consigliere commerciale di Trump, dice che «l’euro è un marco camuffato, gravemente sottovalutato, il cui valore troppo basso dà a Berlino un vantaggio troppo alto sui principali partner», non scatta solo una fotografia monetaria, ma indica la strada della politica Usa: spacchettare l’Europa commerciale, fare barchette di carta con gli accordi multilaterali e tornare ad accordi bilaterali che premino i Paesi più competitivi.
Anche per questo ieri da Lubiana, durante le celebrazioni per il decimo anniversario dell’ingresso della Slovenia nell’euro, Mario Draghi si è sentito in dovere di difendere il mercato unico: «Senza una politica commerciale comune i cittadini europei sarebbero più poveri del 12%». Il presidente della Bce ha colto i termini della guerra in atto e si è scagliato contro le «svalutazioni competitive». «Non sono mai una soluzione a problemi più profondi dell’economia. Il calo di produttività connesso a problemi strutturali non può essere aggirato con un’azione sul cambio per aumentare la competitività. I Paesi che hanno fatto riforme strutturali non hanno avuto bisogno di un tasso di cambio flessibile». Parlava a Lubiana nella speranza di farsi sentire a Washington e a Roma. Lui sempre così attento a smarcarsi dall’invadenza di Berlino, questa volta sembra preferire il ruolo dell’europeista.
Per Trump non cambia niente, l’abito di Stanlio e Ollio non si può vedere. Lui ha davanti una realtà che sfavorisce i commerci americani e vuole cambiarla. Il confronto fra due blocchi è bene illustrato da un flash del Fondo monetario internazionale. Da una parte ci sono due Paesi in forte deficit: gli Stati Uniti, con una bilancia dei pagamenti in rosso per 473 miliardi (2,6% del Pil 2015), e l’alleata Gran Bretagna che ha un deficit estero di 162 miliardi di dollari (5,2% del Pil nel 2015). Dall’altra parte del tavolo da gioco danno le carte cinque protagonisti in surplus. Tre asiatici: la Cina (285 miliardi di dollari, 3% del Pil), il Giappone (159 miliardi di dollari, 3,4% del Pil) e la Corea del Sud (105miliardi, 7,3 % del Pil). Numeri che hanno indotto Trump ad alzare la voce anche verso Pechino e Tokyo: «Cina e Giappone giocano con la svalutazione e noi stiamo a guardare come manichini». Gli altri due Paesi vincenti sono europei. Una è la Svizzera (72 miliardi di dollari di surplus, 9% del Pil), l’altra è l’Eurozona, straripante: i 19 Paesi insieme registrano nei confronti del resto del mondo un surplus nella bilancia dei pagamenti di 392 miliardi di dollari, pari al 3,2% del Pil della zona euro.
Tutto diventa lampante e perfino disarmante guardando dentro il motore dell’Eurozona: è tedesco, con vantaggi solo tedeschi, come se si trattasse di una Volkswagen venduta a Chicago con il software delle emissioni alterato. A proposito di questo, nonostante il Dieselgate, la casa di Wolfsburg nel 2016 ha superato la Toyota ed è diventata per la prima volta negli ultimi cinque anni la marca automobilistica più venduta del mondo. Un’offensiva commerciale che ha scatenato la reazione americana. «Bisogna stabilire nuove linee rosse», trapela dal think tank della Casa Bianca. Le risposte non si fanno attendere.
Il premier giapponese Shinzo Abe è atteso a Washington la prossima settimana per negoziare. I coreani tirano dritto con aziende che producono a tre turni giornalieri sette giorni su sette. Tedeschi e cinesi stanno studiando strategie comuni in vista del G20 finanziario che si terrà a Baden Baden il 17 marzo. E noi? Al massimo potremmo reggere il vassoio degli aperitivi.