Libero, 4 febbraio 2017
Vita felice e bestiale dell’uomo che rese artisti gli scimpanzé
La scimmia Tibi, che ha suscitato discussioni all’Isola dei famosi in quanto considerata termine di paragone con gli umani (i quali rischiano di uscirne sconfitti) può vantarsi di avere in letteratura il più famoso difensore della razza scimmiesca.
Desmond Morris, etologo, zoologo (è stato conservatore dei mammiferi allo zoo di Londra), artista (anche direttore dell’Institute of Contemporary Arts di Londra), intrattenitore televisivo, nato a Purton, Inghilterra, 89 compiuti a fine gennaio in contemporanea con l’uscita italiana della sua autobiografia, Un cervo in metropolitana (Mondadori, pp 635, euro 24) opera grandiosa ed esilarante. Intertervistato per l’occasione, Morris ha espresso prima di tutto il suo dispiacere per quello che non è riuscito ancora a fare nella vita, tipo un lungo soggiorno alle Galapagos. Inoltre, dopo aver dedicato tanto tempo agli animali, più passano gli anni, più si sta appassionando al genere umano. Perché gli ha riservato delle sorprese: nonostante tutte le nefandezze messe in atto nella storia, Morris sostiene che la nostra razza ha una meravigliosa forza interiore che la conduce ad andare sempre oltre il male. Argomento del quale discusse con molti e anche con Marlon Brando, il celebre attore gli aveva chiesto una “lezione” sulla violenza, tante volte gestita nei suoi film.
Come studioso del linguaggio gestuale umano (racconta di essersi molto divertito nel sud Italia, dove è tutta una sinfonia di mani in continuo movimento) Desmond Morris oggi interviene anche su Donald Trump, dicendo che il presidente Usa tanto attaccato dalla maggioranza del circolo mediatico mondialeè nell’intimo persona profonda e ricca che va oltre l’enfasi delle sue parole: un uomo preciso, efficace, persino «delicato e soffice».
Tornando alla difesa della scimmia Tibi, siamo certi che Morris la riterrebbe più che degna nel suo ruolo di riferimento, secondo quanto ha scritto e, soprattutto vissuto, accanto agli scimpanzé. C’è un capitolo dedicato alle loro fobie (simili a quelle degli umani), e al lungo periodo vissuto accanto al suo amatissimo scimmiottino Congo (vedi retrocopertina). Quando, fra i tanti incarichi ricoperti nel corso della vita, grazie al suo impegno di pittore surrealista, nel ’57 aveva curato una mostra con dipinti realizzati dagli scimpanzé.
Scoppiò uno scandalo, ma persino Picasso difese l’iniziativa acquistando proprio un quadro realizzato da Congo (lo trovate nella ricca galleria fotografica del volume, stupendo) e addirittura morsicando un reporter che aveva attaccato Morris e i suoi «artisti». L’intera autobiografia di Morris è una cavalcata potente nella vita, dipanata giorno dopo giorno accanto all’amatissima (e molto bella) moglie Ramona. E agli animali dai quali ha avuto, insieme con lei, mille sorprese e tante emozioni, non solo i risultati delle conclusioni scientifiche. Ogni capitolo è un racconto, come un libro a se stante, si va dai dinosauri ai corvi, dagli uccelli alle lumache ai cobra, dai pipistrelli ai tori alle mosche ai leoni, in un vorticoso giro del pianeta (il libro prevede un amoio apparato iconografico dalle foto col figlio a quelle coi cavalli preferiti, au suoi quadri), con l’etologo sempre impegnato a lavorare perché, lo dice Desmond stesso, «la vita è troppo breve per essere spesa in vacanze inutili», e lui ha voluto scrivere il più possibile della gioia di raccontare il mondo: «è un testo autobiografico», precisa, «però non riguarda tanto me, quanto le cose che ho visto».
E il cervo del titolo, scelto anche come soggetto per illustrare la copertina? A lui è dedicato un capitolo: si tratta di un esemplare di idropote, detto anche cervo acquatico cinese, all’aspetto un piccolo Bambi, un cerbiatto abbandonato nei pressi della sua casa vittoriana a Barnet, nord di Londra. Anzi una Bambi, perché si trattava di una femmina, lui e la moglie l’avevano trovata abbandonata in strada: pensavano di portarla allo zoo il giorno seguente, ma, dopo che Ramona aveva trascorso la notte ad allattarla con il biberon, non se la sentirono di lasciarla in preda alla paura, con quegli occhioni spalancati, interrogativi e misteriosi. La chiamarono Psyche, nome che si rivelò perfetto, nella leggerezza di un animo lieve (gli animali hanno l’anima, ne sono convinta) e nell’agilità del comportamento. Infatti Psyche era capace letteralmente di volare. Persino oltre staccionate altissime del loro grande giardino. Un giorno fuggì verso la città e...prese la metropolitana.