Il Messaggero, 6 febbraio 2017
Quel ponte che divide Oriente e Occidente
«Nel giorno in cui si recupera dalla Neretva la parte centrale dell’arco del vecchio ponte, assisto a questo avvenimento con una strana emozione. Abbiamo visto gli ingegneri ungheresi che sollevavano con una grande gru, su una zattera, il troncone dello Stari Most che non univa solo le due sponde della mia città natale, ma altresì le vie dell’Oriente e dell’Occidente. Tornerà a farlo?», scriveva Predrag Matvejevic nel 1998.
Nell’odierna Mostar la risposta rimane sospesa. Su un pilone del principale cantiere edilizio attivo – diventerà un albergo della multinazionale statunitense Marriott a pochi passi dal cuore antico della città – campeggia la scritta «War is not over». La guerra non è finita, ma nessuno la può vincere. La pulizia etnica non ha cancellato l’antica traccia multiculturale di questa terra, dove il sole splende anche d’inverno, l’aria è pulita come l’acqua dei fiumi Neretva e Radobolja che l’attraversano. L’ultimo censimento, risalente a tre anni fa, recita che a fronte di circa 70mila abitanti, 120mila anteguerra, la componente croata cattolica è superiore di non più di mille unità rispetto a quella musulmano-bosniaca con una ripresa della presenza serba, quasi sparita durante il conflitto.
A distruggere la città è stata la cosiddetta seconda guerra di Mostar, nel 1993 quando strada per strada è deflagrato lo scontro tra musulmani e croati. Mostar era una storia plurisecolare, cosmopolita, culturalmente rilevante, ora rischia di divenire tante piccole storie insignificanti. Questa città è piena di ponti, ne sono stati ricostruiti sette dei dieci distrutti durante la guerra, ma pochi ancora li percorrono: a est i musulmani, a ovest i croati. Il 70% degli attuali abitanti è arrivato dopo la guerra e non erano abituati alla cultura della convivenza.
ROVINE
Per comprendere fisicamente Mostar occorre arrampicarsi sui ruderi della Staklena Banka, una costruzione mai portata a termine, poi utilizzata dai cecchini durante la guerra poiché mira l’intero contesto urbano. A ovest sulle alture della collina Planinica è stata recentemente dipinta una bandiera croata gigantesca e a poca distanza distrutto il memoriale Partizansko Groblje, architettonicamente maestoso, dedicato ai partigiani antifascisti della Seconda Guerra Mondiale. Sull’altro versante, a est, sul Fortica si legge «BiH Volimo te», Bosnia Erzegovina ti amiamo.
A poche centinaia di metri dalla Staklena Banka ci si imbatte nello scheletro di un edificio di estremo valore storico, affacciato sugli uffici dell’Osce. Era la casa del sindaco molto amato Mujaga Komadina, in carica dal 1909 al 1918, che univa Mostar e la portò nella modernità. Alla morte la sua abitazione divenne la biblioteca della città. Dopo la guerra 1992-94 la politica ha riscritto la storia e non c’è più uno spazio comune dalla lingua alle scuole separate, perfino per la raccolta della spazzatura esistono quattro società.
Il dato politico ineludibile che emerge da qualsiasi fonte interpellata a Mostar è la lenta ma inesorabile agonia dell’accordo di pace di Dayton. Mancano i soldi e gli armamenti per fare la guerra, ma la paralisi sociopolitica non può durare a lungo. Lo scorso due di novembre nel paese, in piena stagnazione economica dopo il rimbalzo dell’immediato dopoguerra, si sono svolte le elezioni amministrative e Mostar è l’unica città a non aver votato. Lo stesso giorno cinquemila mostaresi si sono ribellati allo stallo, inscenando un simulacro elettorale, allestendo vere e proprie urne. Formalmente il sindaco, per decisione del parlamento, è l’ultimo eletto, espressione del partito croato Hdz, mentre l’Sda bosniaco musulmano guida l’ufficio del bilancio. Le due formazioni non trovano un accordo per tornare al voto, che tuteli l’equa rappresentanza senza che prevalga una delle fazioni, ma continuano a spartire il potere. La cosa pubblica amministrata col principio dell’etnocrazia condanna così l’intero sistema all’immobilità.
REVISIONE
«Il nostro attuale problema principale è l’accordo di pace di Dayton, fondamentale per il disarmo e per fermare le uccisioni, che non può però continuare a essere la nostra costituzione – spiega Dzenana Dedic, responsabile della Local Democracy Agency e figura di raccordo fondamentale con l’Europa durante la ricostruzione -. Non promuove una visione comune, istituzionalizza de facto una divisione etnica amministrativamente e socialmente ingestibile. Mostar contiene in scala ridotta tutti i travagli della Federazione croato-musulmana e l’insofferenza della Republika Srpska, che compongono la Bosnia ed Erzegovina. I fondamentali processi democratici sono sospesi, tutto è in mano alle leadership dei partiti, privi di democrazia interna, gli stessi che hanno condotto la guerra. Da otto anni non c’è il consiglio comunale. È una diarchia che condanna la città alla separazione».
È difficile riparare le cose e in alcuni casi sono perse per sempre. Lo smarrimento di venti anni fa di Matvejevic (improvvisamente scomparso pochi giorni fa) è lo stesso che prova oggi il ventinovenne Jasmin Elezovic. Anch’egli fatica a orientarsi nella topografia interiore di una città che progressivamente cancella il passato. Tocca muri ancora crepati, squarciati, che sono il riverbero di ferite non suturate. È stato bambino nella guerra, il padre croato combatteva al fronte.
Jasmin ha gli occhi azzurri con un perpetuo velo di tristezza. Dice che la sindrome post traumatica tipica delle zone di guerra a Mostar non risparmia quasi nessuno. La sua terapia consiste nel raccontare. Jaso ha scelto di non emigrare. Ha aperto l’unica caffetteria che era un lanificio e si trova nella città vecchia nei pressi dello Stari Most. Miscela e serve il caffè bosniaco, nera bevanda qui antico elemento di unione e condivisione. «Non lascio la città a chi intende alimentare l’odio e perpetrare il dolore – dice -. Della guerra conservo la capacità che ti dà di riconoscere la felicità, quando si presenta in piccoli frammenti di tregua».