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 2017  febbraio 04 Sabato calendario

L’accordo con la Libia può funzionare

Solo l’Italia forse sa muoversi con tanta sinuosa destrezza nei deserti libici, perché conosce il territorio, le tribù, le tradizioni della sua ex colonia. Ed è una soluzione all’italiana quella che i leader dell’Unione europea hanno adottato a Malta, un rosario di misure per colmare le diverse lacune di quel «failed State», Stato fallito, che è la Libia: dall’apertura al generale Haftar a Bengasi (per ricomporre lo storico conflitto Tripolitania-Cirenaica) alla difficile alleanza d’interesse con le tribù che a Sud controllano un confine sterminato dal quale filtra merce umana, migranti soprattutto dal Niger. Ma l’accordo per la chiusura della rotta libica tramite il pattugliamento delle coste, sostegni economico-logistici alla guardia costiera libica, la ristrutturazione dei centri per migranti in loco, fondi per lo sviluppo nei Paesi di origine, dovrà affrontare tutti i nodi di una Libia molto lontana dall’essere un’entità unica, solida, organizzata come la Turchia di Erdogan con la quale la UE ha stretto un patto sull’immigrazione che funziona. 
LO SCONTRO TRIPOLI-BENGASI
Il primo gigantesco punto interrogativo è rappresentato dalla frammentazione e ingovernabilità del territorio e dal deficit di autorità. Tripoli e Bengasi non sono gli unici centri di potere, e sono ancora invischiati in battaglie intestine. Il premier Fayez al-Serraj, a Tripoli, risiede nella base militare di Al Sittah, e gran parte della costa è in mano ai trafficanti di uomini. Il generale Haftar, a Bengasi, è impegnato a stroncare sacche di resistenza jihadiste e con l’appoggio di russi e egiziani, ma anche francesi e britannici. Non a caso sono cambiati i toni del governo di Tripoli verso Haftar, considerato ormai un interlocutore essenziale. 
IL RUOLO DELL’AMBASCIATA
Il neo-ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Perrone, lo ha detto a una Tv locale: «L’Italia apprezza il ruolo dell’esercito di Khalifa Haftar e i suoi sforzi. Lui è un uomo importante e ha capacità e un esercito forte che ha ottenuto risultati importanti nella lotta al terrorismo». Lo stesso dichiara la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zacharova, definendolo attore chiave che continua a fare molto per la lotta al terrorismo. Le truppe di Haftar hanno riconquistato Ganfuda, ultimo presidio islamista del Consiglio della shura dei rivoluzionari di Bengasi, legato a Al Qaeda, Brigata martiri del 17 febbraio e Scudo della Libia, vicini ai Fratelli musulmani. Qui è stata trovata una fossa comune con almeno 36 corpi. 
IL CONFINE DEL SUD
Il patto europeo e gli accordi tra Italia e Libia si basano inoltre sul controllo dei confini meridionali, visto che i migranti non sono libici ma altri nord-africani e subsahariani. Gli italiani dislocheranno sulla frontiera una rete di radar secondo il Trattato d’amicizia del 2008. Oltre agli noi, anche francesi e tedeschi sono presenti, i francesi per intercettare i flussi di jihadisti da e per il Mali. Senza mezzi termini il premier maltese Joseph Muscat ha detto che la UE è pronta a pagare e usare le tribù nomadi meridionali per chiudere la rotta. Funzionerà?
PATTUGLIAMENTO DELLE ACQUE
L’Italia e la UE hanno puntato quasi tutto sull’addestramento di uomini della Marina e della Guardia costiera libiche, e sulla dotazione di iniziali 3 motovedette del patto d’amicizia Berlusconi-Gheddafi, alle quali se ne aggiungerà un’altra decina. Intanto, sulla nave anfibia San Giorgio stanno finendo di addestrarsi 89 ufficiali libici ai quali bisognerà poi garantire stipendio e impiego. Il punto è che la missione europea Sophia (EunavForMed) non è stata autorizzata a passare alla fase di pattugliamento delle acque territoriali libiche: le unità restano in quelle extraterritoriali, e pur contribuendo all’arresto di molti scafisti, funzionano piuttosto da mezzi di soccorso in mare. 
L’ECATOMBE NEL MEDITERRANEO
Solo ieri sono state salvate 1300 persone nel Mediterraneo centrale in 13 operazioni di soccorso. Ma l’eventuale chiusura della rotta libica ha suscitato la reazione di Ong e organismi per i rifugiati, che sottolineano come la Libia non sia un Paese sicuro nel quale rimpatriare i migranti, e che restano fuori dall’intesa i profughi, neppure citati. Medici senza frontiere, Oxfam, Caritas, Amnesty e Unicef parlano la stessa lingua. In particolare l’Unicef ricorda che fra novembre 2016 e gennaio 2017 sono annegati almeno 1354 migranti e rifugiati (fra i quali negli ultimi 3 mesi ben 190 bambini). Lungo la rotta dalla Libia i morti sono stati 1191, 13 volte più che nello stesso periodo dell’anno scorso. Basteranno i radar a Sud, il reclutamento di tribù nomadi, tre motovedette e la ristrutturazione di qualche centro di accoglienza direttamente in Libia, a mettere fine all’esodo?