la Repubblica, 5 febbraio 2017
L’amaca di Michele Serra
LA VICENDA della pallida Virginia Raggi è spinosa, ma non ha nulla di così efferato da giustificare che ci si accapigli sul suo destino. Tranne una cosa, questa sì veramente grave: il suo continuo appellarsi al giudizio di Grillo, alla benevolenza di Grillo, al placet di Grillo, come se fosse a lui che deve rispondere e non alle leggi vigenti e all’etica pubblica, che sono o dovrebbero essere uguali per tutti. Come se esistesse una speciale dispensa (paterna? papale?) che solleva dal peccato, l’altra faccia dell’anatema che invece colpevolizza e toglie dignità al di fuori dell’obbedienza al partito (ops, movimento, così sono contenti gli appassionati di lana caprina). È anche questo un aspetto della caduta del senso dello Stato.
Che i vecchi partiti a volte anteponessero i loro porci comodi, e la loro morale interna, all’interesse pubblico, è perfettamente vero. Ma l’idea di dover rispondere, alla fine dei conti, alla collettività non conosceva deroghe; tanto che negli anni di Tangentopoli anche qualche non colpevole, o poco colpevole, piegò il capo alla giustizia con amarezza indicibile. Nessuno pensò che l’assoluzione del suo leader o del suo partito fosse un viatico di innocenza. Raggi, e i suoi con lei, decidano: non si può essere favorevoli all’acqua pubblica e alla morale privata.