il Fatto Quotidiano, 6 febbraio 2017
Adriano Aragozzini: «Droga, pistolettate e orge: vi racconto qual è il vero Festival»
Un artista famoso, più che trentenne, molto tempo fa si era scopato la figlia quattordicenne di un boss camorrista. Che per fortuna non lo seppe mai, altrimenti lo avrebbe incaprettato”. Meglio non chiedere il nome del cantante. Ma è una delle poche notizie che non troverete in Questa sera canto io (La Nave di Teseo), il volume, sapidissimo, in cui Adriano Aragozzini racconta i segreti di 50 anni di canzone italiana e non solo. Mille nomi messi a nudo, aneddoti perfidi, il tombino dello show-biz scoperchiato. Il manager, produttore, e patron dei Sanremo più riusciti (memorabili quelli dall’89 al ’91), giura di aver messo nel libro solo il 20 per cento di quel che sa. Mentre parliamo, tuona al cellulare contro il portavoce di un big innervosito: “Digli di non rompere le palle. Gli voglio bene, ma avrei potuto rivelare troppe cose…”. Aragozzini, vicino agli 80, si toglie tanti sassolini dalle scarpe, e celebra la sua carriera anche in una mostra (aperta fino a Pasqua) ricca di sorprese al Castello Savelli di Palombara Sabina.
Ha nuotato per mezzo secolo in una vasca di piranha?
Ne ho viste di tutti i colori. Trombate tra celebrità. Uomini con uomini, donne con donne, ammucchiate, droga. E dire che io, al massimo, mi sono fatto una canna ad Amsterdam. E poi mi sono sentito male. Quanto agli artisti, ho imparato sulla mia pelle che non dicono mai la verità.
Com’è la storia delle creme di Nicola Di Bari?
Avevo reso Nicola il cantante italiano più famoso in Sudamerica. Gli facevo incidere in spagnolo le canzoni che vincevano Sanremo, anche quando non le cantava lui. Facevo scrivere sui manifesti: ‘Di Bari y la cancion ganadora’… Peppino Di Capri si incazzò, Nicola fece miliardi. Un giorno, partito in anticipo per l’Italia, mi chiese di portargli due vasetti di creme per il viso comprati da una sua amica di Bogotà, alla quale aveva prestato soldi. Li aprii a New York, vidi che contenevano anche biglietti d’amore arrotolati e nascosti e…
E?
Li lasciai lì. Nicola venne a Fiumicino, restò di sasso.
Si sparse la voce che lei, Aragozzini, prosperasse in America Latina perché ben visto dalle giunte militari.
Ci ho sempre riso su. Semmai ho sempre portato via soldi a quei dittatori. Tranne quando ci rimisi un sacco di soldi con un Balletto Hippie di star della Rai. Ero in Messico, i promoter erano i nipoti di Diaz Ordaz, il sanguinario presidente che aveva fatto massacrare la gente a Piazza delle Tre Culture. In Argentina tutelai Gina Lollobrigida dalle pressioni indebite di un ‘coronel interventor’ che voleva portarsela a letto dopo lo show facendo leva sul compenso. Però Gina in quel tour fece innamorare Neil Armstrong di ritorno dalla Luna. Tornò a Roma sull’aereo della Casa Bianca con gli astronauti dell’Apollo 11.
È sempre stato di destra: ha mai ricevuto minacce?
Poche. Una volta scrissero ‘Aragozzini fascista sei il primo della lista’ sul muro di casa mia. Un’altra, ai tempi di Sanremo, un tizio venuto dalla Calabria salì in ufficio gridando che se non avessi accettato quel tale cantante avrebbe fatto scoppiare una bomba. Poi scappò. Non mi sono mai piegato neppure alle raccomandazioni. Nella Rai del mio amico Agnes rifiutai di ammettere al Festival i Nomadi, in quota alla sinistra Dc. La canzone faceva pena. Altra storia: un manager voleva regalarmi un Rolex. Gli dissi: ‘Accetterò quando non sarò più patron’. Con mia sorpresa, me lo riofferse dieci anni dopo, a giochi finiti.
Girava il mondo con milioni in contanti nelle mutande e nelle valigie.
Era l’unico modo per riportare valuta pregiata in Italia. Il mondo era diverso. Anche per questo ho il porto d’armi.
La pistola segnò l’inizio della sua storia d’amore con Tina Turner.
Ci piacevamo. Una sera, nella mia suite, lei inclinò la testa aspettando un bacio. Le dissi: ‘Ho voglia di fare una pazzia’. E lei: ‘Falla!’. Tirai fuori la pistola e sparai in aria. Restò esterrefatta, poi rise. Ci amammo, ci inseguivamo ovunque, organizzavamo vacanze segrete in paradisi esotici, mi mandava biglietti coi baci. Ma per me era un casino, non avevo il passaporto, i conti bloccati, ero separato dalla mia prima moglie. Tina fu un sogno nel periodo più brutto della mia vita. Sessualmente? Beh, io non sono nero, l’ho conquistata con il mio savoir faire…
Follie?
Tante. Una volta mi svegliai a New York convinto di essere a Roma e di dover spostare l’auto in divieto di sosta. Avevo preso l’aereo d’impulso, non so perché.
L’artista più complicato?
Patty Pravo. A Las Vegas avevo stretto l’accordo per un suo show sontuoso, con una scenografia da brividi. Lei rifiutò, come aveva detto no a Fellini e Warhol che volevano farla recitare. La convinsi, contro il volere della Rca, a posare nuda per Playboy quando nessuna cantante lo faceva.
L’amico.
Tanti. Mi commuovo sempre pensando a Modugno. Lo portai a Broadway, non si era esibito lì neppure ai tempi di Volare. Una volta arrivammo nella sua villa di Ansedonia, a notte fonda. Scese dagli scogli e si buttò in acqua. Non lo vedevo più. A un tratto gridò: ‘Buttati! Non sai cosa ti perdi! Il mare è la vita!’.
Tenco?
Uno scempio quelle inchieste sull’ipotesi di omicidio. Luigi si era sparato per emulare Gino Paoli. In quel maledetto periodo si imbottiva di Pronox e peggio. Dalida? Sì, ma lui era sempre stato un donnaiolo, un allegrone.
Sanremo, la sua croce e delizia. I trionfi e il carcere.
Sette processi con l’accusa di aver corrotto i politici, 22mila mie telefonate agli atti e poi assolto per non aver commesso il fatto. In carcere c’è da impazzire, anche se ero un privilegiato con bagno privato. Facevo il giro della cella mille volte. Era il periodo di Mani Pulite… Intanto il mio fatturato scese da 30 miliardi di lire a 500 milioni. Pensare che avevo fatto miracoli nelle mie edizioni. Feci terminare l’epoca ignominiosa del playback, reintrodussi l’orchestra.
Mentre oggi…
Oggi un direttore artistico, diverso dai patron di una volta come me o Ravera, non ha tempo per andare a caccia di buone canzoni. Valuta quelle che gli mandano. Come fa Conti a fare scouting, o a insistere presso i grandi nomi per fabbricare insieme una canzone indimenticabile? E possibile che la Rai debba mettergli accanto la De Filippi, grande professionista, ma stella della concorrenza? Gridano al trionfo con il 50% di share. Io facevo il 75.
Se glielo riaffidassero?
Lo sottrarrei alla sudditanza dei talent. Nuovi artisti bravi, ma chi li conosce? Sì a una giura demoscopica ma niente televoto, con i software ci vuole poco a taroccare i risultati. Ridurrei le serate a tre, e reinviterei gli stranieri perché interpretino le canzoni in gara. Come ai miei tempi.