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 2017  febbraio 06 Lunedì calendario

L’officina di Ciro. Ferrara e la missione in Oriente. «Non si viene qui solo per soldi»

WUHAN SONO le 7 di un giorno qualunque nell’anno del calcio cinese 2017 e Ciro Ferrara spegne la sveglia dell’iPhone per infilarsi sotto la doccia. Venticinque piani sotto la sua suite, lo Yangtze incontra il fiume Han qui nel cuore dell’Hubei, Cina centrale, e una metropoli di 10 milioni di persone si allunga per questa piana di laghi e di fiumi, fortuna e maledizione dai tempi della dinastia Han. «Arrivo il 1° luglio, l’anno scorso, caldo allucinante, umidità pazzesca. Due giorni dopo, un’alluvione da fine del mondo. La hall, qui, tutta allagata. E lo stadio, ecco – mostra la foto nel telefonino – completamente inondato». Non è quello che si dice partire con il piede giusto. «Penso: complimenti, Ciro, porti proprio bene». Scaramantici come i napoletani, in fondo, ci sono solo i cinesi: «Non capivo perché negli ascensori segnano il piano 3A e 3B, poi m’hanno spiegato che il 4 porta sfiga». L’incontro di civiltà prosegue a colazione. «A me la cucina cinese piace pure, e qui ho provato di tutto: cobra, riccio e vermi fritti compresi. Ma di primo mattino come fai: un po’ di frutta, yogurt, una bella omelette». E un buon espresso. «La macchinetta me la sono portata ma non la uso quasi mai. Mi sto facendo una cultura del tè: in ritiro nello Yunnan ho imparato a distinguere tra crudo e cotto».
«Ciro Ferrara, c’è solo un Ciro Ferrara» gli gridavano in curva. Unico, sì, anche oggi che è diventato Ciro il Cinese. Anzi. In viaggio in questa Cina impazzita di calcio, la sua favola resta la più illuminante. Perché va bene i miliardi, Tevez e Pellè, la Nazionale di Marcello Lippi, l’Inter di Suning e il Milan non si capisce ancora bene di chi: ma sotto i ricchi premi e cotillon ciò che succede nella sua League One, che poi sarebbe la Serie B, ti aiuta a scoprire come davvero funziona, qui, il pallone.
L’autista aspetta il tecnico per portarlo 40 minuti più in là, al Wuhan Zall Football Club, per la prima sgambata di giornata. «Ecco, questa è la palestra: bella no? Le macchine Technogym, senti che musica ha messo il nostro il preparatore atletico: Massimo, ma non ci posso credere, proprio Volare?». E lui, Massimo Neri, che adesso Lippi ha voluto anche in Nazionale: «È la versione di Emma: bella carica, dà il ritmo giusto». I ragazzi zompettano che è un piacere, si fatica e si scherza, ma non è sempre stato così. «La prima volta che ci ho messo piede sembrava una rimessa, per terra moquette di chissà quando, in un angolo qualcuno aveva parcheggiato un motorino: l’ho buttato via, e cacciato quel giocatore. La proprietà è stata fantastica: adesso stanno addirittura pensando di costruire un centro sportivo nuovo».
La proprietà è un grande immobiliarista, un classico qui in Cina, si fanno i soldi e poi da qualche parte bisognerà pure reinvestirli, e scommettere sullo sport amato dal presidente Xi Jinping non è una cattiva idea. Ferrara l’hanno chiamato l’anno scorso a metà campionato, lo Wuhan stava retrocedendo, s’è salvato all’ultima giornata e adesso «abbiamo obiettivi grandissimi», dice, scaramanticamente, del sogno di promozione in Super League, come quello centrato dal Tianjn dell’amico Fabio Cannavaro. Ciro è arrivato di corsa, «perché tre anni e mezzo fermo dopo la Samp, quale occasione per rimettermi in gioco». Magari anche tutti quei soldini. «Ci mancherebbe: ma non può essere solo quello».
La partitella scorre senza intoppi, freddo umido che ti gela ma per fortuna oggi poco smog, lui urla gli ordini in italiano e Liu Jian, detto Luigi, il giovanissimo interprete, gli urla dietro in cinese: ha trovato anche il modo di ripetere “Dio Santo”, “Wu De Tian”, quando l’allenatore si spazienta. La mensa non è male, naturalmente menu locale, «ma un paio di volte alla settimana riusciamo a farci fare un petto di pollo, ieri ci hanno regalato una bolognese», è spuntato anche l’olio Carapelli. Oggi c’è doppio allenamento e quindi via, adesso di nuovo in campo. I tifosi? «Qualche migliaio la domenica allo stadio. Ma quando abbiamo aperto al pubblico gli allenamenti, arrivavano sempre gli stessi trenta: è vero che qui lavorano sempre, ma pensate cosa sarebbe successo in Italia». Un altro mondo, un altro calcio. «Ma è anche per questo che chiamano noi stranieri. E per me è questa la soddisfazione più grande. Rifare la palestra vuol dire aver fatto capire che la preparazione non è solo tecnica e tattica: è anche fisica. Portare la Tecar e gli ultrasuoni, perché da oggi non basta più un po’ di ghiaccio sulla caviglia. O avere un addetto alla comunicazione. L’ultima volta mi sono ritrovato due tizi che mi aspettavano seduti sulla mia panchina: mister, l’intervista. Nessuno mi aveva avvertito». Sembra l’abc: ma qui usano, si sa, un altro alfabeto. E il cambiamento che si vede ora a Wuhan – e che mica da chissà quanto s’è già visto nel Guangzhou Evergrande svezzato proprio dal suo maestro Lippi, e poi nello Jiangsu Suning, e nella Shanghai di Shenhua e SIPG – è la vera rivoluzione silenziosa di questa Cina nel pallone.
Sono quasi le 8 e stasera si cena da Damiano all’Hyatt, «presto perché qui alle 9 scatta già il coprifuoco, i cinesi mangiano tre volte al giorno ma gli orari con noi sono tutti sfasati». Wuhan è la città dove Wang Jianlin, l’uomo più ricco di Cina che possiede la più grande catena di cinema al mondo, un quinto del Real Madrid e soprattutto i diritti sportivi di Infront, ha aperto il suo Wanda Movie Park. Ma se togli lo struscio tra i negozi di Hanjie Street e gli onnipresenti Starbucks, Gap e Uniqlo, per Ciro e i suoi non è che la sera ci sia chissà che Dolce Vita. «Facciamo squadra mangiando insieme, ci sono un paio di ristoranti italiani, oppure cuciniamo tra noi. Marco Cirielli, il fisioterapista, è il nostro chef: adesso l’équipe di professionisti è completa, sono arrivati Gianni Mazzella e Adolfo Sormani, voglio vedere anche loro alla prova-spaghetto». Film e tv? «Qua Internet sapete come funziona, niente Netflix, niente YouTube. Studiamo tante parti-di te, certo, e quando posso intercetto la serie A. Ma l’orario non aiuta: siamo 7 ore avanti, come fai a seguire il calcio in diretta, in piena notte, mi sono addormentato perfino su Napoli-Juve».
Per fortuna c’è FaceTime: “Amore, ma sei già sveglio?”. Con figli e moglie ci si sente almeno tre volte al giorno. Paolo e Benedetta, i grandi, sono giù venuti a trovarlo, «questo è un paese che non smetteresti mai di visitare, certo che li ho portati sulla Grande Muraglia, e che meraviglia la foresta di pietra di Kunming». Solo Giovanbattista, 15 anni, ancora non è passato: «E scalpita. Quando ho ricevuto la prima telefonata di contatto, l’anno scorso, ero con lui a Malta, full immersion di inglese. L’ho mollato, povero, per correre a Parigi, a discutere con la proprietà: papà, vai». La famiglia, moglie Paola in testa, sa bene quale partita si sta giocando qui. «L’11 febbraio faccio 50 anni e quando mi chiedono la cosa più bella dico subito: tre figli». E 7 scudetti. E il miracolo di un napoletano che dal Napoli passa alla Juve senza odore di tradimento: «Credo di avere onorato le due maglie alla stessa maniera». I compagni li sente? «Ravanelli, Di Livio, Trezeguet: scherziamo ancora sulle stesse cazzate». E Maradona? «Diego devo solo ringraziarlo per quello che ha regalato a me e alla mia città. E pensate che potrebbe combinare quaggiù: a livello di immagine, per loro, sarebbe un botto. Anzi scherza – quasi quasi lo invito, anche se non posso promettergli una maglia da titolare». D’altronde nulla è più impossibile nell’anno del calcio cinese 2017: e il suo Wuhan non è ancora a caccia del terzo straniero?