la Repubblica, 6 febbraio 2017
Svolta in Lega calcio l’allungo di Veltroni verso la presidenza Con lui tredici club
ROMA Il calcio italiano è ad una svolta. Dopo anni di divisioni, di contrasti sulla ripartizione dei diritti televisivi, di contrapposizioni tra le grandi squadre e le cosiddette medio-piccole, sembra che si stia formando una intesa intorno ad un programma semplice e chiaro, che porterà alla adozione di una nuova governance della Lega di Serie A. Ma il segnale più forte che il calcio italiano vuole mandare è sulla scelta del nuovo presidente: Walter Veltroni. Sarà lui il candidato, o almeno uno dei nomi, proposto all’assemblea che dovrà presto eleggere il sostituto di Maurizio Beretta. Tredici società (le medio-piccole) avrebbero già espresso il loro apprezzamento per Veltroni: manca ancora il sì di Juventus, Roma, Napoli, Inter, Milan, Lazio e Fiorentina. Basterebbe un solo voto a favore (Inter e Roma sembrano favorevoli) e ci sarebbe già il quorum necessario per l’elezione.
Veltroni, che ha dato la sua disponibilità, ha posto due condizioni pregiudiziali: massima condivisione dei presidenti e uno statuto che garantisca il cambiamento.L’unico dubbio che ancora resiste per l’ex segretario del Pd, è il dover lasciare per quattro anni il suo attuale lavoro di scrittura e la possibilità di esprimersi liberamente su temi civili. Sul programma sono arrivate le rassicurazione richieste e non ci dovrebbero essere problemi(anche se il passato insegna che con i presidenti di serie A mai essere sicuri di nulla) perché le società sono praticamente tutte d’accordo a votare un nuovo regolamento che prevede, appunto, un presidente istituzionale e un manager operativo. Sui voti siamo ormai alla conta e sarà importante conoscere il pensiero delle “grandi”: ma sarà difficile dire no ad una candidatura Veltroni, alla possibilità di essere guidati da un personaggio che segna una evidente rottura con il passato e apre a nuove prospettive.
La possibile presidenza Veltroni sarebbe la dimostrazione concreta che finalmente le società vogliono cambiare il calcio italiano. E non sarebbe un omaggio alla politica, perché Veltroni è definitivamente uscito dall’agone politico da otto anni, le sue dimissioni da segretario del Pd sono del 17 febbraio del 2009, rifiutando tutti i numerosi incarichi istituzionali e di partito che in questi anni gli sono stati proposti: la sua vita ora è scrivere libri, sceneggiature e regia per film-documentari, interviste a personaggi dello sport.L’obiettivo della nuova Lega sarà quello di migliorare il prodotto calcio per raccogliere la sfida con le altre leghe europee, nella convinzione che il nostro campionato ha un elevato potenziale, come dimostrato dal crescente interesse di gruppi internazionali che stanno investendo nelle squadre di serie A. Il nuovo presidente con a fianco un grande manager, da individuare, dovrà lavorare per una politica di sviluppo, di una necessaria reazione del sistema calcio, perché la distanza con la Premier League e la Liga Spagnola può essere colmata solo con una managerialità adatta a sostenere la competizione europea e mondiale.Ormai le società hanno capito che è il sistema a dover crescere nel suo complesso: il primo passo da fare è quello di riportare i tifosi allo stadio, ristrutturare gli stadi, ricreare le condizioni per cui ogni partita sia uno spettacolo di festa e divertimento.
Da qui nasce l’idea Veltroni: l’esigenza di affidare il rinnovamento a persone credibili, capaci di dialogare con le istituzioni e con gli operatori internazionali.Se le società si ritroveranno intorno a questa scelta, poi dovranno convincere Veltroni ad accettare questa affascinante sfida, affiancandolo con un manager esperto di diritti televisivi e condividendo un modello di governance della Lega che assicuri autonomia e indipendenza ai suoi organi.
Il prossimo sarà un mese decisivo per il calcio italiano(ci sarà anche l’elezione del nuovo presidente della Figc con un probabile duello Tavecchio-Abodi) e le società di serie A sanno bene che comunque la prossima elezione del presidente rappresenterà una svolta: in caso di mancato accordo non ci sarà spazio per ulteriori “giochetti” perché la Figc è pronta a commissariare la Lega, con Lotti d’accordo, per riscrivere d’ufficio la nuova governance e una nuova legge per la divisione dei diritti televisivi. Massimo Mazzitelli
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La nuova vita di un ex della politica innamorato di Juventus e figurine
SE È VERO, come dice Boniperti, che non dovrebbe parlare di pallone chi non ha mai battuto nemmeno un corner in vita sua, forse chi non sa chi fossero Roberto Anzolin e Silvio Longobucco non dovrebbe fare il presidente della Lega Calcio. Infatti, Walter Veltroni lo sa benissimo. «Anzolin, portiere della Juve alla fine degli anni Sessanta, era il mio idolo da bambino e volevo che la mamma lo sposasse: le lasciavo fotografie di Anzolin sul comodino». Anche Longobucco era bianconero, perduto nella notte dei Settanta, una riserva, eppure Veltroni lo riconobbe al volo quando lo invitarono per una mostra sul centenario dell’amata Juve: puntò la foto col dito e snocciolò vita, morte e miracoli di Silvio Longobucco. L’avvocato Agnelli, lì presente, ammirò in silenzio quella performance da Rischiatutto.
A netto dei recinti del tifo, le praterie del pallone hanno visto scorrazzare Veltroni come un appassionato vero, anzi un malato cronico degli eroi della domenica. Suo padre, non Anzolin ma Vittorio Veltroni, maestro di giornalismo in Rai, fu il primo telecronista a due voci della storia: accadde alla Coppa Rimet del 1954 in Svizzera, insieme a Carlo Bacarelli. Con un simile imprinting, Walter non poteva non essere il direttore dell’Unità che sdoganò le figurine Panini, allegandole al quotidiano di Gramsci. Juventino nel midollo come Togliatti, Berlinguer, lo stesso Gramsci e Luciano Lama, il Veltroni calcistico non può però essere ridotto a queste righe bianche e nere, sebbene un giorno abbia dichiarato a Barbara d’Urso «se potessi cambiare mestiere, farei il presidente della Juve», e alla domanda “quanti sono i vostri scudetti?” abbia autoironicamente risposto «32, ma anche 34». Il destino lo volle infatti sindaco di Roma quando i giallorossi vinsero il famoso scudetto del Circo Massimo e della Ferilli in perizoma, e il mancato figlio di Anzolin si fece fotografare con una sciarpa romanista. Perché mai? «Se ami Roma, questo viene prima di qualunque passione sportiva», lo sciagurato rispose. Ne convinse pochi.
Nella sua prima vita di politico, quand’era vice premier con delega allo sport, il governo approvò il decreto 485 che permise ai club di avere fini di lucro: rivoluzione che ha portato il calcio in Borsa e ha avviato la realizzazione degli stadi di proprietà. Nella sua seconda vita di scrittore, Veltroni ha narrato i miti del calcio e il dolore dell’Heysel in un toccante monologo: un uomo parla alla sua donna che dorme e le racconta l’abisso per provare a liberarsene (Quando cade l’acrobata, entrano i clown: una frase di Platini). Nella sua terza vita di giornalista ha intervistato figurine di carne per il Corriere dello Sport, riuscendo nel miracolo di far parlare il muto Roberto Baggio, “un eroe malinconico”, e di raccoglierne una confidenza dolente: «L’addio al calcio fu una liberazione». Invece Del Piero, “un finto freddo”, gli confessò che «lasciare la Juve è stato devastante». A otto anni esatti dall’uscita dalla politica ci sarebbero poi altre vite, quella di regista, sceneggiatore, autore televisivo e adesso possibile dirigente calcistico. Ruolo che Veltroni non ricoprirebbe certamente da “gobbo”, sebbene sia giusto non rinnegare le passioni, anche perché senza vere passioni sportive nessuno andrebbe ad esplorare il territorio in cui il nostro non ha mai nascosto preferenze romantiche, talvolta nostalgiche: «Rispetto al calcio tutto muscoli, corse, schemi e freddo calcolo, meglio l’epoca di Mariolino Corso, quando si segnava un gol e poi si andava in mucchio a difenderlo».
Non solo Juve, comunque. Anche l’idea di Roma olimpica, andata poi a sbattere contro il populismo, e la presidenza onoraria della Lega Basket nel 2006 per il vecchio tifoso della Virtus Roma. Ora si tratta di mettere d’accordo gli interessi di grandi, medi e piccoli club, all’interno di una Lega Calcio condotta per troppi anni come un ente fantasma agli ordini, confusi, di pochi. Serviranno occhio lucido, autonomia, senso del presente ma anche memoria, e quel po’ di poesia che fa dire al protagonista del monologo sull’Heysel «ero corso appresso a me bambino che scappavo». Non si vive di calcio, se non si corre dietro a quel bambino.
Maurizio Crosetti