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 2017  febbraio 05 Domenica calendario

«Io, Vasco e Lucio». Intervista a de Gregori

Francesco De Gregori nella sua casa di Roma piena di luce, un pianoforte in mezzo alla stanza, dalla parte opposta una libreria, quadri, dischi, un pacchetto di Gitanes senza filtro appoggiate su un tavolino basso che fumerà con discrezione e un certo gusto mentre sorseggia un caffè in tazza grande.
Anche l’sms arrivato il sabato prima dell’incontro era elegante ed essenziale: poche parole concise, il luogo. A capo.
“f” minuscola. Punto.
Lei ha appena fatto un nuovo album live, addirittura doppio, “Sotto il vulcano”. Dal vivo cambia spesso le canzoni. È alla ricerca del suono perfetto?
«Sono alla ricerca del mio suono. E avendo una lunga frequentazione con gli stessi musicisti ci capiamo al volo. Soprattutto conoscono molto bene le mie idiosincrasie…».
Quali sono le sue idiosincrasie?
«Certe scorciatoie che ammiccano al pop, certe soluzioni più banali. Non è facile sintonizzarsi con la mia anarchia ma col tempo ci siamo riusciti. Agli inizi, era il ’76, cercavo di spiegare ai musicisti quello che dovevano fare a partire dal testo, dal senso del brano. Gli dicevo “Dovete suonare Atlantide, che sono tre accordi tutti uguali”.
Loro lo facevano e a me faceva schifo come veniva. Glielo facevo notare e loro: “Vabbè sono tre accordi!”. Certo, sono tre accordi.
Che vanno suonati in un certo modo. Io per suonarli come volevo davvero ci ho messo vent’anni».
A proposito di sfidare gli stereotipi, lei a un certo punto della sua carriera ha fatto una cover di “Vita spericolata” di Vasco Rossi. Come mai?
«Perché è un pezzo che mi è sempre piaciuto. Sembra strano?».
Abbastanza.
«È una delle più belle canzoni italiane. La cosa incredibile è che Vasco la fece a Sanremo e notoriamente io non sono un ammiratore del mondo sanremese ma devo dire che ogni tanto da lì uscivano pezzi straordinari. Ma perché sembra strano che io faccia Vita spericolata?» (ride).
Beh ho avuto l’impressione che anche il suo pubblico…
«Il mio pubblico rimase esterrefatto» (ride).
Insomma... lei è il Principe.
«Che vuol dire? Il pubblico va per stereotipi: il Principe, il maledetto, il professore… A me è sempre piaciuto cantare le canzoni degli altri. Certo mi rendevo conto che poteva sembrare una provocazione ma per me non lo era per niente».
Non essere mai dove gli altri pensano che tu possa essere, anzi che tu debba essere.
«Per me conta il fatto di non porsi nemmeno questa domanda. Le dirò di più: anche se l’intero mio pubblico pensasse che io debba stare in un certo luogo, non ci starei. La mia necessità è solo quella di essere sempre me stesso. In un mondo dove ormai le playlist le fa Spotify mi sembra essenziale fare sempre e solo tutto quello che mi viene in mente. E pazienza se non è quello che ci si aspetta da me. Con un solo limite». «Cercare di non fare cose brutte. Lavoro moltissimo su tutto quello che faccio: è questa per me la forma di rispetto che devo al pubblico».
Del resto quando Vasco canta “Generale” è un tripudio assoluto, si diverte tantissimo.
«Certo. Vasco poi ha uno stadio intero che lo ascolta: è un’emozione!».
Lei è stato il primo però a riempire gli stadi… 
«Sì, io e Dalla nel ’78. Neanche gli stranieri si esibivano lì. La prima fu Patti Smith nel ’79».
Per molto tempo lei non ha fatto dischi dal vivo e poi invece da un certo punto in poi, tantissimi. Come mai?
«All’inizio non suonavo molto bene per cui ho fatto album live solo quando mi è sembrato che ne valesse la pena. In effetti se io vado a contare i dischi in studio e quelli live, sono quasi una discografia parallela. Sono stato anche molto criticato per questo. Ma, a parte la compulsività a pubblicare se stessi, il live è anche rendicontare la possibilità di una canzone di trasformarsi da sera a sera o dall’anno prima o da vent’anni prima: cambia la mia voce non può non cambiare la canzone.
Nel nuovo album c’è un pezzo che cantava con Dalla ai tempi di “Banana Republic”...
«L’idea mi è venuta passando da Milo, in Sicilia, dove abitava Lucio. Mi sono scoperto a canticchiare 4 marzo 1943 e il giorno dopo, contro tutto quello che le ho appena detto sulla necessità di cambiare le canzoni, mi è venuta voglia di farla proprio come era».
Come mai ha scelto di rifare la versione censurata, quella che invece di “e ancora adesso che bestemmio e bevo vino/ per i ladri e le puttane sono Gesù Bambino”, dice: “ancora adesso che gioco a carte e bevo vino/ per la gente del porto sono Gesù Bambino”?
«Mi sono innamorato di quella versione quando l’ho sentita a Sanremo: io non so quale delle due fosse l’originale. È una canzone dedicata a un tema importante come la maternità, non desiderata ma comunque vissuta con dolcezza: questa giovane donna, lui che nasce, quello strano nome che gli viene dato, tutto riconduce a un’atmosfera quasi sacra. Per cui immettere un tema più realistico come la bestemmia, i ladri e le puttane non mi affascinava anche se l’ho cantata tante volte insieme a Lucio con quel testo. Non so se qualcuno gli disse: “non usare parole come bestemmia o puttane a Sanremo”. So solo che questa canzone è commovente per la sua bellezza».
A proposito di pezzi commoventi, ha visto l’emozione di Patti Smith alla cerimonia del Nobel?
«In un contesto così diverso da quello normale, così paludato, non credo ci si senta a proprio agio, può essere molto facile dimenticare le parole».
Lei ha più di duecento canzoni. Come fa a ricordarle tutte?
«Me le ricordo al 99,9 per cento. Quello che non ricordo lo invento oppure... succede il disastro! Però voglio ricordarmele: non ho mai usato e non uso il gobbo elettronico. Tornando a Dylan mi è piaciuto molto il discorso che ha mandato al Nobel».
Che cosa in particolare?
«Beh, per esempio quando dice “vi ringrazio per avermi chiarito le idee sul fatto che sono uno scrittore. Io in realtà nella vita ho sempre avuto problemi pratici, tipo trovare lo studio giusto, il bassista adatto”. Fa tutto un ragionamento low profile e poi ti fulmina: “del resto credo che anche Shakespeare abbia avuto lo stesso problema. Doveva allestire una sua tragedia, per cui si chiedeva: ‘ci saranno abbastanza posti in platea?’, ‘abbiamo lo sponsor’, ‘dove lo trovo un teschio per domani sera?’. Capito che roba? Ti dice: “Non sono uno scrittore”. E aggiunge: “Proprio come Shakespeare!”».
Anche lei ama molto questa fisicità di una parte del mestiere di musicista?
«Certo: senza quella non saremmo qua né io né Dylan. Lo dico spesso: facciamo un lavoro che per buona parte è fisico, manuale, pratico: dobbiamo saper cambiare anche la valvola dell’amplificatore. Altrimenti hai voglia a scrivere di Pavese perduto nella pioggia (fa riferimento al testo di Alice, ndr).
Viaggiamo sulla falegnameria, sulla manualità, sull’elettricità».
Tutti conosciamo Francesco De Gregori ma lei, in un pezzo intitolato “Guarda che non sono io”, dice “guarda che non sono io/quello che stai cercando/quello che conosce il tempo/ e che ti spiega il mondo”. Insomma un conto è la fotografia, l’icona, un altro la persona reale. Un po’ come il Magritte di “Questa non è una pipa”… «L’arte è sempre qualcosa che allude. Non dà mai risposte, nemmeno in termini di identità. Questo vale anche per il mio mestiere: certo non sono io quello della foto, quello della rappresentazione, nemmeno quello della canzone. Le persone cambiano nel tempo così come cambiano le canzoni. Anche gli oggetti si trasformano: l’Orinatoio di Duchamp può diventare tutt’altro».
Sono poche le “icone” che non vogliono esserlo, che dicono “preferirei di no”.
«No ecco, appunto: icona, no! Persona libera sì. Io faccio uno dei mestieri più liberi del mondo: perché non devo approffitarne?».
Un altro che non ha avuto paura a dire di no e ha sempre fatto ciò che voleva è stato l’altro Lucio, Battisti. L’ha conosciuto?
«Ci ho parlato solo una volta al bar della Rca un paio d’ore. Era molto timido ma al tempo stesso emanava un carisma assoluto».
Cosa vi siete detti?
«Avevo appena fatto Alice e lui mi fece dei complimenti: “Aoh, è forte quel pezzo!”. E poi mi disse una cosa che mi parve davvero strana: “tu canti benissimo”. Io capito? Che in quel periodo mi sentivo tutto meno che un cantante! E poi: “quello che mi piace, è che tu riesci a far capire bene il senso di quello che dici nei testi...”. A me! Quello a cui tutti dicevano che non si capiva niente di quello che scrivevo! Tornai a casa volando».