5 febbraio 2017
La menzogna nell’era del web
Io sono l’ultimo che può parlare di verità...”. Se il cardinale Angelo Scola, celebrando il patrono dei giornalisti sabato 28 gennaio, si fosse limitato a questo esordio, la sua dichiarazione sarebbe apparsa alquanto curiosa, se non teologicamente scorretta. Ma invece proseguiva così: “... parlare di verità, del verosimile e della post-verità, perché uso un vecchio cellulare a tastiera che non ho mai appresso, non uso Facebook, scrivo ancora tutto a mano”. Anche l’arcivescovo di Milano, dunque, è portato a legare indissolubilmente al web e, in particolare, ai social network il tema alla moda della cosiddetta “post- verità”. L’uso politico della menzogna ha una sua tradizione storica e nel corso del Novecento – dall’efficiente precetto di Joseph Goebbels (ogni menzogna sufficientemente ripetuta verrà presa per vera) alla disinformacja sovietica e ai dossier “sexy” di Tony Blair – si può osservare come la sua rilevanza sia aumentata assieme all’estensione della “mediosfera”, l’ambiente cognitivo e sociale generato dai mezzi di comunicazione. I social network ne hanno costituito la novità più recente e rilevante e un ruolo lo stanno giocando di sicuro.
Una pia leggenda enigmistica dice che alla domanda (in latino) che Ponzio Pilato pose a Gesù Cristo – appunto, “quid est Veritas” (“cos’è la Verità?”) – quest’ultimo avrebbe potuto rispondere anagrammandola: “Est vir qui adest” (“È l’Uomo che ti sta davanti”). Naturalmente un cardinale non solo non è l’ultimo ma anzi è, se non l’unico, tra i primissimi che possano parlare di verità. Fuori dalla religione o comunque dalla metafisica, invece, parlare di verità suona indiscutibilmente fasullo, o quanto meno inadeguato. Eppure un criterio bisognerà pur adottarlo, in un mondo mediale che si è riempito di fake news, (le notizie false che chiamiamo “bufale”, forse dall’antico modo di dire: “non vedere una bufala nella neve”) e soprattutto mostra di crederci volentieri.
Ogni giorno se ne hanno esempi, e la smentita documentata delle notizie false ( fact checking o debunking, a seconda dei casi) spesso è diffusa dagli stessi social network su cui le bufale pascolano, a mandrie. Ma le bufale hanno i loro allevatori e specialisti a proteggerle dai debunker che le vorrebbero al mattatoio. Così, nella disputa sul numero di partecipanti alla manifestazione per l’insediamento di Donald Trump, per la plateale bugia detta dal portavoce (appena insediatosi pure lui) è stata inventata la categoria dei “fatti alternativi”. Una spassosa fattispecie, che si affianca ai “fattoidi” di cui Norman Mailer parlò nella sua biografia di Marilyn Monroe (1973: sono i “fatti che non hanno esistenza prima di apparire su riviste o giornali”), nonché ai “fatticci” dell’epistemologo Bruno Latour (i fatti-feticci, che superano la distinzione fra conoscenza e credenza).
Già nel Novecento si sospettava che nel passaggio dalle leggende bucoliche a quelle metropolitane la bufala avesse subìto qualche manipolazione genetica e avesse quindi cambiato natura. Ora si richiede agli stessi social network di smentire e sventare le fake news. Mark Zuckerberg dovrebbe riconoscere che Facebook non ha più lo status di piattaforma tecnologica ma quello di azienda editoriale vera e propria, responsabile quindi per i contenuti che diffonde, per gli insulti ( hate speech) o per le bufale ( fake news). Stabilire regole di restrizione e modalità per farle rispettare non è però un affare da poco. Sul fronte delle falsità la ricerca semiotica di Umberto Eco ha chiarito da decenni che il falso non è formalmente distinguibile dal vero. Può anche testimoniarlo la funzionaria della prefettura di Pescara che non ha creduto all’allarme – drammaticamente veritiero – per la devastazione del Rigopiano.
Non si può neppure dimenticare che ogni restrizione pone problemi nel campo della libertà di espressione. Per impulso del giornalista britannico Timothy Garton Ash, che insegna European Studies a Oxford, la stessa università ha adottato un’impegnativa “dichiarazione ufficiale sull’importanza della libertà di parola”. Sono i paradossi del free speech. Gli studenti che reclamano spazi in cui esprimersi liberamente spesso sono gli stessi che cercano di impedire che l’ateneo inviti ospiti che possano esprimere opinioni da loro ritenute offensive. Per Garton Ash, invece, i diversi spazi di un’università possono ospitare opinioni di ogni sorta: Donald Trump non sarà mai invitato a tenere una conferenza sulle differenze etniche, ma potrebbe intervenire in un dibattito in cui le sue posizioni politiche siano sottoposte a una severa revisione da parte degli studenti stessi.
Il discernimento consentito da un’università non è però altrettanto applicabile sulla scena mediale e ormai globale. Contro la parzialità dell’informazione, Umberto Eco ammoniva: “sentire più di una campana”, ma erano gli anni Settanta, ognuno decideva quanti e quali giornali leggere, tg e gr seguire. Fino ad allora la rappresentazione mediale della realtà è stata un teatro in cui un riflettore isolava un oggetto alla volta sul palco e lo illuminava: la qualità della rappresentazione variava da teatro a teatro e il pubblico aveva libertà di scelta. Oggi è saltata la differenza fra palco e platea, perché ogni “spettatore” contribuisce a illuminare, con i suoi clic, i suoi retweet, i suoi propri post. Tutto il teatro, dal pavimento al loggione, dal retropalco al foyer, è completamente pervaso di punti luce e di specchi e specchietti che rifrangono ogni rappresentazione, che si tratti di notizie false o vere. Sono ancora pensabili controlli, restrizioni, direzioni?
L’area della bufala oggi è il globo: il lavoro degli hacker russi influirà sul comportamento dell’elettorato della Pennsylvania. Il suo ciclo di tempo attivo è continuo, nelle ventiquattro ore su ogni fuso orario. La tassonomia della bufala è articolata: c’è quella creata ad arte da uno spin doctor, per ottenere vantaggi politici o influire sui mercati finanziari; quella montata da un giornale per vendere o colpire un avversario politico; quella su internet che serve per indurre l’utente a visitare pagine (è il clickbaiting), quella che scaturisce da test “scientifici”, quella che è l’evoluzione contemporanea e apparentemente spontanea di una leggenda metropolitana, la fandonia detta da un mascalzone per discolparsi... Ognuna di esse viene rifratta, circola velocemente, attecchisce, fa effetto, ed è effetto sistemico: non solo fa credere a singole falsità, ma erode la fiducia, convince che la verità non possa essere ufficiale, pertanto conferisce verosimiglianza e credibilità indiscriminate a ogni rivelazione di segreti.
Le falsità sono agili, colpiscono la percezione e si imprimono nella memoria; verifiche e controlli sono lenti, e non certo “rock”. Scrupolo deontologico e competenza delle redazioni possono solo migliorare. Affidarsi all’onestà etica dei comunicatori, al potere deterrente delle leggi o alla sagacia semiotica degli ingegneri farebbe semplicemente ridere. Come non farsi abbagliare è da sempre, e oggi più di sempre, una questione di igiene civica di ciascuno. Oggi il livello culturale di un cittadino si può misurare dalla quantità di falsità di cui non è portato a diffidare (Principio di Eco) e a quante volte una menzogna deve essergli ripetuta prima che incominci a crederla vera (Parametro di Goebbels). Come scegli a chi e a cosa credere? Che tu ti ponga o no la domanda resta il fatto che, alla fine, de te bufala narratur.