la Repubblica, 5 febbraio 2017
La giornata particolare del signore delle mosche
Era il primo vero giorno d’estate di quell’anno, una giornata assolutamente splendida: calda, limpida e silenziosa. Per quasi una settimana aveva piovuto e tirato vento, così avevo una gran voglia di passare un’intera giornata con il mio retino, anche perché sapevo che un terreno incolto ormai da molto tempo, a solo qualche chilometro di distanza, proprio in quel periodo era stato invaso dall’erba di Santa Barbara ed era diventato tutto giallo, come un campo di ravizzoni. Lì, prima che incominciasse la pioggia, avevo catturato un esemplare di Eristalis abusiva e molto altro, una quantità di insetti, in realtà, tra cui diverse nuove specie. Che cosa stava volando là sopra in quel momento? Non ci sono mai tanti insetti in volo come dopo un periodo di insistente maltempo. Sono arrivato lì in bicicletta già al mattino e la situazione si presentava molto bene. Migliaia di sirfidi in volo.
Subito sono stato catturato dallo spettacolo, ero talmente concentrato a individuare le specie più interessanti che non mi accorsi di una donna che si era fermata sul sentiero a nord del campo, dove ha inizio il bosco. Mi ha spaventato quasi a morte mettendosi a gridare e ponendomi la solita domanda su cosa stessi facendo. Le ho detto semplicemente la verità: che sono un collezionista di mosche. Tutto sommato aveva un aspetto inoffensivo mentre mi si avvicinava attraversando quella distesa gialla, simile a un fiume. Come si sia svolta la conversazione non me lo ricordo. Probabilmente ci siamo detti le solite cose: che i sirfidi possono assomigliare alle vespe, ai calabroni, a volte alle api, e che saperli riconoscere dà piacere e, allo stesso tempo, rende il paesaggio leggibile, quasi fosse letteratura. In ogni caso ricordo che non era insistente né fastidiosa in qualche altro modo, ma che alla fine mi ha attirato in una trappola.Intendiamoci, all’esperto piace raccontare. È quasi sempre così. Il collezionista in particolare è, di regola, un mulinello di parole perché, indipendentemente da quello che colleziona, è se stesso che vuole mettere in mostra, la propria abilità, la propria ricchezza, il proprio buon gusto. Narcisisti, ecco cosa sono. Cosa siamo. Ci sono però dei limiti. Non so se questo vale per tutti coloro che hanno conoscenze superiori alla media, ma noi che sappiamo molto della natura, che abbiamo profonde cognizioni sui vegetali e sugli animali, sui loro nomi, la loro biologia e tutto il resto, non veniamo lasciati in pace quasi mai. Gli altri esseri umani sembrano essere tutti quanti convinti che ci alziamo ogni mattina con in testa solo l’ardito pensiero di diffondere la luce tra le tenebre dell’ignoranza.
Certo, ci sono anche quelli, io ne conosco diversi, prodi e instancabili. E sarei solo stupido se negassi che mi piacciono le tranquille chiacchierate su questo e quello.
Non però in ogni momento della vita. La raccolta delle mosche è, alla fine dei conti, uno sport tecnico che richiede una profonda concentrazione. Le mosche sono veloci, tutto qui. E si spaventano facilmente. Bisogna restare immobili e aspettare finché non sono abbastanza vicine. Il retino è piccolo e leggero, la rapidità che si sviluppa nel corso degli anni assomiglia a quella delle più eleganti battute di un esperto giocatore di squash. È evidente che non si può tenere allo stesso tempo una conferenza. Certe specie, oltretutto, le si riconosce dal ronzio, più o meno come capita con il canto degli uccelli.
In effetti anche chi pratica il birdwatching soffre allo stesso modo per la sete di sapere degli altri. Se a uno studioso venisse un bel giorno in mente di scrivere, per esempio, la storia della tradizione svedese di andare ad ascoltare il canto del cuculo il giorno dell’Ascensione si troverebbe a stilare una lista di esausti scienziati che non hanno mai saputo dire di no, anche se lo studio degli uccelli in una mattina di maggio presuppone il silenzio, la pace e la calma. In realtà credo che si tratti di un’eredità lasciataci dal nobile ideale educativo del movimento operaio: ci si aspetta che chi ha avuto la possibilità di studiare, e magari di diventare uno scienziato, condivida le sue conoscenze e volontariamente illumini i compagni che hanno avuto meno fortuna. Un sistema simpatico, naturalmente, ma a volte si esagera. Io ho sviluppato un metodo particolare per questi casi.
«Rimarrai qui per un po’?». Così mi ha teso la sua trappola.
«Per tutto il giorno», le ho risposto.
«Benissimo. Tra poco arrivano qui alcune classi di scuola media, abbiamo la giornata all’aria aperta. Quelli di terza media saranno di sicuro interessatissimi a sentire di cosa ti occupi».
«Eh, già».
Ma cazzo, uno dice! Giornata rovinata? No eh? Non ho nemmeno accennato al fatto che bisogna essere ben stupidi o ingenui o tutt’e due le cose se ci si immagina che abbia un qualsiasi senso tenere a dei ragazzi di terza media una lezione sulle mosche. Sono interessati gli uni agli altri e a ben poche altre cose. Soprattutto in una giornata all’aria aperta. “Me la svigno”, mi sono detto. “Appena esce dalla visuale taglio la corda”. La donna ha fatto ritorno sul sentiero e, con mio terrore, si è messa a sedere su un sasso, come per tenere sott’occhio il suo acquisto. Sembrava che stesse effettuando una ricognizione e avesse trovato un vero aborigeno impegnato in uno dei misteriosi costumi della popolazione isolana. In lontananza si sentivano avvicinarsi le scolaresche. Parevano un branco di babbuini nella savana. È stato allora che ho escogitato la mia tecnica per darmi alla fuga in situazioni di emergenza. Semplicemente mi sono messo a fingere di aver scorto una mosca volare a qualche metro da terra in direzione sudest, al di là del campo. I sirfidi non volano in questo modo, ma la mia guardiana, naturalmente, non lo sapeva. Ho cominciato così ad agitare il retino, un po’ a caso, dando la caccia quasi di corsa all’insetto inesistente il quale, evidentemente, riusciva a sfuggirmi perché l’inseguimento continuava a velocità sempre maggiore. Infine mi sono messo a correre come una gazzella di Thomson, be’, insomma, comunque veloce, attraversando tutto quel campo piuttosto vasto e continuando ad agitare il retino come un idiota. Arrivato felicemente dall’altra parte ho saltato d’impeto il fossato e sono sparito nel bosco. Via.
Dal mio nascondiglio ho potuto vedere arrivare le scolaresche, almeno cinquanta ragazzi. L’insegnante li ha radunati al bordo del campo, ha detto qualcosa facendo un cenno nella mia direzione. Sono rimasti lì per almeno dieci minuti, dandosi spintoni e scambiandosi insulti come fanno gli adolescenti. Infine hanno ripreso il cammino verso est. Mi sono spesso domandato che cosa abbia detto loro la donna.