la Repubblica, 5 febbraio 2017
Il piacere sensuale dell’opera d’arte. Intervista a Jean Clair
L’esperienza dell’arte vista attraverso i propri occhi rischia di scomparire. Ma a estinguersi ormai è l’idea stessa di museo». Jean Clair, settantasei anni, decano degli storici dell’arte e dei curatori francesi, ha uno sguardo apocalittico sul contemporaneo, si sa. Lo ha dimostrato in saggi come Critica della modernità e La responsabilità dell’artista. Dal suo appartamento parigino, risponde interrompendo ironicamente le sue analisi con frasi come: «ormai sono vecchio», «risulto troppo cupo». È chiaro, però, che crede fino a un certo punto alle giustificazioni che hanno a che fare con l’anagrafe. «Ma non sono un reazionario», tiene a dire. «L’utilizzo delle nuove tecnologie è qualcosa di fantastico. Sono un fanatico del digitale e del web, quando si tratta di lavorare. Se vado a caccia di un testo o di un’opera, su internet trovo tutto in un minuto. In una biblioteca impiegherei due settimane o perderei tempo in ricerche lunghe e penose. L’esperienza dell’opera d’arte, però, è qualcosa di diverso».
Che cos’è, Monsieur Clair?
«Quello estetico è un piacere che ha bisogno di un rapporto materiale, quasi sensuale con il suo oggetto. Ho visto mostre fatte solo di schermi elettronici che sono tra le cose più noiose al mondo. L’opera d’arte va vista con i propri occhi. Con l’associazione “89plus” che riunisce una nuova generazione di creatori nati nel 1989, anno della caduta del Muro di Berlino e dell’avvio del World Wide Web. Ma nell’istituto sono stati accolti altri creativi, come lo scrittore e artista canadese Douglas Coupland. «Ci ha chiamato lui, chiedendo di poter essere ospitato», racconta Damien Henry. Alla fine ha creato un libro dal titolo Search nel quale ha selezionato quaranta tra le parole chiave più utilizzate nel motore di ricerca. Il tomo è stato stampato nell’istituto in edizione limitata. Coupland ha voluto anche fabbricare con materiali riciclati un suo Google Cardboard, uno degli ultimi accessori dell’universo Google Arts & Culture: un visore in cartone nel quale si può inserire il cellulare per navigare nell’applicazione, avendo l’impressione di muoversi dal Taj Mahal al MoMA, fino ai piedi della Venere di Botticelli. La versione più evoluta è il DayDream View, il casco per la realtà virtuale ad altissima qualità, sempre a partire dal cellulare. «Sono nuove narrazioni per l’arte», commenta Damien Henry, che ha messo a punto il Cardboard e ha partecipato al progetto “Big Bang”. Il viaggio nell’iperspazio della cultura non è ancora finito.
Solo la presenza di oggetti materiali in uno spazio permette allo spirito di ricordare e preservare l’esperienza dell’arte. La sparizione della materialità si traduce in un disastro anche per la mente. Non mi riferisco solo alla pittura. Prendiamo la mostra su Darwin dell’anno scorso alla Cité des Sciences et de l’Industrie di Parigi: c’erano solo video e animazioni. Era tremendo».
Penserà tutto il male possibile anche di un percorso immersivo senza vere opere d’arte come quello dedicato a Van Gogh, che ha fatto il giro del mondo…
«Può essere un’esperienza curiosa. Ma rischia di stancare dopo appena cinque minuti. Non ci si può accontentare di guardare immagini. A lungo andare si perde la dimestichezza con il colore. Finisce l’expertise, la conoscenza diretta attraverso lo sguardo. Non è un caso che in giro si vendano molti Van Gogh falsi».Se possiamo formarcene uno personale con Google, le app e la Rete, i musei veri non hanno più senso?«Quello che offre Google può essere paragonato più a un archivio che a una galleria d’arte. E oggi sotto l’etichetta museo, ci sono cose molto diverse. Il senso e l’utilità di un museo sono scomparsi. A Parigi festeggiamo i quarant’anni del Centre Pompidou: ricordo che nel 1977 ricevetti l’incarico di curare la prima mostra su Marcel Duchamp. C’era l’idea di presentare un’esposizione completamente innovativa. Ora le mostre al Beaubourg sono inguardabili. Celebrano l’apologia del nulla. Il nulla capitanato da Jeff Koons. Ci vorrebbe una politica di gestione più ambiziosa e colta. E invece è il mercato dell’arte a premere su tutto. Viviamo in un’epoca di falsi mecenati. Sono tutti mercanti. Money, money, money. Conta soltanto questo. L’Europa vive l’inizio della sua fine. Pazienza, sarò diventato troppo anziano e pessimista…».
Non ci sono musei che ama ancora visitare?
«Al Louvre ormai non vado più: c’è troppa gente. I musei scientifici per me sono quelli più importanti, ma a Parigi, negli ultimi tempi, hanno chiuso in otto per mancanza di pubblico. In Italia considero il Museo della Specola di Firenze e quello dell’Università di Bologna molto più interessanti e importanti del Beaubourg».
Fino al 27 marzo, Palazzo Fortuny, a Venezia, dedica una mostra alla bottega dei Cadorin: una dinastia che ha fatto la storia dell’arte e dell’artigianato in laguna. Lei, in un testo in catalogo, ricorda il suo rapporto con gli ultimi discendenti dei Cadorin e il suo incontro con Venezia, nato da una fuga giovanile…
«Non avevo ancora sedici anni: era l’estate del 1956. Fuggii dalla colonia estiva sul Lago di Garda solo per vedere Venezia. Arrivai con l’autostop, scappando alle cinque del mattino. La polizia, allertata dal direttore della colonia, mi trovò e mi portò alla casa dei minorenni, alle fondamenta delle Zattere. Ma mi fece fare anche un giro in barca: fu una cosa fantastica. Ricordo la meraviglia, la luce di quell’agosto. Rimasi a Venezia due giorni, poi il consolato di Francia mi aiutò a tornare a Parigi in treno».
I Cadorin rappresentano la tradizione di una bottega artistica. Cosa rimane di quell’eredità?
«Il lavoro in bottega è sempre stato la pietra miliare di tutto l’occidente. Nelle botteghe dell’arte e in quelle artigiane si trasmetteva l’esperienza di generazione in generazione. Quando diressi la mia Biennale nel 1995, l’edizione del centenario, mi dedicai proprio a questo tema: la trasmissione del sapere. Un tempo c’erano le botteghe, le accademie, poi i caffè, dove fino al Novecento, a Roma come a Parigi e a Berlino, gli artisti si riunivano e si tramandavano la teoria e la pratica. Solo così l’arte poteva sopravvivere. Adesso non si insegna più niente. Abbiamo Koons e Hirst».
Il ragazzo di sessant’anni fa cosa consiglierebbe a quello del 2017 che vuole conoscere Venezia, avvicinarsi all’arte?
«Di andarci subito a tutti i costi, come ho fatto io. Partire, vedere, toccare. Niente di più».