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 2017  febbraio 05 Domenica calendario

Il museo di tutto il mondo

Un paesaggio tridimensionale popolato solo di quadri, stampe, fotografie, sculture. È il nuovo Big Bang culturale immaginato da Cyril Diagne, uno dei tanti code artist invitati in residenza nell’istituto parigino Google Arts & Culture. L’artista francese ha creato un universo poetico e sorprendente nel quale vagare senza bussola. In gergo è quello che gli ingegneri chiamano Serendipity Engine, algoritmi che permettono di riprodurre la casualità degli incontri reali. «Un modo di trovare senza cercare». Damien Henry, ingegnere di Google, riassume così il progetto, una battuta paradossale per un grande motore di ricerca.
Al primo piano dell’antica palazzina di rue de Londres, nono arrondissement, si applicano al mondo dell’arte le ultime frontiere del Machine Learning, la branca dell’intelligenza artificiale che consente ai computer di apprendere attraverso esempi, senza la normale programmazione. Cyril Diagne è partito dalla banca dati accumulata in questi anni dal colosso di Mountain View, utilizzandone solo una minima parte. Il progetto culturale di Google è ormai un meta- museo con sei milioni di opere digitalizzate e accessibili gratuitamente in Rete. Il Lab della sede parigina fa lavorare insieme ingegneri e creative coder come Diagne o il tedesco Mario Klingeman che, sempre attraverso gli algoritmi, ha lanciato X degrees of separation: l’accostamento di opere in base a similitudini di forme, colori, con un filo conduttore non più cronologico, geografico ma ispirato alla teoria secondo cui ogni persona è collegata da un massimo di sei gradi di separazione. Klingeman ha immaginato sequenze inedite, gallerie virtuali in cui si passa da una stampa cinese a una moneta antica, da un’icona a una fotografia moderna.
«Sviluppiamo nuovi modi di esplorare la cultura», racconta Luisella Mazza, nata a Genova trentaquattro anni fa. Studi a Bologna, carriera internazionale per Google in Africa e Medio Oriente, adesso vive tra Londra e Parigi ed è coordinatrice delle nuove collaborazioni. Lanciato nel 2011 con un gruppo di diciassette “pionieri”, tra cui gli Uffizi, il Google Art Project è stato promosso da un ingegnere di origine indiana. Amit Sood lavorava al marketing di Google ma nel tempo libero passava ore a navigare per visitare in poltrona musei di tutto il mondo. Senza avere competenze specifiche nell’arte, da semplice utente si è accorto che l’offerta in Rete delle istituzioni culturali era ancora limitata, poco accessibile. E per realizzare il suo sogno ha utilizzato la formula 20 per cento, ovvero la possibilità per gli ingegneri della multinazionale di dedicare un quinto dell’orario lavorativo a progetti innovativi autopromossi.
Una delle prime collaborazioni per le visite in immersione è stata con il museo d’Orsay, in occasione della mostra su Van Gogh e Artaud. Il commissario voleva esporre il famoso dipinto Campo di grano con volo di corvi che però non poteva essere trasportato dal museo di Amsterdam. «Abbiamo portato l’opera in formato digitale dentro alla mostra e si è perfettamente integrata», ricorda il program manager Pierre Caessa davanti al “Big Wall”, lo schermo interattivo di sessantacinque metri quadrati utilizzato per mostrare agli interlocutori istituzionali le tecnologie offerte da Google, a cominciare da Street View che permette tour virtuali. È davanti al “Big Wall” che il figlio di Marc Chagall si è commosso, ritrovando un suo cameo nel grande affresco della cupola dell’Opéra Garnier. Grazie all’alta definizione della riproduzione su grande schermo ha potuto vedere il minuscolo ritratto di bambino fatto da suo padre. A diciotto metri d’altezza, la distanza della cupola dell’Opéra Garnier, nessuno avrebbe mai potuto accorgersene. «È stata per lui una grande emozione, ci ha ringraziati».
Da quell’avanguardia di musei che nel 2011 hanno superato dubbi e reticenze, i partner di Google Arts & Culture sono diventati più di milleduecento in oltre settanta paesi. L’Italia è rimasta la nazione con più collaborazioni, ben ottanta, tra cui l’ultima con il comune di Mantova in occasione dell’anno da capitale culturale. «L’amministrazione ci ha chiesto un altro modo di valorizzare il patrimonio», spiega Luisella Mazza. Nella città del nord è stata testata una delle nuove invenzioni del Lab parigino, ovvero la Art Camera che permette un’altissima risoluzione, un miliardo di pixel, e tempi rapidissimi: meno di un’ora per digitalizzare un’opera. La telecamera è stata utilizzata per riprendere una cinquantina di opere, tra cui il Ritratto di Giulio Romano di Tiziano.
«The real thing is always better», ama ripetere il fondatore del meta-museo, Amit Sood. I googler che lavorano nella sede parigina – una quarantina di dipendenti – sono convinti che l’infinita e sofisticata riproducibilità tecnica delle opere d’arte non tolga interesse e suggestione, come temeva Walter Benjamin, ma anzi possa attirare un nuovo pubblico. Ogni anno il sito ha oltre cinquanta milioni di visitatori e l’estate scorsa è stata lanciata l’applicazione di Google Arts & Culture, disponibile in venti lingue e già scaricata da un milione di utenti.
«Il nostro obiettivo è stimolare la curiosità», sintetizza Luisella Mazza. Uno degli ultimi progetti è per esempio quello con la Biennale di Architettura che, grazie alla piattaforma virtuale, può far vivere i sessantacinque padiglioni di altrettante nazioni ben oltre il periodo di esposizione a Venezia. Anche nel caso del Street Art Project, la multinazionale americana ha museificato opere per natura effimere come quelle dei writer. Una galleria virtuale ha immortalato i graffiti fatti su serbatoi d’acqua di New York, gli affreschi nella Tour 13 di Parigi prima che venisse distrutta o quelli degli artisti invitati al Festival Emergency in Sicilia. Sul sito e l’applicazione c’è anche il museo di scienze naturale più grande del mondo, con le risorse di cinquanta istituzioni in quindici paesi, la visita di notte nella Valle dei Templi.