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 2017  febbraio 05 Domenica calendario

Dalle triglie di Hinault al kamut di Milanello

Qui si dà ufficialmente il bentornato a Felipe Monteiro Diogo, nato a Jundiai (Brasile) il 17 luglio 1988, più noto come Sodinha. Così chiamavano anche suo padre Jair, giocatore del Santos, appassionato di una bevanda che potremmo avvicinare alla gassosa. Se n’era andato dal Trapani nel gennaio 2016, e Serse Cosmi, che non è un tenerone, gli aveva scritto una lettera aperta affettuosa e ammirata. E Alessandro Calori, suo allenatore al Portogruaro, aveva paragonato i suoi piedi a quelli di Roberto Baggio. Oltre a numerosi infortuni al ginocchio, quattro interventi chirurgici, il problema di Sodinha è sempre stato il peso. Beveva molto, non gassosa ma whisky e vodka, e ingrassava di conseguenza. Lo scoprì a 20 anni l’Udinese, lo girò al Bari dove Conte lo spedì altrove (Paganese) perché era tornato dalle vacanze di Natale con 10 giorni di ritardo. «Non ti voglio più vedere», gli disse. «Aveva ragione lui», ha detto Sodinha (servizio sulla Gazzetta di ieri). Poi: Portogruaro, Triestina, un anno da svincolato, Cearà in Brasile, Brescia (segna solo con questa maglia: 5 reti in 3 campionati), Trapani e ora, forse, Mantova in Lega Pro. Quindi, oltre al bentornato, servono gli auguri. In questi giorni sta facendo le visite mediche. Nonostante un palmarès piuttosto magro (oops), Sodinha è oggetto di culto per le sue doti tecniche, è un calciatore di nicchia, o di nicchiona. Un numero 10 che ha fatto dire a Gene Gnocchi, che pare fosse un buon numero 10, di quelli bollati col “bravo ma lento”: «Il calcio senza Sodinha è come una balera senza musica».
Dopo Trapani e relativo addio al calcio, Sodinha passa le giornate a rivedere partite in tv e a piangere. Poi dà una svolta: diventa evangelico e atleta di Cristo, frequenta più le palestre delle discoteche, sposa Rosangela. «Bevevo io, beveva lei. Adesso basta». Era arrivato a 98 chili, ora è a 83. «Devo scendere di altri 4/5 chili, ma è aumentata la massa muscolare. È importante andare a letto presto, massimo alle 10». Naturalmente segue una dieta e la espone: «Colazione: spremuta d’arance e un panino integrale. Metà mattina: frutta. Pranzo: piatto principale a base di pollo e verdure. Merenda dopo l’allenamento: tanta frutta. Cena: insalata, pesce, ancora pollo. Prima di dormire: yogurt magro».Be’, non sembra una dieta micidiale, dura da sopportare. Più severa quella vigente al Milan, ne ha scritto venerdì Enrico Currò su queste pagine. Aboliti pasta, pane, latticini e hamburger. Abolita la carne rossa, aboliti i pomodori. Niente succhi di frutta e bevande zuccherate, c’è il latte di soia o di cocco. La vigilia della partita zuppa di verdure e riso basmati, o pasta di kamut integrale con ragù bianco di pollo. Il giorno della partita pasta di kamut con pesto vegetale e tacchino ( ndr: tacchino no, piuttosto digiuno) alla piastra. Dopo la partita, riso venere con carote o piselli o lasagne integrali di radicchio rosso con besciamella vegetale. Nel calcio un gol si può divorare, ma al Milan la dieta da anni è considerata fondamentale. Basti pensare alle crostate di frutta, che secondo Berlusconi Liedholm non considerava. Non c’è da scandalizzarsi né da esaltare i tempi di riso in bianco e filetto al sangue per gli atleti. Più si va avanti più si trovano soluzioni. Quella della Milan non si può definire una dieta vegana perché comprende carne di pollo e di tacchino. Lo è parzialmente. Il regime alimentare di Messi e Cristiano Ronaldo è seguito da specialisti. La bistecca non è obbligatoria. Si può essere vegetariani e campioni: Carl Lewis, Martina Navratilova, Edwin Moses. Detto questo, non escludo che qualche giocatore del Milan abbia fame non solo di punti, ma di puntarelle (con acciuga) e puntine (altro nome delle costine di maiale, vietatissime).
Helenio Herrera fu uno dei primi a imporre una dieta. Che a tavola i giocatori dell’Inter seguivano ordinatamente, sotto gli occhi del mago. Salvo poi chiedere panini in camera, se stavano in albergo, o prepararseli di persona nelle cucine di Appiano Gentile. Fonte: Sandro Mazzola. Ho frequentato molti centri sportivi e alberghi ritiro di calciatori. A parte Scopigno che non proibiva nulla, non era nelle sue abitudini “e tanto poi quello che va in campo sei tu”, sulla lista nera oltre a vino (massimo un bicchiere) e liquori c’erano le fritture, le salse piccanti, i dolci. Per questo, passando dal calcio al ciclismo, mi stupii molto a Palinuro, Giro d’Italia del 1980, quando Hinault, rientrando in albergo, adocchiò un contenitore pieno di triglie, qualcuna ancora si muoveva, e disse al patron: «Per me, stasera, una bella frittura di queste». Io, che lo stavo accompagnando per un’intervista, obiettai: «Ma scusa, Bernard, le fritture non sono vietate a voi ciclisti». E lui, testualmente: «Je m’en fous. Ho voglia di mangiarle e le mangio. Sono uno sportivo professionista, non posso e non voglio trattare il mio corpo come un bambino malato». Chapeau, pensai. Senza dirlo.