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 2017  febbraio 05 Domenica calendario

Il viaggio di Degas è (in) finito

Parigi, 1917. Edgar Degas muore nel suo studio, circondato da piccole ballerine flessuose di cera e da una tristezza che non lo ha più abbandonato sin da quando, cinque anni prima, è stato costretto a traslocare dal suo storico atelier di rue Victor Massé. Ma la Grande Guerra ha diluito quella speciale luce parigina che qualche mese prima aveva accolto in città Pablo Picasso, illuminandolo nel preciso istante in cui Jean Cocteau si era innamorato di lui.
In quelle stesse ore, centinaia di chilometri a Nord, il trentunenne banchiere tedesco Friedrich Gutmann, pur residente nel Surrey, era stato internato sull’isola di Man dopo la rigida applicazione delle leggi contro gli stranieri (soprattutto i tedeschi) sul territorio britannico. Fritz, come lo chiamano in famiglia, è vicedirettore della filiale londinese della potente Dresdner Bank, l’istituto di Dresda guidato dal padre Eugen. I Gutmann, di origini ebraiche ma convertitisi al cristianesimo, possiedono anche una ricca collezione d’arte con dipinti del Rinascimento, Primitivi italiani e ori di pregio.
Però Friedrich è un uomo moderno, segue l’evoluzione degli impressionisti, specie quel burbero di Degas, già rivale di Manet e ora agonizzante nel suo atelier parigino. E così, quando l’anno dopo riesce a emigrare in Olanda, insieme alla moglie Louise von Landau (anche lei battezzata) Fritz trasforma la sua tenuta di Bosbeek, vicino all’Aia, in un santuario dei cosiddetti Old Masters, pittori della caratura di Botticelli.
Con alcune eccezioni «moderne». C’è un Renoir, per esempio. E poi un paesaggio fatto di colline verdi sotto cieli incerti e punteggiati da cupolette di fumo, che nel 1932 entra nella raccolta, accanto agli antichi. È Paesaggio con ciminiere di Degas, una delle vedute del pittore famoso per le ballerine e per le femmes au bain. Certo non è il pezzo più pregiato in quel museo privato, però quest’opera, realizzata «a pastello» (pigmenti tenuti insieme da un collante), tecnica in cui Degas è stato un maestro, custodisce in sé qualcosa. Come se avesse assorbito gli umori del suo autore. Come se, in quei mesi tristi del 1917, tra l’artista di origini italiane e Friedrich si fosse creato un legame speciale (peraltro anche Degas era figlio di un banchiere), nonostante le frequenti esternazioni antisemite del pittore.
Forse, più semplicemente, quella luce minacciata dal nero delle ciminiere ricorda a Fritz il suo precario presente: siamo ora alla fine degli anni Trenta, il governo tedesco ha da tempo messo al bando le aziende degli ebrei e li ha emarginati dalle professioni. Friedrich e Louise non sono più al sicuro e non lo è nemmeno la collezione: così ne spediscono una parte in Francia («Affinché fosse custodita con cura», ha sempre ripetuto la famiglia) e tengono il resto a casa. Tra le opere che, nel 1939, viaggiano verso Parigi, destinate al mercante Paul Graupe al numero 16 di Place Vendôme, c’è anche il Paesaggio di Degas. L’anno dopo Hitler invade i Paesi Bassi. La coppia fugge. «Siamo battezzati, non ci arresteranno», tranquillizzano così la figlia Lili, che si trova a Firenze (dove ha sposato Franco Bosi, discendente di un’antica famiglia italiana, e dove la signora vive tuttora, a 97 anni) e che li aspetta alla stazione di Santa Maria Novella. No. Verranno prelevati da casa con l’inganno e con la promessa che, dopo un breve passaggio a Berlino, avrebbero potuto proseguire verso Sud, come ricorda il nipote della coppia, Simon, nel libro L’orologio di Orfeo (Electa). Ma nel maggio del 1943, durante il viaggio, poco a est di Dresda, Friedrich e Louise vengono arrestati. Un anno dopo moriranno in due campi di concentramento differenti: lui a Theresienstadt, lei ad Auschwitz.
«Nel caos che accompagnò la fine della Seconda guerra mondiale si sono perse le tracce di innumerevoli opere d’arte, in Europa, tra quelle sequestrate dai nazisti e quelle finite nelle mani di mercanti», dice Marc-André Renold, docente di Diritto dell’arte all’Università di Ginevra. In Svizzera Renold guida l’Art-Law Centre, un gruppo di ricerca specializzato nelle controversie internazionali sul possesso di beni culturali che ha appena compiuto 25 anni. Il professore ha seguito da vicino le vicende della collezione Gutmann e oggi, dice, «quello che riguarda il Paesaggio di Degas è uno dei casi che cito più spesso».
Già, il dipinto. Che fine ha fatto? Lo ritroviamo a Parigi, alla fine della guerra. A due passi dal Louvre c’è la Galleria Nazionale del Jeu de Paume, dove i nazisti avevano raccolto le opere d’arte sequestrate agli ebrei che avrebbero dovuto confluire nel Führermuseum, il famoso museo che Hitler progettava di fondare a Linz e, per fortuna, mai realizzato. Secondo Howard J. Trienens, avvocato e (come vedremo) parte importante di questa vicenda, «è in questo caos che il Paesaggio si è smarrito, finendo nelle mani di Hans Wendland». Ma chi è questo segaligno mercante tedesco, il cui nome ricorre spesso negli archivi dei documenti sull’arte sparita? Secondo storici come Hector Feliciano (autore del libro The Lost Museum ) è «un personaggio chiave nel gruppo che rastrellò centinaia di opere destinate alla Germania dopo la Seconda guerra mondiale», anche se lui si è sempre dichiarato «un mero consulente». Ma il Paesaggio non resta a lungo nella sua raccolta: nel 1945, proprio nell’anno in cui (che ironia, il destino) negli Stati Uniti la Hyperion Press pubblica la biografia di Degas a firma di Camille Mauclair, il dipinto passa nelle mani del cognato di Wendland, Hans Fankhauser.
«Un cittadino svizzero e per questo dotato di una speciale immunità per gli Alleati» annoterà in seguito Simon Goodman, nipote di Friedrich, che si ritrova il nome anglicizzato come era frequente quando una famiglia ebrea si trasferiva nei Paesi anglosassoni, in questo caso l’Inghilterra. Il Paesaggio riappare dunque in Svizzera nel 1946, proprio mentre in Francia esce l’importante testo di Paul André Lemoisne, Degas et son œuvre. Lascia tracce a Lucerna, dove la Galleria Fischer (oggi Kornfeld) è una di quelle più attive nell’organizzare aste e vendite con acquirenti per la maggior parte statunitensi. Il luogo non è casuale: nel Secondo dopoguerra la Svizzera divenne uno dei principali centri di smistamento delle opere d’arte, con non pochi dubbi sulle compravendite. Tanto è vero che nel 2013 l’Ufficio federale della Cultura aprì un database con una serie di informazioni sulle opere custodite in territorio elvetico, per aiutare a fare luce sulle cosiddette «spoliazioni». Ma il destino del quadro di Degas era evidentemente altrove.
«Nel 1951 – ricostruisce Renold – la collezionista Emile Wolf lo acquista e lo porta a New York», appendendolo nel suo appartamento di Park Avenue. Wolf non è una connoisseuse qualsiasi. È intelligente, ben inserita nel giro delle mostre americane, ha il pallino delle incisioni italiane, presta le sue opere. Così il Paesaggio comincia a girare: appare in un’esposizione a Providence, nella Rhode Island School of Design, e in un’altra a Cambridge, Massachusetts. Ovviamente compare in molti cataloghi. Nel frattempo la famiglia dei Gutmann si è messa sulle tracce della collezione dispersa dopo la morte di Friedrich e Louise. Sia Bernard e Lili (i figli) che Nick e Simon Goodman (i nipoti, figli a loro volta di Bernard) chiedono l’aiuto di abili «investigatori dell’arte» come Willi Korte. Ma il dipinto di Degas deve ancora conoscere una terza vita. Nel 1987, la svolta.
L’industriale farmaceutico miliardario americano Daniel G. Searle, a capo dell’omonimo gruppo (oggi nella galassia di Pfizer) compra il Paesaggio con ciminiere dalla famiglia di Wolf per 850 mila dollari e lo porta nella sua tenuta familiare di Winnetka, nell’Illinois.
«Searle con ogni probabilità – dice Renold – ha acquistato il quadro in buona fede, un caso questo non raro per quanto riguarda i beni culturali rubati dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Ma la domanda a quel punto era: a chi appartiene davvero il quadro? All’acquirente che lo ha legittimamente pagato o agli eredi dei proprietari derubati? E qui intervengono in alcuni casi quelli che fanno il mio lavoro di avvocato. Cerchiamo di trovare una soluzione che accontenti tutti per evitare processi lunghi e costosi. E l’Art-Law Centre dell’ateneo di Ginevra studia questi casi per raccoglierli e catalogarli nel database online aperto a tutti, ArThemis».
Ora, Searle, oltre a essere un industriale accorto, è anche un appassionato di arte moderna ed è un trustee (benefattore) dell’Art Institute of Chicago. Dà in prestito quindi il quadro al museo, che lo valorizza nelle mostre. Ed è proprio nel catalogo di una di queste esposizioni che, nel 1994, i fratelli Nick e Simon Goodman (con l’aiuto indispensabile della zia Lili, che ancora oggi ricorda molto bene alcuni pezzi della raccolta di famiglia) riconoscono il Degas sparito. I Goodman dal 1996 cominciano a chiedere indietro il quadro, ma Searle, anche grazie all’aiuto dell’avvocato Trienens, si difende dicendo che l’acquisto è legittimo.
Lo scambio di lettere va avanti finché, nel 1998, il colpo di scena finale: quando si sta per arrivare davanti alla Corte degli Stati Uniti, dopo l’istruttoria, ecco che l’accordo viene raggiunto. «Ed è stato salomonico – dice scherzando Renold —: il dipinto è stato (virtualmente, è ovvio) diviso in due : metà ai Goodman e metà a Searle». Quest’ultimo ha deciso di donare la sua parte all’Art Institute of Chicago, con dei benefici fiscali per la detrazione delle tasse; i discendenti di Friedrich e Louise, in cambio di una somma pari a circa 500 mila dollari, hanno a loro volta accettato di donare la loro metà. «In questo modo – conclude il professore – il pastello è rimasto a Chicago e si è evitato un processo lungo e costoso».
Oggi, nel museo, una targa accompagna il quadro e ricorda la sua storia. E così, a cento anni dalla scomparsa di Degas, quel Paesaggio può essere letto come una sorta di riscatto. Per gli ultimi anni bui del pittore, per la morte di Fritz e Louise, per tutte le vittime delle guerre del Secolo Breve. E l’arte è una di queste.