La Lettura, 5 febbraio 2017
1977 La rivolta giovanile dei senza futuro in bilico tra sberleffo e violenza. Gli eredi? Anche Grillo e Berlusconi
Nel rileggerla quarant’anni dopo, la rivolta del Settantasette appare sospesa su un doppio crinale. In bilico tra la stagione delle ideologie forti, specie il marxismo, e quella del pensiero debole postmoderno. Ma anche tra comportamenti opposti: l’ironia creativa e la violenza. Lo sberleffo e la spranga, se non la pistola. Inoltre quel movimento è un prodotto tutto nostro. Il Sessantotto dilaga dappertutto, il Settantasette impazza solo in Italia. E viene da chiedersi perché.
Donatella Della Porta, studiosa dei movimenti sociali, indica a «la Lettura» come fattore decisivo la crisi economica, che da noi colpisce i giovani più che altrove: «I protagonisti del Sessantotto erano figli del boom e nutrivano grandi speranze. I loro fratelli minori del Settantasette si sentono esclusi: subiscono le conseguenze della recessione e non vedono davanti a sé altro futuro che la disoccupazione e il precariato. Perciò si radicalizzano». Concorda Luca Falciola, autore del libro Il movimento del 1977 in Italia (Carocci): «Per questi ragazzi il lavoro non è più progetto di vita né fonte di riscatto, solo oppressione. Denunciano un capitalismo che non sfrutta più solo in fabbrica, ma comprime i bisogni ovunque: si identificano nell’“operaio sociale”, che per Toni Negri è il nuovo soggetto rivoluzionario. Per giunta il sistema politico appare pietrificato, dominato da una Dc inamovibile, corrotta e clientelare, che ora ha anche l’appoggio del Pci. Le illusioni di cambiamento sfumano e i gruppi dell’estrema sinistra, dopo la sconfitta elettorale del 1976, sono in disfacimento. Così scoppia la rivolta».
C’è un dato culturale tipicamente italiano, sottolinea Monica Galfré, autrice del saggio sul terrorismo La guerra è finita (Laterza): «Nel 1977 siamo un Paese ancora attardato nel Novecento, dove il marxismo rivoluzionario ha una presa sconosciuta altrove e il tasso di violenza politica è molto elevato. Per giunta il Pci, preoccupato per la crescita di una nuova sinistra che sfugge al suo controllo, rimane sordo alle istanze dei giovani. Di qui scelte obiettivamente provocatorie come quella di organizzare all’Università di Roma il comizio di Luciano Lama che causa la reazione violenta del movimento». Denuncia la chiusura dei comunisti anche Peppino Ortoleva, esperto di mass media: «Nella prima metà degli anni Settanta un canale di comunicazione resta aperto: nel 1975 il gruppo extraparlamentare Lotta continua esorta a votare Pci alle amministrative. Ma quando i comunisti sentono odore di governo, alzano un muro a sinistra. Il conflitto è inevitabile».
L’ostilità è reciproca, osserva Falciola: «Basta leggere la stampa del movimento per accorgersi che designa come nemico principale il Pci, molto più della Dc e degli stessi fascisti. È percepito come una forza che inganna il proletariato con le fanfaluche riformiste, ma nei fatti accetta la ristrutturazione capitalista e affianca lo Stato nella repressione. A sua volta il Pci vede in quei giovani dei pericolosi provocatori e deve ammettere per la prima volta che la democrazia ha dei nemici anche a sinistra. Perché solo una parte del movimento pratica la violenza, ma tutte le componenti l’accettano in linea di principio, magari criticandone l’opportunità contingente».
In effetti il 1977 segna un’impennata (340 per cento in più) degli attentati di sinistra: «La lotta armata – nota Monica Galfré – esiste già, ma il movimento funge da acceleratore e brodo di coltura per il suo sviluppo. Le Brigate rosse, estranee al Settantasette, lo sfruttano come bacino di reclutamento quando emerge che la protesta non ha sbocchi». «Secondo me – obietta Ortoleva – nel Settantasette la violenza è più una tentazione diffusa che una pratica reale. Certo, nell’Autonomia operaia le pistole girano. Ma tra i giovani in rivolta la lotta armata ha soprattutto stupidi tifosi incoscienti. E le Br odiano il movimento, perché il suo spontaneismo è l’inverso della disciplina ferrea richiesta dalla clandestinità».
Del resto c’è chi, come Donatella Della Porta, pensa che il ricorso alla violenza da parte dell’estrema sinistra sia collegato alle connivenze degli apparati di sicurezza con le bombe fasciste: «L’eccidio di piazza Fontana è cruciale, perché fa cadere l’idea di una trasformazione pacifica. Viene letto come una strage di Stato, la prova che il potere è pronto a uccidere per imporre una svolta autoritaria». Eppure nel Settantasette, nota Falciola, la repressione è piuttosto blanda: «Io parlo di mano di velluto in un guanto di ferro. Perché il ministro dell’Interno Francesco Cossiga, Kossiga per il movimento, assume pose teatrali, ma la polizia agisce con molta improvvisazione. Solo dopo il caso Moro si fa sul serio e l’area di contiguità intorno alle Br, a cominciare dall’Autonomia, viene colpita risolutamente».
Alla fine, ricorda Donatella Della Porta, si comprende che la lotta armata porta in un vicolo cieco: «Nel Settantasette la violenza è onnipresente, anche nei conflitti interni al movimento. Ma poi subentra un ripensamento profondo. Già negli anni Ottanta le manifestazioni pacifiste sono del tutto non violente. E i centri sociali tipo Leoncavallo raccolgono soprattutto l’eredità creativa e irridente del Settantasette, caratterizzandosi come luoghi di espressione artistica». Forse influisce in senso non violento anche il rapporto con i radicali di Marco Pannella: «Si tratta dell’unico partito – nota Falciola – che dialogava con il movimento e godeva del suo rispetto. Anche perché era molto impegnato contro gli abusi polizieschi, denunciati con forza dopo l’omicidio di Giorgiana Masi. In seguito vari ex del Settantasette si uniranno ai radicali».
C’è inoltre un parallelismo, evidenziato da Ortoleva, sul piano comunicativo: «Radio radicale, con i fili diretti e le rassegne stampa, è parte della rivoluzione dell’etere cui il Settantasette dà una spinta decisiva. Le emittenti del movimento sono le prime che fanno parlare gli ascoltatori senza filtro. Sono arrabbiate e militanti, come Radio Onda Rossa e Radio Città Futura a Roma, ma giocano anche sul registro surreale sperimentato da Franco Berardi (detto Bifo) con Radio Alice a Bologna. Lo stesso vale per la stampa: “il manifesto” si ispirava a “Le Monde”, già “Lotta Continua” era un giornale più indisciplinato, con foto enormi e titoli sparati; ma i fogli del Settantasette, tutti effimeri, adottano una grafica anarcoide, seminano il caos nelle pagine. E nel 1977 nasce “Il Male”, periodico satirico che non rispetta niente e nessuno. C’è un’esplosione di soggettività alimentata in primo luogo dalle femministe, la parte più innovativa del movimento. Non si va più in assemblea a inveire contro i padroni. Si dice piuttosto: “Compagni, sto male, non sopporto questa vita infame”».
Il Settantasette ha aperto la strada all’individualismo di oggi? «Direi piuttosto – risponde Monica Galfré – che è una tappa verso la riscoperta del privato, del corpo, delle emozioni e dei desideri, compresa la rivendicazione del lusso e del piacere. Ma aspira sempre a soddisfare quei bisogni in termini politici, anche se rifiuta tutte le forme di delega e militanza, comprese quelle in vigore nei gruppi di estrema sinistra».
Ha qualcosa a che fare, il Settantasette, con l’antipolitica dei Cinquestelle? «Forse – osserva Falciola – per il gusto di mettere alla berlina la politica paludata, di sfottere l’avversario come facevano gli Indiani metropolitani. E poi nell’uso dei media, oggi del web, per scavalcare la mediazione istituzionale. Del resto Bifo ha dichiarato il suo voto per il M5S, anche se ora si dice pentito». Forse in parte siamo tutti figli del Settantasette, persino a destra: «C’era nel movimento una pulsione carnevalesca – nota Ortoleva – che ha messo in crisi irreversibile il galateo della vita pubblica. Un elemento liberatorio di cui si è appropriato lo stesso Berlusconi, benché in chiave rassicurante, con i suoi gesti goliardici e irriverenti».Antonio Carioti
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Gogna e fuga dalla realtà, le analogie con il presenteQuando ci si guarda intorno nel mondo di oggi e ci si sente un po’ smarriti di fronte a protervie di fondamentalisti, attacchi di terroristi e intolleranze di minoranze rumorose in rete, conviene attingere a insegnamenti dati dalle esperienze precedenti. Contribuire a un futuro migliore significa anche non ripetere errori già sperimentati. In Italia ricorre il quarantesimo anniversario dell’inizio del movimento del Settantasette. Cominciò male: nacque in risposta al ferimento di un ragazzo di sinistra, Guido Bellachioma, colpito il 1° febbraio a Roma da fascisti armati di pistola. Continuò peggio, il giorno seguente. Una manifestazione di studenti molto più affollata risultò poca cosa rispetto a un corteo dell’Autonomia operaia che lasciò l’Università La Sapienza per assaltare una sede missina. Gli «autonomi» spararono. Ridussero un agente di polizia in condizioni gravi. Due degli autonomi, armati, vennero arrestati. Feriti, neutralizzati in uno scontro a fuoco.
Non fu soltanto violenza, il movimento. Non fu solo questo, il Settantasette. Nel suo complesso, fu uno sgorgare di energie e malesseri di una gioventù cresciuta in epoca di scolarizzazione di massa e poi delusa, a causa della crisi economica, perché non trovava a sufficienza lavori adeguati al proprio grado di istruzione. Fu un anno nel quale diventò ancora più evidente che i programmi scolastici erano in parte datati. Fu l’occasione per il dispiegarsi più intenso delle proteste del femminismo. Fu uno dei primi momenti nei quali uscirono allo scoperto richieste collettive di non essere discriminati avanzate da omosessuali maschi e femmine. Fu l’eruzione dell’autoironia surreale e festosa degli Indiani metropolitani, allo stesso tempo figli e precursori di trucchi espressivi da pubblicitari, autori di slogan come «Meno case/ po-po-lari/ più centrali / nu-cle-ari», «Siamo/ feli-ci/ di fare / sacrifici», «Siamo belli/ siamo tanti/ siamo covi saltellanti». Ma presto la violenza e le tracotanze organizzate dell’Autonomia spensero i sogni di parecchi ingenui, e talvolta anche sconsiderati, ragazzi. Le istanze dei quali si trovarono circondate da scontri sanguinosi, dal dilagare di eroina e Lsd, da incattivimenti di emarginati sobillati da pessimi e cinici maestri.
In un modo o nell’altro, nel bene e nel male, il 1977 è stato un anno fondamentale per molti italiani che oggi sono di mezza età. Ma per nessuno, né per le variegate anime della protesta né per lo Stato, ha segnato una vittoria.
Quante volte adesso parliamo di qualcuno, debole o potente, che viene messo alla gogna su internet? È immensamente diversa la forma, non la sostanza. Nel 1977 in Italia onesti professori di università, comunque si giudichino le loro idee o qualche comportamento retrò, furono assediati da cortei interni di minoranze violente di studenti. Furono intimiditi nel nome della «lotta alla selezione» affinché promuovessero agli esami anche quanti meritavano bocciature. In Cina la Rivoluzione culturale avviata nel 1966, esaltata in Occidente come fresca brezza rinnovatrice, era stata truce al punto di spingere ragazzi a vessare un’infinità di persone, causare linciaggi e suicidi.
Nei sabati del 5 e del 12 marzo 1977 i cortei studenteschi diventarono occasioni di scontri. Nel secondo caso, dalle pistole dell’Autonomia operaia e dalle bottiglie Molotov venne sprigionato a Roma probabilmente il più alto volume di fuoco dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Anche zone di Milano, Bologna, Padova e altre città diventarono spesso campi di battaglia part-time: ore di scontri e poi ripresa della routine. Il 12 maggio, anniversario del referendum sul divorzio, il ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, vietò di manifestare a Roma perfino ai (non violenti) radicali. Gli autonomi lanciarono molotov. Gli agenti delle squadre speciali spararono. Su Ponte Garibaldi una ragazza esile, Giorgiana Masi, fu colpita da un proiettile. Dall’università il suo corpo raggiunse l’Istituto di medicina legale. L’obitorio.
Salvo eccezioni, le manifestazioni senza violenza o non represse da cariche e lacrimogeni risultarono impossibili. La minoranza più brutale tolse margini di manovra al resto del movimento. Dopo l’estate era già calato un buio sulla politica giovanile apparsa in precedenza variopinta, colorata. Seguì il cosiddetto «riflusso», il rientro delle vite di tanti all’interno della sfera privata.
I cicli politici, economici, sociali, quei periodi che hanno caratteristiche tali da renderli stagioni diverse dalla precedente o dalla successiva, finiscono sempre. Possono lasciare progressi, regressi e anche, spesso, elementi negativi e positivi intrecciati. Un prodotto lo offrono comunque, sebbene esistano diversi modi di elaborarlo: le lezioni che dagli eventi si possono ricavare.
Una delle descrizioni più efficaci della situazione attuale del nostro Paese l’ha fornita il presidente della società Ipsos, Nando Pagnoncelli, presentando un rapporto intitolato Italia 2017: una realtà su misura : «Gli italiani si trovano intorno alla difficoltà nel governare il loro rapporto con la realtà, una realtà che in particolare vivono come un’aggressione. Aggressione esterna, portato di fattori esogeni o percepiti come tali. Sotto un certo aspetto la globalizzazione, l’Europa, la crisi economica, i flussi migratori provocano reazioni sempre più incattivite difficili da controllare. Ma anche fattori endogeni, primo fra tutti il tema della difficoltà della politica a farsi carico delle sofferenze sociali». Non mancano alcune somiglianze con quarant’anni fa.
Al di là di chi ne ebbe più responsabilità, il 1977 fu il cortocircuito in una fase di incomunicabilità tra le istituzioni, le rappresentanze democratiche da una parte e alcuni settori di giovani cittadini dall’altra. Non veniva impiegato il termine «antipolitica», tuttavia lo Stato e i partiti non erano in buona salute, benché fossero più robusti di oggi. Nella sinistra che si definiva «rivoluzionaria», in contrapposizione al Partito comunista giudicato «riformista» con disprezzo, ci si prefiggeva di sostituire un «nuovo modo di far politica» ai machiavellismi dell’agire politico. L’esperimento non è riuscito.
Le proteste, il malcontento erano con evidenza più corposi di adesso. E anche allora come fuga dalla realtà non si scherzava: sia a causa di una sottocultura della droga sia del retropensiero, coltivato in ampi settori di giovani, secondo il quale miglioramenti del nostro modo di vivere sarebbero potuti venire dai modelli della Cina o di gruppi armati del Terzo Mondo, ai quali si attribuivano capacità leggendarie di portare giustizia. Sbandate fuorvianti, nel migliore dei casi.
Malgrado il tempo trascorso, oggi sembra di nuovo in aumento la capacità di attrazione di alcune sirene: ulteriori versioni dell’intolleranza verso l’esterno, il culto acritico di identità originarie non disposte al confronto con l’altro, l’uomo forte. Guardare in faccia la realtà e le sue complessità è più faticoso. Però conviene. I danni dovuti al terrorismo e i disagi sociali, nel 1978, furono anche peggiori.
Maurizio Caprara