Corriere della Sera, 6 febbraio 2017
Mancini, il leader «anomalo». In un libro i ricordi del figlio
In questi giorni tribolati per la sinistra italiana fa un certo effetto leggere di Giacomo Mancini, «l’anima scomoda del socialismo di questo Paese» come fu descritto sulle colonne del Corriere il giorno dei suoi funerali, l’8 aprile del 2002. L’occasione è un libro del figlio Pietro (Mi pare si chiamasse Mancini…, edito da Pellegrini), che racconta di aver avuto con lui un rapporto «difficile, ma autentico», ne ripercorre la vita di politico «inquieto» e non rinuncia a qualche, amara, considerazione sul presente della sinistra e del Paese, in rapporto ai tempi di progetti e passione vissuti dal padre. Giacomo Mancini è stato ministro della Sanità e dei Lavori pubblici negli anni 60 del centrosinistra Dc-Psi, segretario socialista per soli due anni (ma cruciali), deputato eletto per la prima volta nel 1948 e poi per successive nove volte. Al di là degli incarichi però, è stato un leader. Con diverse «anomalie», racconta il figlio Pietro, a cominciare dal fortissimo radicamento in un luogo, Cosenza e la Calabria, che è stato il suo baricentro senza diventarne il limite. «Sono un socialista meridionalista» era la definizione che dava di sé: la sua idea di socialismo non poteva essere separata «dalla considerazione dei problemi» del Sud. E a proposito di «anomalie», l’autore sottolinea il pragmatismo del padre: gli interventi sulla Salerno-Reggio, il via libera al vaccino contro la polio – l’inventore Albert Sabin in un’intervista ringraziò «quel vostro ministro socialista, mi pare che si chiamasse Mancini...», frase diventata il titolo del volume —. Del politico, il figlio racconta anche la dimensione ideale, la convinzione di un socialismo che fosse autonomo dal Pci senza diventare centrista, il rapporto intenso e conflittuale con Craxi, le battaglie garantiste e per i diritti civili, l’amicizia con Mitterrand e Sciascia. Fino alle pagine più controverse, i rapporti con l’estrema sinistra e l’indagine (archiviata) che lo accusava di essere «un grande vecchio» dell’eversione; e quella più dolorosa, il processo per concorso esterno in associazione mafiosa per le accuse di alcuni pentiti, che finì con l’assoluzione. Vita intensa, «lo chiamavano il Leone», e un modo di fare politica che secondo il figlio Pietro è la sua eredità più autentica e ciò che, viceversa, oggi manca: «Non calcolava mai le sue mosse pensando alla convenienza».