Corriere della Sera, 6 febbraio 2017
L’ora di Betsy, miliardaria che pensa di smantellare l’istruzione pubblica Usa
NEW YORK La domanda-verità, in tutta la sua asprezza, è quella del senatore Bernie Sanders: «Non voglio essere maleducato, ma se lei non fosse una multi-miliardaria e se la sua famiglia non versasse 200 milioni di dollari al partito repubblicano, pensa che ora sarebbe seduta lì?». Martedì 17 gennaio, audizione in Senato di Betsy DeVos, 59 anni, designata come ministro dell’Istruzione da Donald Trump. È forse la più ardente sostenitrice delle «charter school»: scuole finanziate dal denaro dei contribuenti, ma gestite da privati. La portabandiera dei «voucher»: soldi pubblici concessi agli studenti per poter scegliere istituti alternativi, religiosi innanzitutto, alle scuole di Stato. Idee dirompenti per il sistema educativo Usa. Troppo non solo per Sanders e per i sindacati degli insegnanti. Ma, a quanto pare, anche per diversi senatori repubblicani. Oggi si vota per la ratifica: l’esito è in bilico, anche se il Grand old Party ha la maggioranza: 52 contro 48. Basterebbe anche il pareggio. Le senatrici repubblicane Lisa Murkowski, Alaska, e Susan Collins, Maine, hanno già annunciato che voteranno contro. Betsy ha speso il fine settimana a telefonare ai parlamentari conservatori, foraggiati così generosamente dalla sua famiglia.
La candidata-ministro è figlia di Edgar Prince, un industriale miliardario del Michigan, e moglie di Dick DeVos, numero 88 nella classifica delle persone più ricche d’America, erede del co-fondatore della Amway, multinazionale nel largo consumo. DeVos aveva risposto così a Sanders: «Beh senatore, penso che ci sarebbe stata comunque una possibilità. In questi 30 anni ho lavorato molto a favore dei bambini e delle famiglie». Betsy si è laureata in Business administration e in Scienze politiche al Calvin College, nel Michigan, il territorio dove è nata e ha vissuto mescolando interessi economici e impegno sociale. Ha fondato con il marito una società di investimento nelle startup tecnologiche. Ha fatto politica attiva, ricoprendo anche la carica di presidente del partito repubblicano nel Michigan. Ha coltivato la fede religiosa nella Chiesa Cristiana riformata del Nord America, con una preferenza per la dottrina neocalvinista. E, infine, ha messo in piedi, sempre nel 1989 una fondazione non profit che si occupa di educazione e di sostegno. Partendo da qui è diventata un punto di riferimento nazionale per i sostenitori dell’istruzione privatizzata. Fino a diventare presidente dell’«American federation for children», l’influente associazione, di fatto una lobby, che propone «la rivoluzione educativa abbattendo le barriere che impediscono alle famiglie la libera scelta della scuola per i figli».
È una figura un po’ più complessa, quindi, rispetto alla facile caricatura della miliardaria annoiata, ingolosita da un incarico-passatempo nel governo. Eppure l’audizione al Senato è stata disastrosa: i democratici l’hanno ridicolizzata con domande su leggi e regolamenti. DeVos non ha saputo rispondere a tono neanche su questioni sensibili come il sostegno agli studenti disabili.
Ma proprio questo è il punto: Betsy è una «outsider» convinta di poter smantellare la macchina dell’istruzione pubblica. Non conosce per disprezzo «i vincoli» imposti da Washington: un’affinità elettiva con Donald Trump, il suo nuovo sponsor. Ma distruggere non è sufficiente. Quali sarebbero i programmi di studio nel modello dominato dalle «charter school» e dai «voucher»? Come sarebbe garantito il pluralismo culturale? DeVos ha più volte detto che l’educazione scolastica deve essere uno strumento «per far avanzare il regno di Dio». Vedremo oggi se ci saranno almeno 50 senatori disposti ad accettare questo principio.