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 2017  febbraio 05 Domenica calendario

Quel no di Toscanini alla mafia

PARMA «Quando si pensa al grande direttore d’orchestra nel mondo, viene subito in mente Arturo Toscanini», dice il suo figlio d’arte Riccardo Muti. In territorio verdiano, a Parma dove Toscanini era nato 150 anni fa, si tiene un racconto scoppiettante a due voci per onorarne la memoria: al Tetro Regio c’è lo studioso e biografo Harvey Sachs accanto a Muti, che parla e a tratti canta, tra aneddoti e sostanza musicale.
Ecco filmati tv con Toscanini in tarda età, il gesto semplice e pieno di energia. «Nella mia vita – racconta Muti – non ho mai cercato di imitare, nemmeno il gesto. Ma esiste un esempio di fedeltà all’autore che ha regolato la mia vita. Mentre per molti altri grandi del passato si sente il passare del tempo, lui rimane attuale e resiste ai cambiamenti del tempo, dei gusti, delle mode». Toscanini e le sue sfuriate con gli orchestrali, l’uomo tutto d’un pezzo, il rifiuto del fascismo. Tutto questo è noto.
Ma esistono aspetti del suo carattere meno conosciuti, come l’umorismo, che emergono da cento conversazioni registrate nella sua casa a New York tra il 1953 e il 1956, i suoi ultimi anni. Ce ne sono anche alcune dell’estate del ’54 in Italia. Di queste registrazioni, riversate su cd in modo privato e mai pubblicate, il gigante del podio era del tutto all’oscuro. «L’idea – racconta Sachs – fu di suo figlio Walter, quando avevano amici in casa sistemava un microfono. Lo fece perché il padre quasi mai aveva rilasciato interviste, né aveva intenzione di scrivere su se stesso. Morto Walter nel 1971, furono custodite sotto il letto da suo figlio Walfredo.
Si parlava a tavola, talvolta di cantanti con il pianista Vladimir Horowitz, che aveva sposato la figlia Wanda. Toscanini raccontò divertito che a Palermo, nel 1892, ebbe uno scontro col pubblico, in cui «la mafia – rivela Sachs – lo difese, ammirandone il coraggio. Poi si rifiutò di ingaggiare una cantante che era l’amante di un mafioso, e avvennero cose rocambolesche».
Muti non è sorpreso nel sentire aspetti inusuali: «Era più complesso dello stereotipo del Toscanini urlante. A Ravenna nel 1921, dove si trovava per un’opera di Massenet, nella cattedrale di Sant’Apollinare si mise a suonare l’organo durante la funzione, e la gente non sapeva che l’organista era lui. Una volta alla Scala sua figlia Wally mi raccontò che il padre, quando aveva smesso di dirigere, parlando del suo passato si lamentava delle sue sfuriate, diceva che forse avrebbe potuto essere più benevolo».
In una foto Toscanini è tra celebri colleghi tedeschi, Wilhelm Furtwaengler (che ebbe parole sprezzanti su di lui), Otto Klemperer, Bruno Walter, Erich Kleiber. «Avevano tutti la faccia “appesa”, triste. Tranne Toscanini che era sorridente sotto i baffi, sornione. Carlos Kleiber, figlio di Erich, mi disse: “Papà mi raccontava che erano arrabbiati per il successo travolgente di una tournée di Toscanini in Germania con la Scala”. C’era un senso di gelosia tremendo. A proposito dell’umorismo, ascoltando alla radio lo speaker che annunciava i maestri del podio come dottori, commentò: “Sono tutti dottori. Io sono l’unico direttore”».
Muti ebbe come maestro Antonino Votto, che era stato assistente di Toscanini nei suoi anni alla Scala. «Per lui era un dio, e così per Ormandy, mio predecessore a Filadelfia, il quale dirigeva avendo nel gilet bianco una medaglia col volto di Toscanini. Me la donò. La conservo tra le cose più preziose».
Votto confidò a Muti tanti episodi. Quando fu assunto alla Scala come collaboratore pianistico: «Votto doveva accompagnare un violinista per un’audizione. Toscanini era in fondo alla sala gialla, che purtroppo non esiste più. Alla fine chiese a Votto se gli interessava un posto alla Scala. Al violinista non rivolse nemmeno uno sguardo. In un’altra occasione con Mariano Stabile, che divenne “il” Falstaff, disse a Votto: lavoraci sei mesi e portamelo. E poi: ha voce e carattere. Lavoraci altri sei mesi e poi riportamelo».
Il perfezionismo, il controllo assoluto, l’unità d’intenti. «Fu un grande riformatore», ricorda Sachs, «prima di lui, come diceva Gavazzeni, c’erano stati altri grandi direttori. Però nessuno aveva fatto dell’opera un’arte unita. O forse hanno provato senza riuscirci».