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 2017  febbraio 05 Domenica calendario

Patrimonio e scissione, il Pd si muove: una causa per riavere il tesoro ex Pci

Se Renzi e il Pd non potranno impedire che Massimo D’Alema si porti via un pezzo di partito, quantomeno hanno già pronto un piano d’attacco per evitare che possano portare via gran parte del patrimonio: circa 2.400 immobili, oltre a 410 opere d’arte, tra cui pure due Guttuso e altre opere di Mazzacurati. È l’enorme tesoro «a filiera corta» che il Partito comunista ha trasmesso a Pds e Ds, salvo poi essere tolto di fatto al Pd, con un’abile mossa dell’ex tesoriere diessino Ugo Sposetti, fedelissimo di D’Alema. «Faremo una class action promossa da ex iscritti ai Democratici di sinistra – annuncia l’avvocato Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd – perché quel patrimonio appartiene alla storia del nostro partito e non ad una fondazione privata».
Il tesoro
Sposetti poche settimane prima della fondazione del Pd conferì il tesoro comunista a 62 tra fondazioni e associazioni dislocate in tutta Italia, a seconda dell’ubicazione dei beni. Secondo le stime fatte qualche anno fa da Report, questo forziere avrebbe un valore che supera il mezzo miliardo, mentre per i renziani si sfiorerebbe addirittura il miliardo. «Fu una mossa per tenere il patrimonio al riparo dai creditori dei Ds, che avevano accumulato centinaia di milioni di debiti, ma soprattutto per evitare che finisse al Pd. Sposetti era poi arrivato a voler sfrattare i circoli del partito, perché non riuscivano a pagare l’affitto delle rispettive sedi, appunto di proprietà delle fondazioni», spiegano dal Nazareno. Una eventuale scissione è quindi anche una questione economica.
Le consulenze
Per questo Bonifazi ha sulla scrivania un atto per intentare una causa civile contro l’operazione di Sposetti, per recuperare il tesoro ex Pci: «La legittima casa di questo patrimonio è il Pd – spiegano ancora dal Nazareno – non di D’Alema e i suoi». Bonifazi, che si è avvalso di consulenti, ritiene di aver individuato un vulnus giuridico: «Secondo il codice civile le fondazioni non sono uno strumento giuridico per “segregare” un patrimonio, bensì per perseguire un fine filantropico o culturale». Così, in punta di diritto, il Pd ha preparato una sorta di «class action» degli ex diessini, poi diventati renziani o comunque in disaccordo con l’operazione Sposetti. Il consiglio di ogni fondazione, all’epoca, era infatti costituito da iscritti ai Ds, che votarono le delibere che prevedevano il conferimento di immobili e altri beni alla stessa fondazione, in attesa della costituzione del nuovo soggetto politico, il Pd. Quelle delibere, però, da temporanee sarebbero poi rimaste permanenti.
«Ogni ex iscritto ds in disaccordo con quella scellerata decisione potrà fare causa alla rispettiva fondazione: abbiamo già un lungo elenco – spiega ancora Bonifazi —. Perché c’è anche una questione politica chiave: quel patrimonio è stato accumulato grazie a tanti compagni e compagne, che donarono i risparmi per costruire Case del popolo e finanziare altre attività del partito. Mio nonno, partigiano, si rivolterebbe nella tomba se sapesse che ciò che ha contribuito a costruire è poi finito nelle mani di una fondazione privata».
Gli iscritti
Forse anche per questo, con la scissione dalemiana alle porte, lo stesso Bonifazi è stato tempestato di telefonate da varie parti d’Italia, che lo hanno costretto ad accelerare l’operazione «salva tesoro». Sposetti, naturalmente, la vede in un altro modo: «Abbiamo impedito che una storia si dissolvesse: le centinaia di sedi del patrimonio storico del Pci e dei partiti venuti dopo sono a disposizione dell’attività del Partito democratico – spiega il senatore dem —. Perché nessuno si domanda mai il motivo per cui quasi nessun immobile ex Dc e Ppi sia stato poi messo a disposizione del Pd? Se poi al Nazareno sono afflitti da timori e turbe e cercano sempre di capire che fa Sposetti, non hanno bisogno della politica, ma di un bravo professionista di malattie mentali».