Corriere della Sera, 5 febbraio 2017
La sfida del giudice col papillon (scelto da Bush)
NEW YORK James Robart non è certo una toga sovversiva. È il giudice della Corte del «distretto occidentale» a Seattle, nello Stato di Washington, dal 2004. Fu nominato dal presidente repubblicano George W. Bush e il Senato lo confermò all’unanimità.
Robart, 69 anni, nato a Seattle, laureato alla Georgetown Law School a Washington, la capitale, è semplicemente un magistrato federale che crede e pratica l’indipendenza del potere giudiziario. Ed è, altrettanto semplicemente, convinto che i cittadini debbano essere messi nelle condizioni di poter aver piena fiducia nell’amministrazione della giustizia. James Robart, una spiccata passione per i papillon di ogni colore, comincia la carriera come avvocato in uno studio di Seattle e, in parallelo, si dedica al sociale, guidando la fondazione Seattle Children’s Home, al servizio dei bambini con disturbi mentali. Potrebbe essere definito «un conservatore compassionevole», se fosse proprio necessario applicargli un’etichetta.
Non stupisce, quindi, se lo staff del repubblicano George W. Bush pensò a lui, quando a Seattle il giudice Thomas Samuel Zilly, designato da Ronald Reagan, andò in pensione. In questi tredici anni, Robart si è trovato altre due volte al centro dell’attenzione. Nel 2013 impose a Motorola (società controllata da Google) di versare 14,5 milioni di dollari a Microsoft, con una sentenza pilota, la prima negli Stati Uniti, in materia di brevetti.
Poi, nell’agosto del 2016, il momento di maggiore visibilità. Il giudice si ritrovò in aula gli avvocati del Dipartimento di Giustizia che nel 2012, su mandato del presidente Barack Obama, avevano citato in giudizio la polizia di Seattle, accusandola di usare metodi violenti nei confronti degli afroamericani. Nel corso del processo Robart citò le statistiche compilate dall’Fbi e concluse: «Le sparatorie della polizia hanno causato vittime che per il 41% sono afroamericani, nonostante nelle nostre città solo il 20% della popolazione sia nera. Black lives matter». Le vite dei neri contano: lo slogan del movimento nato per protestare contro gli abusi di potere degli agenti.
Ora il giudice con il farfallino si confronta con il caso più difficile di tutti. Davanti a lui non una multinazionale, non la polizia, ma addirittura il presidente degli Stati Uniti. Donald Trump gli ha già riservato un attacco standard, via Twitter, chiamandolo «il cosiddetto giudice». Ma non potrà licenziarlo.