Corriere della Sera, 4 febbraio 2017
La locomotiva tedesca ha il motore arrugginito (e Schulz è in rimonta)
A prima vista non sarebbe logico che la Germania torni politicamente contendibile ora. Mentre si avvicina alla fine il terzo mandato di Angela Merkel nella cancelleria, la Repubblica federale non era mai stata così in pace con se stessa, così prospera e vicina alla piena occupazione, così competitiva e, in apparenza, finanziariamente solida. Mai prima nella storia era stata riconosciuta da tutti gli europei come il solo vero Paese leader anche quando – come ieri – ripropone un sistema «a due velocità».
Il sorpasso nei sondaggi
Eppure i tedeschi non sembrano convinti. L’ultimo sondaggio mostra che, in un’elezione diretta, il candidato socialdemocratico Martin Schulz arriverebbe al 50%. La cancelliera sarebbe inchiodata al 34%: per la prima volta da 10 anni, non è il politico più popolare. Naturalmente in Germania si eleggono i partiti, non i candidati, e l’Unione cristiano-democratica e sociale di Merkel nei sondaggi viaggia sempre davanti ai socialdemocratici. Eppure anche lì il vantaggio è sceso rapidamente da 16 a soli 6 punti (34% contro 28%). Né è possibile liquidare i dubbi sulla cancelliera semplicemente come una reazione contro l’accoglienza dei rifugiati, perché in questo Schulz è anche più determinato di lei.
In parte conta senz’altro la personalità dello sfidante: da decenni al Parlamento europeo, in Germania Schulz è un uomo nuovo, duttile e scaltro, capace di costruire una narrazione attorno alla sua figura di ex giovane promessa del calcio che si rifugia nell’alcol quando un infortunio gli stronca la carriera. Quindi il riscatto e l’ascesa, da libraio di provincia a presidente dell’Europarlamento a Bruxelles.
Il malumore tedescoMa anche le storie più seducenti non gonfiano le vele di un candidato, se nel Paese manca un vento di malumore. E in Germania non manca. Perché se c’è qualcosa che sorprende nella più vasta ed efficiente economia d’Europa non sono i tassi di crescita attuali (1,9% nel 2019), ma il fatto che non siano più alti. I dati dicono che nel motore della locomotiva d’Europa qualcosa non va come potrebbe, nelle condizioni apparentemente perfette di oggi. Il Paese vanta il tasso di partecipazione al lavoro più alto della sua storia; fra il 2011 e il 2015 ha ricevuto un flusso netto di 400 mila lavoratori giovani e istruiti dall’Europa del Sud e un altro milione dall’Europa centro (secondo l’agenzia statistica tedesca); gode di tassi sotto zero sul debito, nessun deficit e 300 miliardi di avanzo sull’estero ogni anno. Eppure, per certi aspetti, la Germania è fra le economie meno dinamiche: terzultima nell’area euro dopo Grecia e Italia per il tasso medio di crescita per abitante (0,51%) nei tre anni dal 2014, secondo i dati dell’Fmi. Austria, Belgio, Finlandia, Olanda e persino la Francia fanno meglio.
In parte, una frenata è solo naturale. Dopo anni di forte ripresa la Germania è più vicina al suo potenziale dell’Italia o della Francia, dunque ha meno spazio per accelerare. Per di più negli ultimi 18 mesi ha accolto oltre un milione di rifugiati e questi ultimi non aggiungono potenziale, ma riducono la crescita per abitante.
Anche così, però, non tutto torna, e non solo perché in passato altri forti flussi di rifugiati non avevano prodotto simili frenate. Altri indizi segnalano malessere. Dal punto più drammatico della crisi dell’euro nel 2012, ad esempio, le banche tedesche hanno messo in atto una silenziosa ritirata dall’Europa. In questo si sono comportate in modo diverso da quelle di qualunque altro Paese: hanno ridotto la loro esposizione su Italia, Francia, Spagna, Olanda, Portogallo, Irlanda e Austria per circa 200 miliardi di euro, secondo la Banca dei regolamenti internazionali. L’esposizione sull’Italia è scesa sotto i minimi di prima dell’avvio dell’euro, quella sulla Spagna quasi. Il sistema finanziario tedesco sta disinvestendo dall’Europa, mentre quelli di Francia, Spagna, Italia o Olanda muovono in direzione opposta.
Gli investimenti in caloPuò darsi che i regolatori in Germania stiano istruendo le banche a ridurre i rischi nel resto dell’area euro, perché non credono nel futuro della moneta. Può darsi anche che gli istituti tedeschi siano impediti da una redditività fra le più basse d’Europa (anche qui, con Italia e Grecia). In ogni caso la grande ritirata finanziaria tedesca dal resto d’Europa non lascia intravedere niente di buono per la fiducia e gli investimenti anche nel Paese. Questi ultimi sono scesi di oltre 120 miliardi di euro l’anno in termini reali dai livelli di avvio dell’euro, secondo l’Fmi. Al netto della svalutazione degli impianti già costruiti, gli investimenti oggi sono in caduta. Non può dunque essere un caso se la striscia degli ultimi 4 anni in Germania segna la più debole dinamica della produttività registrata da decenni, secondo l’Ocse.
Tutto questo ricorda che proprio il governo tedesco – con quello francese – è quello che ha affrontato meno riforme in Europa negli ultimi dieci anni. Se l’è potuto permettere, per un po’. Ma ora questo torpore strisciante inizia a diventare percepibile, se non altro, nei sondaggi che non premiano più Angela Merkel.