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 2017  febbraio 06 Lunedì calendario

Cominciamo da Giacomo Leopardi.• Oh, Madonna! «Né mi pento di aver prima studiato di proposito a parlare, e dopo a pensare, contro quello che gli altri fanno; tanto che se adesso ho qualcosa da dire, sappia come va detta, e non l’abbia da mettere in serbo, aspettando ch’io abbia imparato a poterla significare

Cominciamo da Giacomo Leopardi.

Oh, Madonna!
«Né mi pento di aver prima studiato di proposito a parlare, e dopo a pensare, contro quello che gli altri fanno; tanto che se adesso ho qualcosa da dire, sappia come va detta, e non l’abbia da mettere in serbo, aspettando ch’io abbia imparato a poterla significare. Oltre che, la facoltà della parola aiuta incredibilmente la facoltà del pensiero, e le spiana ed accorcia la strada».  

Non ho capito niente.
Leopardi dice di aver imparato a pensare grazie al fatto di aver imparato a «parlare», che qui deve intendersi come capacità complessiva di adoperare le parole, compresa cioè la scrittura. La capacità di parola è infatti un trenino sui cui vagoni viene caricata ogni volta la nostra capacità di ragionare, quindi se non sappiamo parlare e non sappiamo scrivere non sappiamo neanche ragionare, se leggiamo un testo minimamente complesso come quello riportato sopra e non capiamo che cosa vuole dire significa che siamo esposti a tutti i truffatori in circolazione, maghi in genere della parola, ce la possono raccontare di sotto e di sopra e noi ci caschiamo come i ciuchini di Collodi. Non so se ha sentito parlare dei ciuchini di Collodi.  

Pinocchio?
Bravo. L’omino di burro, caricati a mezzanotte in punto Pinocchio e Lucignolo, li portò nel paese dei balocchi e qui ci si divertiva un mondo dalla mattina alla sera, giocando e ridendo. Ma, arrivato il giorno stabilito, i bambini si trovarono trasformati in ciuchini e l’omino di burro, che un minimo aveva studiato, li vendette sul mercato, guadagnandoci. Capito?  

Non siamo sulla Gazzetta dello Sport? Non dovremmo occuparci di qualche fatto d’attualità?
Il fatto d’attualità sarebbe l’appello che seicento docenti universitari hanno spedito al governo, al presidente del Consiglio, al Parlamento, al ministro della Pubblica Istruzione. Nell’appello si sostiene che alla lettura delle tesi di laurea si scoprono errori che non sarebbero tollerabili nemmeno in terza elementare. Non si tratta di distinguere tra disciplina e disciplina, perché una tesi di laurea deve (e sottolineo: deve) essere scritta in un italiano accettabile anche se tratta un tema di statistica o di biologia o di matematica pura. Del resto, i professori non lo dicono, ma noi lo sappiamo, tutto il sistema universitario ha abbassato il suo standard scientifico e le sue pretese culturali perché altrimenti il numero di studenti da rimandare a casa sarebbe enorme. Ma sono i test internazionali a dirci come stanno veramente le cose (e l’appello dei 600 accademici lo ricorda): il rapporto Ocse-Pisa relativo ai quindicenni ci ha massacrato, siamo nelle ultimissime posizioni dei paesi Ocse, soprattutto nel maneggio della nostra lingua, pessimo come era pessimo nel 2000, anno di riferimento e rispetto al quale, nella classifica, non abbiamo recuperato neanche una posizione.  

I ragazzi però twittano, leggono su internet, frequentano i social che si basano sull’atto dello scrivere...
E però, se appena debbono leggere un testo complesso, annaspano e, passato qualche anno, disimparano in assoluto la tecnica della lettura e della scrittura con un danno gravissimo alle loro capacità logiche, e un arretramento culturale grave e costoso per il Paese. D’altra parte altri dati, provenienti dall’Istat, ci dànno la controprova: meno di metà degli italiani leggono libri, dal 2010 abbiamo perso tre milioni e 300 mila lettori, intorno alla metà degli anni Ottanta avevamo una percentuale di lettori di circa il 30% sulla popolazione adulta, raddoppiata rispetto ai primi anni Sessanta, e adesso stiamo lentamente tornando ai livelli dell’Italia ignorante di cinquant’anni fa. Tullio De Mauro aveva lanciato molte volte l’allarme: il 70% degli italiani è un analfabeta di ritorno, vale a dire, uscito da scuola, ha disimparato a leggere e a scrivere. Quelli che stanno peggio sono i lettori maschi, nettamente inferiori per numero ai lettori femmine, e i giovanissimi, almeno metà dei quali non legge niente. Pensi un po’: i lettori di Gazzetta, che è un giornale popolare, per il solo fatto di comprare questo quotidiano e leggere qua e là i pezzi che più gli interessano si iscrivono per ciò stesso a una classe intellettuale superiore.  

Che si può fare?
I seicento professori reclamano un ritorno all’antico: «Dettato, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale, scrittura corsiva» e quest’ultimo punto le dice tutto: i nostri sono abituati allo stampatello e il corsivo gli risulta troppo faticoso. Ma proprio in questo «troppo faticoso» sta un elemento chiave del problema: si deve costringere la popolazione studentesca, quando è in età, a imparare, sapendo che non si impara senza uno studio, noioso e scoraggiante quanto si vuole, ma indispensabile. Tutti sono disposti ai sacrifici per la dieta in modo da far bella figura col corpo, e non si rendono conto di quanto sono improbabili se non ridicoli quando non sanno mettere due parole in fila. Dice Massimo Cacciari, uno dei firmatari dell’appello, che ai suoi corsi questi problemi non ci sono perché si pratica una selezione durissima. Infatti. Ho il sospetto che le promozioni di massa e la scuola vissuta come un luogo di svago o, peggio, di deposito c’entri qualcosa.