La Stampa, 5 febbraio 2017
Le strane ingiustizie
Ma sarà vero? Sembra che un immigrato che viva in Italia, con residenza accertata, da più di 10 anni, ma senza aver lavorato, raggiunti i 65 anni, anche se risulta disoccupato, percepisca una pensione sociale, pari a 5.800 euro annue. Basta una semplice autocertificazione dell’interessato e al netto mensile si mette in tasca circa 500 euro, a differenza di chi ha lavorato e versato i contributi, che percepisce l’assegno sociale, il vitalizio, in questo caso, del povero, pari a 448 euro. Due vitalizi, difatti, che non aiutano un eventuale stato di indigenza che, per chi ha lavorato, deve essere, purtroppo dimostrato, mediante precisi controlli, mentre per chi non ha mai lavorato, magari uno straniero, è sufficiente un passaporto o una dichiarazione nel «proprio» Comune.
Un rifugiato, se non ottiene lo «status» di tale condizione, per accertamenti rilevati dagli organi competenti dello Stato, può immediatamente fare ricorso; insomma, protestare, così che, per «amor dei», ovvero gratis, chi ne fa richiesta viene patrocinato in giudizio, fino in Cassazione da un avvocato che lo segue, quest’ultimo, però, pagato dallo Stato. Nel frattempo, per i tre gradi di giudizio che fa il rifiutato rifugiato politico? Gode di un trattamento di protezione e di assistenza fino a quando non si conclude questo sollecito contenzioso con uno Stato che non è il suo.
Tutto ciò induce a pensare a tante cose: da una parte si accumulano presenze scomode che ha volte smorzano il mio entusiasmo all’integrazione, mentre dall’altra, ci sono cooperative, associazioni varie, onlus, centri di accoglienza, proprietari di alberghi, che accolgono i profughi a braccia aperte, naturalmente, inserendoli nel tessuto di una cultura, di una storia e di un popolo diverso. La catapulta di provenienza di queste persone verso le metropoli della modernità è sicuramente allettante. Spesso a scapito dei cittadini italiani. E tra questi metto anche gli immigrati di seconda generazione.