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 2017  febbraio 05 Domenica calendario

A Lione con il popolo di Macron. Thomas Lescure: «Aprirà la Francia al mondo»

Un ultimo caffè, in un bar delle stradine della vecchia Lione, prima di partire per il palazzetto dello sport: «È il primo comizio politico della mia vita». Sorride Thomas Lescure, 45 anni, ex professore di lettere, fondatore di Digital Words, una delle svariate startup che nella seconda metropoli di Francia proliferano. Non vuole perdersi Emmanuel Macron, ieri qui a lanciare la fase finale della campagna per le presidenziali. Anche Valentin Bertoux, 27 anni, che da un anno ha messo su una startup per lo scambio di babysitting tra genitori indaffarati («funziona a Lione, perché abbiamo una tradizione di economia solidale, dovuta a un certo umanesimo cristiano»), è al suo primo meeting in assoluto: «Macron mi piace perché è l’unico a essere liberale economicamente ma anche per la concezione della società». Thomas, che nel suo lavoro aiuta le aziende a gestire la digitalizzazione a 360 gradi, afferma: «Macron si vuole aprire al mondo, che cambia inesorabilmente, ma senza rinunciare a quelli che sono i valori della Francia e al suo sistema sociale».
Più tardi Thomas e Valentin non saranno delusi, perché nel suo lungo discorso, pronunciato davanti a oltre 16 mila persone e tantissimi giovani (in migliaia non sono potuti entrare nel palazzetto, lo hanno seguito da fuori su un grande schermo), Macron ha inneggiato alla riconciliazione della Francia divisa e a un sostanziale compromesso fra libertà e uguaglianza. Partendo da un assioma: «Sarò il difensore del lavoro. Non mi limiterò a promettere una vita appena dignitosa, il frutto di un ozio subito»: frecciatina al reddito di cittadinanza voluto da Benoît Hamon, il candidato della sinistra. Sapeva che una frase del genere non sarebbe passata inosservata a Lione, un agglomerato di un milione e mezzo di abitanti, che va in controtendenza rispetto alla crisi economica che la Francia vive in maniera endemica. E alla sua rassegnazione. A Lione non c’è stata la deindustrializzazione di tanta Francia: chimica e farmaceutica corrono. Perfino il tessile, che altrove nel Paese è morto, qui si è saputo ripensare con i materiali tecnici. «Da noi esiste una capacità a innovare, a prendere dei rischi – osserva Thomas – Lione è pragmatica e poco ideologica».
Non stupisce che in questa città, più che altrove, abbia sfondato il movimento di Macron (En Marche!), che si appella al «superamento del divario fra destra e sinistra», definendosi comunque «progressista». In dieci mesi vi hanno già aderito più di 170 mila persone in tutto il Paese, pure Thomas e Valentin. E come loro la maggior parte non aveva mai militato in un partito. Ecco, a Lione Macron ha sciorinato pure qualche proposta (per migliorare l’istruzione nelle aree più depresse vuole aumentare gli stipendi dei docenti che ci lavorano e, nel campo della sicurezza, ha promesso di assumere in cinque anni 10 mila poliziotti). Ma in realtà è rimasto come sempre abbastanza vago, preferendo parlare di valori e principi. «Il progresso – secondo lui – non è solo l’accrescimento materiale del proprio benessere». E «la laicità non è una minaccia per nessuno ma una libertà per tutti».
Non è mancato un attacco a Marine Le Pen, che oggi, qui a Lione, terrà un comizio. «Alcuni pretendono di parlare in nome del popolo ma è solo la loro acredine che parla. E questo continua di padre in figlia». Dopo il tracollo, causa Penelopegate, Macron ha superato nei sondaggi il repubblicano Fillon. Il secondo turno per l’ex ministro di Hollande è concreto. Dinanzi al suo popolo Macron scorre via su toni letterari e citazioni colte. «Lui è fatto così – osserva Valentin -. Nicolas Sarkozy aveva introdotto un “parlare franco”, un linguaggio più semplice. Ma questo non fa che abbassare il livello del dibattito politco». Thomas, però, riconosce che «Macron deve ancora convincere le classi più popolari». Non si preoccupa, invece, delle scarse proposte avanzate finora dal suo candidato, «perché quello di Macron è un progetto che si costruisce progressivamente con la base, attraverso il movimento. Siamo noi, dai nostri comitati locali, a inviare degli input: è un meccanismo di democrazia partecipativa». Sotto il palco, ieri, applaudiva Gérard Collomb, sindaco di Lione dal 2001. Socialista atipico (giudicato troppo al centro dai colleghi di partito, pragmatico appunto), ha rivoluzionato Lione anche dal punto di vista urbanistico. È stato uno dei primi sostenitori di Macron. «Ho incontrato per la prima volta Emmanuel due anni fa – ricorda – E mi dissi che lui parlava di una Francia del ventunesimo secolo. Mentre gli altri politici di una di quarant’anni fa». Figlio di un operaio e di una donna che puliva le case a ore, Collomb è stato per anni professore di lettere classiche. È entusiasta della sua città, una delle più giovani d’Europa (il 28% della popolazione ha meno di vent’anni) e una delle più istruite (il 41% degli attivi fra i 25 e i 64 anni ha un titolo universitario). «Se solo la Francia fosse come Lione – aggiunge – avremmo risolto tutti i nostri problemi». Forse lo pensa anche Macron.