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 2017  febbraio 05 Domenica calendario

«Scandali, Descalzi troppo morbido». E Zingales lasciò Eni

C’è la reazione troppo debole dell’azienda alle accuse di corruzione, incluse quelle sulla Nigeria e il giacimento Opl245, dietro la decisione dell’economista Luigi Zingales di dimettersi dal consiglio di amministrazione dell’Eni il 3 luglio del 2015. Ai giornali Zingales, scelto dal governo di Matteo Renzi, non ha mai voluto dare dettagli sulla sua uscita dal gruppo petrolifero dopo appena un anno. Ma il 21 dicembre del 2015 viene sentito dai pm di Milano Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro che indagano sull’ipotesi di corruzione internazionale nell’acquisto del giacimento Opl245 in Nigeria: nel 2011 l’Eni ha pagato 1,092 miliardi di dollari al governo nigeriano per sfruttare un giacimento i cui diritti facevano a capo alla Malabu, società dietro la quale c’era l’ex ministro del petrolio nigeriano Dan Etete. L’intera somma, secondo quanto ricostruito dai pm con Bankitalia e autorità finanziarie di Usa e Gran Bretagna, sarebbe finita a politici nigeriani, oltre che allo stesso Etete. Ben 532 milioni sono riconducibili a un presunto prestanome dell’ex presidente nigerniano Goodluck Jonathan.
Zingales motiva così le sue dimissioni nel 2015: “Avevo profondi dissensi rispetto al modo in cui l’Eni aveva condotto la due diligence(inchiesta preliminare, ndr) in occasione di alcuni investimenti, compreso Opl245” riguardo al quale ha riscontrato anche “varie criticità nei flussi informativi”. Appena arrivato in cda, a settembre 2014, dopo aver studiato le carte sulla Nigeria, Zingales chiede informazioni al responsabile degli affari legali dell’Eni, Massimo Mantovani, soprattutto sulla necessità di coinvolgere uno strano mediatore come Emeka Obi, il nigeriano che secondo la ricostruzione poi fatta dai pm aveva il ruolo di far rientrare in Italia parte della somma pagata da Eni a beneficio di manager, tra cui l’ex ad Paolo Scaroni e il mediatore Luigi Bisignani: “Io chiesi a Mantovani perché non avevamo fatto una due diligence su Obi visto che, in ogni caso, avevamo avuto parecchio a che fare con questa persona.
Mantovani disse che gli standard internazionali non prevedono che si svolgano due diligence su advisor o altre figure collegate alle controparti. Io feci presente a Mantovani che questa era una carenza nel nostro sistema di compliance perché non potevamo in alcun modo escludere che attraverso Obi ci fossero dei flussi di pagamento a terze persone. Mantovani ne prese atto ma disse che le procedure non prevedono questo tipo di due diligence”. Passa qualche mese e, rivendica Zingales, “le procedure interne sono state riviste per includere anche questo tipo di situazioni in quelle meritevoli di due diligence”. Oggi Mantovani è stato spostato, non guida più l’area legale ma si occupa di trasporto di energia (Chief Midstream Gas & Power Office).
Zingales non è tipo mansueto e dopo lo scontro con l’avvocato Mantovani pone la questione Opl245 all’ad Claudio Descalzi, oggi indagato per corruzione internazionale proprio per l’affare nigeriano: “Descalzi ha sempre tenuto un atteggiamento cortese con me e mi ha dato varie spiegazioni, ma soprattutto di carattere generale. In qualche caso mi disse che era d’accordo con me, mi riferisco in particolare alla oppotunità di un avvicendamento all’ufficio legale”, cioè di spostare altrove Mantovani, come poi è successo.
La convivenza tra l’economista di Chicago e Descalzi si rivela però presto impossibile, proprio per l’atteggiamento dell’ad verso le tante accuse di corruzione che riguardano l’Eni. I pm fanno una domanda semplice a Zingales: per quali motivi si è dimesso dal cda Eni? La risposta è lunga. Zingales racconta di essere rimasto stupito che persone come Pietro Galizzi, “ex responsabile legale di Saipem nel periodo in cui questa società aveva pagato circa 200 milioni di commissioni ad una società schermo per i progetti in Algeria, invece che essere oggetto di rilievi fossero state sorprendentemente promosse”. Stesse perplessità su Marco Bozzini, “membro del cda di Snam Progetti nel periodo delle commissioni pagate per i progetti in Algeria, che era stato promosso”. Poi l’accusa diretta a Descalzi e alla presidente Eni Emma Marcegaglia: “Io ero piuttosto preoccupato del fatto che queste mancanze di controllo continuassero ad accadere e mi sembrava che i vertici della società, intendo dire il presidente, l’amministratore delegato, il capo del personale, il capo della funzione legale, non avessero intenzione di voltare pagina”.
Lo scontro più violento avviene sul Congo, Paese che Descalzi conosce bene perché da lì viene sua moglie Marie Madeleine Ingoba. Il 14 aprile 2015 il Times di Londra pubblica un articolo sugli affari dell’azienda in Congo. La consigliera Karina Litvak (vedi articolo a fianco) lo porta in cda: Eni viene accusata di aver ottenuto il rinnovo di licenze petrolifere in cambio della cessione della quota di partecipazione allo sfruttamento a una società (Aogc) che fino al 2005 era di Denis Gokana, capo dell’ente petrolifero congolese legato all’ex dittatore Denis Sassou Nguesso.
Nel 2015 Eni ha risposto a un articolo del Fatto sulla vicenda sostenendo che la partecipazione di Aogc era stata imposta “unilateralmente dalla parte pubblica”, cioè dal governo locale e che “stando alle visure camerali eseguite al momento dell’emissione delle nuove licenze, nel novembre 2013, Gokana non era azionista della Aogc”. Certo, Gokana aveva ceduto le quote, ma a persone che “già in un rapporto del 2011 della società The Risk Advisory (società che svolge la due diligence per Eni, ndr), erano considerate parti correlate”. Tra queste “Diodonné Batsimba, che sedeva nel cda di Aogc, cugino di Gokana”, racconta a verbale l’economista. Oltre che in cda, Zingales porta la questione al comitato interno di controllo ma “la società non sembrava voler fare alcun serio approfondimento su quest’ultima vicenda”.
Lo scontro con l’amministratore delegato è inevitabile: “Nei giorni successivi, ebbi un confronto con Descalzi il quale contestava la fondatezza dei miei rilievi e mi faceva presente che con questo mio comportamento io paralizzavo l’attività commerciale di Eni nel settore petrolifero. Io presi atto della situazione e dopo qualche mese ho rassegnato le dimissioni”.