il Fatto Quotidiano, 5 febbraio 2017
«Sanremo 22 anni dopo. Questa volta però me lo voglio godere». Intervista a Giorgia
Pino Pagano, disoccupato bolognese, minacciò di tuffarsi dalla balconata dell’Ariston. Giorgia Todrani fece di più, saltò davvero nel vuoto e si ritrovò trionfatrice del Sanremo 1995. Tra Annie Lennox, Madonna, Sting e Ray Charles, si fecero strada versi: “Come saprei/ amarti io/ nessuno saprebbe mai” e un timbro alieno, piovuto da chissà dove. 22 anni fa. Prima dei 7 milioni di dischi venduti, prima dei figli, prima di tutto. I capelli corti, i pantaloni lunghi, il pubblico visto da un acquario: “Ero come sott’acqua, mancavo di lucidità, non mi resi conto di niente. In ascensore continuavo a guardarmi allo specchio: ‘Svegliati – mi dicevo – emozionati, hai vinto Sanremo”. Non c’era niente da fare, rimanevo impassibile. Sul palco del Festival mi sentivo esattamente come nel piccolo club in cui avevo suonato fino al giorno prima. Forse quell’inconsapevolezza di me, quell’incoscienza, mi ha salvata. Se finisci per crederci troppo, un evento del genere ti cambia la vita”.
Reduce dal successo di Oronero (Sony) e prossima a un tour che tra il 19 Marzo e il 26 Aprile la porterà in 17 diversi palazzetti tra Mantova e Torino, Giorgia la prossima settimana tornerà tra le palme della riviera con emozione temperata dall’ironia: “Canterò per un quarto d’ora, canzoni lente, d’amore. Un’agonia. Un mio amico mi ha detto: ‘mi porto Ruzzle, così mentre ti esibisci io almeno gioco”.
Si è mai rivista in quel Sanremo del ’95?
Mai. Però mi ricordo che non piangevo e l’anomalia era sospetta. “È strana, non lacrima, deve essere fredda e distante”.
Era vero?
Ma neanche un po’. Ero sull’ottovolante, ero stata ripescata, non capivo. Baudo mi prendeva in giro: “Che ci fai tu ancora qui?” e mi chiedeva come mi sentissi. Io rispondevo: “È fichissimo” ed era esattamente quello che pensavo. L’anno prima ero arrivata settima ed era stata una tragedia.
Nel Sanremo 1982, Vasco Rossi e Zucchero arrivarono ultimo e penultimo.
Infatti io ero felicissima, ma mio padre per la rabbia si era bucato la mano, i discografici erano devastati e i produttori non ne parliamo.
Da allora è passato molto tempo. Oronero, la canzone che dà il titolo al suo decimo album di inediti, a tratti sembra un’autobiografia.
L’ha scritta Emanuel, il mio compagno. È la metafora di una relazione interpersonale che diventa velenosa perché uno dei due crede di potersi elevare soltanto demolendo l’altro. C’è soprattutto lui, lì dentro.
Ma c’è anche lei.
Quando parla di una donna che non si ama davvero e che vorrebbe una carezza, certo, parla anche di me.
Giorgia non si ama fino in fondo?
È vero che di me l’hanno detto spesso e non è falso che a volte non abbia saputo amarmi. Ma sto imparando.
Iniziamo da quelli che lo dicevano?
A 22 anni pensavo già con la mia testa. Volevo dire la mia e decidere delle mie cose. Un atteggiamento che dava fastidio. Nel ’95 la cantante doveva essere pettinata e vestita per poi salire sul palco, cantare, sorridere e sparire preferibilmente in silenzio. Altrimenti, pur sentendoti artista, eri considerata una matta. Un po’ di gogna toccò anche a me.
Veramente?
I custodi della tradizione iniziarono a etichettarmi: “È ingestibile, è ingestibile”. Poi per carità, le mie cretinate le ho fatte. Non fare promozione all’estero dopo la vittoria a Sanremo avendo l’ambizione di affrontare quel mercato fu una sciocchezza. “Andiamo di corsa” suggerivano i manager. Non ne volli sapere: “Devo pensare al repertorio e al suono, in studio sto benissimo”. Non sono mai stata quella che arriva, dice: “Quella è la mia canzone”, si esibisce e poi saluta.
Però ha detto che ad amarsi sta lentamente imparando.
Non a dirmi: “Oddio quanto so’ forte, quanto me vojo bbene”, ma a conoscermi. “Chi sono? Che sto a ffa’? Perché sto qua? dove sto a annà”, per dirla alla Corrado Guzzanti, sono domande che mi sono sempre fatta. E a 22 come a 45 anni, la risposta giusta a interrogativi come questi non c’è mai.
Giorgia Todrani, romana per caso.
Avrei dovuto nascere ad Atene dove mio padre Giulio cantava in un night con tanto di regolare contratto. A pochi giorni dal parto, discutendo seriamente dell’importanza della pajata, al grido di: “Sono romano da 7 generazioni” papà mise mamma su un volo e la spedì a Roma. Quei pazzi, a 40 giorni di vita, mi riportarono al Pireo. Eravamo in piena dittatura dei Colonnelli. Quando tra greci e turchi si mise male, sull’aereo salimmo di corsa tutti e tre. Peccato.
Peccato cosa?
Non essere nata in Grecia. Sarebbe stata tutta un’altra dimensione, avrei frequentato il Liceo Classico e non il Linguistico e oggi non sarei costretta a mostrare una preferenza sfacciata per la Feta o per gli involtini di vite in ogni occasione utile. Della Grecia ho imparato anche le parolacce, ma non so se fa curriculum.
A proposito di date. Lei condivide il 26 aprile con Melania Trump, nata un anno prima di lei.
Noooo! Non lo sapevo, la notizia mi devasta. Trump sembra il generale Ripper del Dottor Stranamore. Ha le chiavi, può entrare nella stanza dei bottoni e premerli, sembra pienamente coerente con le sue promesse e quindi fa paura. Va bene che Kevin Spacey ci ha detto che la fantasia è niente rispetto alla realtà e che dopo House of Cards non ti stupisci più di niente, ma c’è un limite. L’altro giorno volevo dire la mia su Twitter per sdrammatizzare, ma poi ho evitato.
Cosa avrebbe scritto?
Che l’elezione di Trump è una sconfitta per tutti, ma per i parrucchieri lo è di più. Non si può andare in giro in quel modo, o no?
Lei da ragazza come andava in giro?
Fino ai 16 anni avevo un fisico da maschiaccio. Non ero magra, ero proprio secca, senza seno e con le ossa sporgenti. Mi chiamavano Scrocchiazeppi.
Proprio come uno dei personaggi di Romanzo Criminale.
Non ero così di moda. Qualcuno pensava fossi malata. Guardi, qui c’è un mio caro amico, lui è testimone e vittima. Uno dei tre soli esemplari di maschi in una classe di 25 persone. Per ingannare il tempo si divertiva a compilare un quaderno con le belle e con le brutte. Voti, caratteristiche fisiche, simpatia. Chieda a lui com’ero messa in classifica.
Lo chiedo a lei.
Non credo fossi in lizza per il podio. Ero sempre vestita di nero, con la pelle bianchissima e un’aria di vaga sofferenza. Mi piaceva l’esistenzialismo. Leggevo molte poesie. E poi Sartre, Virginia Woolf e Simone Weil che mamma mi aveva prontamente passato a 14-15 anni. A scuola ero brava, ma non secchiona. Ascoltare attentamente le lezioni nel casino generalizzato è stato utile e importante. Oggi posso concentrarmi in qualsiasi posto e capire anche tre cose nello stesso momento. Conosco molti uomini per cui la sola ipotesi confina con la fantascienza.
Adolescenza?
Tutto sommato niente male. Davanti a me avevo questi due esempi di nuclei diversissimi. Quello di mio padre e dei suoi fratelli, 7 in tutto, di matrice patriarcale, in cui all’ora del pranzo mia nonna serviva prima il marito, poi i figli e poi le nuore. Dall’altra parte c’era la famiglia materna. Mia nonna, la madre di mia madre, era una donna potente e con il coraggio delle sue idee. Una spregiudicata.
Quanto spregiudicata?
Parlava sempre della lingua di Dante e si diceva orgogliosamente toscana, fino a quando non scoprimmo che fingeva e veniva in realtà da San Lorenzo Nuovo, nel Lazio, al confine tra Umbria e Toscana. Stando alle carte, molto più Viterbo di Firenze. Provavamo a riderne, ma lei minimizzava. Era sempre curata, magnifica, con il trucco, lo smalto e il fondo tinta. Aveva un marito campano, seguace della filosofia di Totò che a volte di fronte al litigio e alla forza della moglie, allargava le braccia rassegnato: “Tanto a me – si lamentava – non mi dite mai niente”. Nella considerazione a tavola, per dire, il nonno veniva ampiamente dopo figlie e nipoti.
Chi provò a insegnarle il mestiere?
Mio padre. Avrebbe voluto essere il mio maestro, ma con lui ero molto ribelle e finimmo rapidamente per litigare. “Non capisci” gridava lui. “Non sai spiegare” replicavo io. Tra gli artisti della famiglia c’era anche mio zio. Lo chiamavano il Miles Davis di Roma perché dalla sua Big Band passavano i musicisti destinati a diventare i turnisti dei grandi nomi italiani. Un maestro, Luigi Rumbo, a 16 anni, me lo trovò lui.
Quando a 60 anni suo padre ebbe un secondo figlio lei non reagì bene.
Abbiamo litigato? Avoja. Fu un piccolo dramma familiare, ero preoccupata per la sofferenza di mia madre, per un po’ discutemmo e poi facemmo pace. Perché mio padre è simpaticissimo, perché è un po’ pazzo come mia madre, perché ancora suona e canta da spirito libero – e non sa con che qualità – a 73 anni e perché volergli male è impossibile. In un’intervista di qualche anno fa dissi una cosa gentile su di lui e mamma eccepì. Papà ci rise su: “Tua madre deve essere comprensiva, capire: sono 10 anni che mi dai dello stronzo su tutti i giornali”.
Suo padre ama il Rhythm and blues, lei su che musica si è formata?
La musica me la passava Susanna, un’amica, la mia pusher. Ella Fitzgerald, Billy Holiday, Sara Vaughan.
Gusti non proprio popolari tra i sedicenni.
Anche se poi ho ascoltato Dyane Reeves, Anita Baker e Stevie Wonder e ho avuto persino i miei momenti in cameretta con i Tears for Fears, i Go West e i Mr. Mister, tanto popolari in effetti non erano. Ero tra le poche che andavo al club ad ascoltare musica dal vivo, mentre le mie coetanee correvano a rimorchià, in discoteca tutte truccate. Io quella parte lì l’ho recuperata a 30 anni. Fuori tempo massimo. Andavo a ballare, bevevo e passavo la notte abbracciata al water. È stato il mio periodo maledetto, il mio istante baudelairiano. È passato in fretta. Mi guardavo e la faccia mi diceva: “Ma che stai a ffa’”?.
Idem con le droghe?
Le droghe proprio mai. Eravamo una generazione di paurosi cresciuti con lo spettro dell’Aids e dei ragazzi più grandi che si bucavano. Non avevamo nessun interesse per le pasticche, figuriamoci per la siringa o per la cocaina. Noi eravamo quelli che se dovevano calmà, non certo agitare di più di quanto già non fossimo agitati. Quelli che andavano a scuola dalle suore. Quelli che come massima trasgressione avevano la Fiesta: la merendina, non la macchina.
Incontro fondamentale: Pino Daniele.
Pino per me è come un parente, non ho con nessun altro il rapporto che ho con lui. Ne parlo al presente perché non mi va di dire: “È stato”. Non ho le prove che non ci sia più e ho anzi tutti i giorni indizi in senso contrario.
Qual è la cosa più importante che le ha insegnato?
“Quando sei in dubbio sul fare o non fare una cosa, non farla”. “Dai retta all’istinto – diceva – impara a dire no”. Ci sono momenti in cui rifiutare un’offerta sembra folle, ma – insisteva Pino – è necessario avere una visione più ampia perché l’artista deve essere credibile. Sono le tue scelte ti rendono quello che sei e non è scritto da nessuna parte che nel non vederti accettare qualunque bassezza o compromesso, la gente ti giudichi male. “Il tuo pubblico – mi spiegava – non è quello che ti chiede l’autografo o la foto perché ti ha vista a Sanremo, ma quello che ti ascolta in macchina e per strada non ti avvicinerebbe mai. La popolarità è una cosa, l’onestà che proietta il tuo personaggio, un’altra”.
A Marzo ripartirà con il tour. Si diverte ancora?
Non posso negare che una parte di me si esalti, anche se ora, con mio figlio, non dormire a casa mi pesa. Io sono romana di Monteverde nuovo, Emanuel è di Tor Bella Monaca, da dove sia uscito questo piccolo lord con la erre moscia lo sa solo dio. È fissato con le parolacce. Non gli piacciono. Nel disco ce n’è una sola, stronzo e lui l’ha beccata subito: “Mamma, dici stronzo”. Vigliaccamente ho scaricato la responsabilità sull’autore del testo: “È vero, ma l’ha scritta tuo padre, prenditela con lui” per poi svicolato. Qualche giorno dopo mi è scappato “incazzata” e lui, spietato, è tornato alla carica: “Mamma, hai detto incazzata”. Allora mi sono impegnata, gli ho spiegato che incazzata significa piena di angustie, di tormenti, di pene appunto e non so come sono finita a raccontargli che le donne sono magiche, le streghe non esistono e non rappresentano altro che figure letterarie. “Le hanno inventate uomini infastiditi dalla loro intelligenza” gli ho detto. Molto veterofemminista, lo ammetto, speriamo solo che non ci cresca serial killer.
Per gli uomini una parola gentile da parte sua c’è sempre.
È colpa mia se il modello è cambiato? Negli Anni 50 era impensabile che l’uomo non provasse orgoglio o reazioni emotive. Oggi gli intimi “basta, vattene!” e quello torna dopo 10 minuti chiedendo che c’è a cena. John Wayne non l’avrebbe mai fatto. Al limite te le dava e ti diceva “vattene tu”.
Una che se ne è andata in esilio di sua sponte è Mina. Come è andata la vostra collaborazione?
Madonna quanto mi piacerebbe chiacchierare ancora con lei e stare con la sua grande intelligenza, la sua mente spettacolare, la sua capacità di allontanarsi e dire no. Ha avuto una lucidità, una forza e una volontà incredibili. La ammiro.
Un giorno sparirà anche lei?
Prima di diventare decrepita, vorrei non farmi vedere più anch’io, sì.
Lei è molto lontana dall’essere decrepita.
Non vorrei non accorgermi di essere drammaticamente fuori tempo, non vorrei continuare a cantare senza avere niente da dire. Mi rendo conto che ho 45 anni e che esistono almeno due generazioni nuove. Sono orgogliosa del mio spazio. L’ho cercato, curato, sudato. Mi piace anche riuscire ad avere uno sguardo sul presente e poter dire “Ecco il famoso presente, io non ci rientro più”. L’ho detto, ce l’ho fatta, sono vecchia.
(Voce dal tavolo: “Ma se lo dice da quando ha trent’anni!”)
È vero. Lo dicevo già allora. Forse sul tema non sono più affidabile.