il Fatto Quotidiano, 5 febbraio 2017
I contanti portano vizi, meglio rottamarli
Paese che vai, lotta alla corruzione che trovi. La piaga della disonestà da parte di chi gestisce la cosa pubblica è purtroppo una caratteristica senza confini. Così come i modelli o le strade legislative, giudiziarie che unite agli strumenti economici le amministrazioni adottano per liberarsene.
A novembre, il premier indiano Narendra Modi ha annunciato, con un messaggio televisivo che ha colto molti di sorpresa, la più grande “demonetizzazione” del Subcontinente. Le banconote più usate, quelle da 500 e 1000 rupie (7 e 14 euro rispettivamente) sarebbero finite fuori corso entro l’anno e rimpiazzate con nuovi biglietti da 500 nuovi di zecca e da 2000 rupie. I vecchi biglietti rappresentavano complessivamente poco meno del 90% del contante in circolazione, usato quindi dalla grande maggioranza dei cittadini. Con questa misura il governo si propone di contrastare una serie di mali endemici dell’economia indiana: l’evasione fiscale, il mercato nero, la contraffazione delle banconote e la corruzione.
Oltretutto gli ispettori del fisco sono stati autorizzati a esaminare la provenienza di tutti i depositi superiori alle 250.000 rupie. L’idea del governo è quella di controllare il contante, che per definizione è poco o per nulla tracciabile, anche spingendo verso l’uso della moneta elettronica, che però viene usata al momento da non più del 5% della popolazione. Superato il caos dei primi giorni, le file ai bancomat, lo spettro di ritrovarsi in mano carta straccia, tre mesi dopo Modi va avanti. Ma è ancora troppo presto per dire se la cura funziona. E come spesso accade, gli economisti non concordano sull’efficacia della demonetizzazione indiana.
Lotta alla corruzione è stata anche la parola d’ordine usata dal presidente venezuelano Nicolas Maduro. Con modalità improvvise non dissimili da quelle usate in India, Maduro ha ordinato il ritiro delle banconote da 100 Bolivar, le più diffuse tra la popolazione, prima entro tre giorni dal suo annuncio, poi estendendo due volte la data di scadenza dei biglietti. Il leader bolivariano ha motivato il provvedimento con l’intenzione di “fermare le mafie che fanno affari con la nostra moneta alla frontiera”. Ha sigillato il Paese, chiudendo tutti i confini per un tempo sufficiente a evitare che le banconote da 100 fuoricorso potessero essere cambiate con nuova moneta valida. Inizialmente, un po’ come accaduto in India, la mossa di Maduro è stata accolta da proteste popolari. Tuttavia, in Venezuela il caos economico non è certo generato dal mettere fuori corso delle banconote, ed è difficile che il provvedimento possa davvero combattere il sommerso o le frodi. L’economia di Caracas basata sui profitti della vendita del petrolio, è al collasso ormai da tempo. Secondo stime del Fondo Monetario Internazionale, l’inflazione è prevista oltre il 1500% per il 2017 e il Bolivar, vecchio o nuovo che sia, perde valore ancora di più stampando nuova moneta.
Contro la corruzione in politica – questa volta contro il governo ma insieme ad altre istituzioni come la magistratura – è invece l’elemento che mobilita i cittadini in Romania. In piazza da giorni contro il decreto che depenalizza i reati di corruzione e abuso d’ufficio, e che salva così il leader socialdemocratico Dragnea e molti dirigenti del suo partito. Il governo ha deciso ieri di revocare il decreto all’origine delle manifestazioni popolari. Lo ha confermato Kalin Tariceanu, leader di Alde, partner di coalizione del partito socialdemocratico al potere.