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 2017  febbraio 05 Domenica calendario

Fuori dalla rotta delle cicogne. È il Nord a trainare le nascite

La curva discendente è cominciata dopo il 2008, guarda caso in concomitanza con lo scoppio della crisi economica. Da quell’anno, in cui le culle piene sono state circa 570 mila, il crollo delle nascite in Italia sta proseguendo con una certa regolarità. Un trend talmente spedito che siamo arrivati alle 485 mila registrate dall’Istat nel 2015, ultimo periodo con dati aggiornati. In pratica, il ciclo di recessione, misto con una serie di altri fattori, ha fatto diminuire il numero di nuovi nati di quasi 100 mila unità (85 mila, di preciso) in sette anni. Una tendenza che – come segnala lo stesso istituto di statistica – va di pari passo con quella che riguarda i matrimoni. Meno posti di lavoro, insomma, quindi meno nozze e meno nascite.
E a pagare maggiormente il calo della natalità sono soprattutto le comunità che vivono nei piccoli comuni, in particolare quelli in costante spopolamento dove il numero di nuovi arrivi è quasi sempre vicino allo zero, se non proprio zero.
Messe da parte le ragioni di natura economica e sociale, vi sono pure quelle legate al cosiddetto orologio biologico. In questi ultimi anni, infatti, si è verificato un fenomeno: sono uscite dall’età feconda molte donne nate negli anni del baby-boom e non c’è stata un’adeguata sostituzione, poiché anche nella seconda metà degli anni settanta il nostro paese ha conosciuto un calo delle nascite. Per di più, sta iniziando a mancare anche il contributo delle coppie straniere, che era stato particolarmente prezioso a partire da inizio millennio. Nel 2015, i figli di migranti sono stati 72 mila, in calo di quasi 8 mila unità nell’ultimo triennio. Questo trend è del tutto invertito rispetto a quello cui abbiamo assistito dal 2000 al 2012. In quel lasso di tempo i bambini messi alla luce da non italiani nel nostro territorio sono passati da 30 mila a 80 mila (in pratica, erano arrivati a costituire il 15% del totale).
Tra l’altro, a beneficiare delle nascite di “nuovi cittadini” sono soprattutto le regioni del Nord, dove appunto la presenza di stranieri è più radicata. Dunque a uscirne con le ossa rotte è il Sud, dove il calo delle nascite non trova nessun fattore che bilanci o quantomeno mitighi il dato negativo. A confermarlo è uno studio dell’Istituto di finanza ed economia locale della Fondazione Anci. “Se fino a pochi anni fa – si legge nel documento – il tasso di natalità era determinato soprattutto dalle nascite di bambini in famiglie residenti nei comuni dell’Italia meridionale, oggi, all’opposto, sembrano essere i nuclei familiari che vivono nei comuni di alcune regioni centro-settentrionali a limitare il trend negativo fatto registrare nei comuni meridionali. Nelle amministrazioni localizzate nelle regioni del sud, infatti, si registrano, in generale nel 2014, tassi di natalità inferiori a quello rilevato mediamente a livello nazionale”. I ricercatori impegnati nella stesura del report hanno osservato il decennio tra il 2004 e il 2014 e hanno notato che i più colpiti dal crollo sono i comuni medi, quelli cioè con popolazione tra i 20 e i 60 mila (meno 1,15 per mille abitanti).
Tuttavia, l’allarme scatta soprattutto nei piccoli centri. Quel meno 0,8 per mille, infatti, vuol dire spesso per le comunità interessate un numero di nascite pari a zero. Un esempio è Valle dell’Angelo, in Provincia di Salerno. A fine ‘800 aveva 1.600 abitanti, oggi ne ha solo 280 e l’ultimo bambino è nato nel 2012. A Castroregio, vicino cosenza, erano 1.400 fino agli anni sessanta: oggi sono 300 con due soli nuovi arrivi nell’ultimo quinquennio. Calascio, in Abruzzo, in poco più di cento anni è passato da 2 mila a 140 e anche qui non si attaccano fiocchi dal 2012. In Molise, a Castelverrino, l’ultima nascita sfugge alle statistiche: nel piccolo centro, arrivato a ospitare solo 100 anime, non si registrano nuovi arrivi negli ultimi cinque anni.