Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  febbraio 05 Domenica calendario

Dal 2017 niente soldi ai partiti, ma ai gruppi ancora 50 milioni

Anno 2017: è quello in cui dovrebbe essere definitivamente cessato il finanziamento pubblico ai partiti. I grafici in circolazione che raffigurano l’andamento delle attribuzioni ai partiti dal 2006 a oggi mostrano infatti un andamento in discesa. Dai 180 milioni del 2008 (e dagli oltre 200 riportati nel libro La Casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella nel 2007) allo zero del 2017: dopo la pubblicazione in Gazzetta del decreto legge voluto dal governo Letta nel 2013 (che di fatto elimina le sovvenzioni statali alla politica), l’attribuzione di fondi pubblici si è ridotta gradualmente negli ultimi tre anni: il 2016 è stato l’ultimo con circa 14 milioni di euro; da quest’anno, insomma, il sostegno è limitato a forme di iniziativa privata, dalla devoluzione del 2 per mille alle erogazioni liberali (a vantaggiose condizioni come, ad esempio, la detrazione fiscale del 26 per cento fino a un contributo massimo di 30 mila euro) e passando per la raccolta fondi. Ciò che esce da una parte, però, torna dall’altra. Gli sgravi sulle erogazioni, ad esempio, secondo le stime del Tesoro corrispondono a circa 27,4 milioni nel 2015 e 15,7 nel 2016 in termini di minori entrate.
 
Spese di Gruppo: come formare il deputato doc
Un altro esempio di come i soldi pubblici ai partiti non siano un ricordo è quello dei gruppi parlamentari, che continuano a ricevere decine di milioni di euro. Alla Camera, nel 2015, sono arrivati 32 milioni di euro di trasferimenti, in linea con quelli del 2014, anno in cui – evidenzia il rapporto “Sotto il materasso” di Openpolis – i gruppi di Camera e Senato hanno avuto 49 milioni, assai di più dei fondi erogati ai partiti coi rimborsi elettorali (35 milioni).
Ma a cosa servono questi soldi? Un esempio. “I costi per godimento dei beni di terzi pari a 31mila euro – si legge nella relazione del rendiconto del gruppo Pd alla Camera per il 2015 – si riferiscono a contratti full rent per due autovetture utilizzate dalla Presidenza. La durata dei contratti è di 36 mesi”. Mentre si prova a tagliare le auto blu, insomma, c’è il modo di averne altre. Il gruppo del Partito Democratico alla Camera, il più numeroso, nel 2015 ha speso 14,6 milioni di euro per 300 parlamentari. In media, riceve circa 50mila euro per ogni deputato. Nel dettaglio: il 77 per cento di questa cifra è destinata al personale, circa 11 milioni di euro per pagare dirigenti, funzionari, impiegati, giornalisti e anche personale distaccato. Ci sono poi quasi tre milioni di euro per i servizi. Tra questi, i cosiddetti “oneri per studio”: 185 mila euro per l’indottrinamento dei deputati Pd “molti dei quali giovani e alla prima legislatura”. Si parte dagli approfondimenti per la “conoscenza di figure di illustri parlamentari”: approfondimenti su Giacomo Matteotti e sulla sua “idea avanzata del ruolo dei Comuni”, poi su Alcide De Gasperi, Aldo Moro e Enrico Berlinguer. Il totale fa 68mila euro. Altri 117 mila euro sono invece stati destinati a indagini demoscopiche “per sondare come viene valutato all’esterno il lavoro del Gruppo e le aspettative sugli impegni da assumere e i temi di maggiore interesse”. Ancora, l’editoria: 110mila euro tra quotidiani e riviste.
 
Il prezzo salato della comunicazione
Mezzo milione di euro: lo si trova sotto la voce “comunicazione” per due soli tipi di iniziative. “Si evidenzia la partecipazione alle Feste de L’Unità – si legge nel rendiconto – (…) in cui il Gruppo ha partecipato, sostenendo costi per uno spazio espositivo al fine di divulgare l’attività parlamentare” e altre “cinque Feste tematiche” in giro per l’Italia. Temi generici: dall’ambiente al welfare fino ai Saperi 2.0. Iniziative su turismo e cultura per 114mila euro, sulla giustizia per 92mila euro, 91mila sul decreto Sblocca Italia, 97mila sul Jobs Act. Il materiale comunicativo, le interviste e le campagne di divulgazione “con l’acquisto di spazi su Google, Facebook, Twitter e You Tube” sono costati 250mila euro: e così, la somma del capitolo “Comunicazione” nel 2015 arriva a oltre 2 milioni di euro.
Un ambito in cui ha investito anche il gruppo del Movimento Cinque Stelle, che ha ricevuto nel 2015 un trasferimento totale pari a 3.840.915 euro. “Per quanto concerne i costi riferibili alle consulenze per la comunicazione – si legge nella loro relazione – si è stabilito di incrementare del 38 per cento le risorse destinate a tale settore rispetto all’anno precedente”. Se quindi da un lato il M5s ha speso 1,8 milioni per il personale, le collaborazioni e le consulenze, dall’altro ha impiegato 1,2 milioni di euro per l’ufficio comunicazione.
 
Il trucchetto della scissione dell’atomo
Ci sono poi i trucchi: uno lo ha raccontato Sergio Rizzo qualche settimana fa sul Corriere. In Italia ci sono almeno 62 gruppi regionali composti da una sola persone, dieci solo in Molise. Il guadagno, in questo caso, non è solo sui fondi (che oltretutto dal 2011 si ridotti di molto) quanto sulla possibilità di assumere, dai portaborse agli addetti stampa. Nel Lazio, ad esempio, ogni gruppo può avere fino a tre collaboratori più un addetto stampa.
Caso a parte, a livello nazionale riguarda i gruppi di Montecitorio Per l’Italia – Centro democratico, Lega e Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale. Nonostante nel corso del 2015 abbiano perso alcuni membri, arrivando quindi a contare rispettivamente 13, 17 e 8 deputati (il numero minimo per costituire un gruppo è di 20) hanno comunque percepito i finanziamenti perché, secondo una deroga al Regolamento approvata nel 2015, ne hanno diritto visto che hanno corso alle elezioni politiche. Deroga che ha portato, ad esempio, nelle casse di quello che dal 2016 si è poi trasformato in Democrazia Solidale – Centro Democratico oltre 640 mila euro.