Il Sole 24 Ore, 5 febbraio 2017
Il tesoro Artico che tutti rivendicano
Sono passati settant’anni da quando l’italiano Umberto Nobile e il norvegese Roald Amundsen avvistarono per la prima volta ufficialmente il Polo nord a bordo del dirigibile Norge. Era il 1926 e il ghiaccio artico allora aveva un’estensione del 40% maggiore rispetto a oggi. Si sarebbe forse dovuto dire a quei tempi, invece è solo nell’ultimo anno che l’Artico è diventato ufficialmente “uncharted territory”, territorio inesplorato.
Su questo punto, gli oltre cento ricercatori e politici giunti da ogni dove a Tromsø, in Norvegia, per partecipare all’evento scientifico Arctic Frontiers, sono tutti d’accordo. «Dalle condizioni dell’Artico dipende il clima mondiale: dalla Florida al Mediterraneo, il riscaldamento dell’emisfero settentrionale del pianeta è dovuto alla riduzione del ghiaccio artico – spiega Paul Wassmann, docente di Biologia ambientale presso l’Institute of Arctic and Marine Biology dell’università di Tromsø – Per la scienza è importante distinguere le cause dagli effetti, il centro dalla periferia. Siamo abituati a pensare che Roma, Parigi o New York siano il centro del mondo. Ma per il pianeta il centro sta ai poli. E lì sta cambiando tutto: il Jet Stream, la corrente a getto polare, non è più regolare e la sua variabilità porta instabilità climatica in tutto l’emisfero settentrionale. Anche la corrente del Golfo sta modificando il suo percorso, allungandosi verso la Siberia e sgelando il permafrost, che a sua volta rilascia gas serra amplificando i cambiamenti climatici. Cambiano le correnti, diminuisce l’albedo, grandi masse di acqua dolce si versano in mare: gli effetti sono imprevedibili».
Nel nord del pianeta i cambiamenti stanno avvenendo circa due volte e mezza più rapidamente che in qualsiasi altro luogo (dati Nooa e World meteo organization), il volume del ghiaccio continua a diminuire (meno 70% negli ultimi trent’anni), la temperatura dell’aria continua ad aumentare e l’acqua oltre a riscaldarsi (in alcune regioni è salita anche di 5 gradi rispetto alla media 1982-2010), si sta acidificando. Per studiare e correlare tra loro fattori così complessi, la scienza punta sulla cooperazione internazionale, ma la Guerra fredda l’ha già interrotta una volta e oggi rischiano di fare altrettanto le brame degli stati del Nord che si contendono il Polo geografico e – soprattutto – le immense ricchezze che nasconde.
All’interno del Circolo polare vive solo lo 0,05% della popolazione mondiale, ma sopra il sessantaseiesimo parallelo (che ne segna il confine meridionale) si nasconde circa il 13% dei giacimenti di gas e petrolio ancora da sfruttare, e poi oro, argento, ferro, uranio, diamanti. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos), ogni paese può formulare una rivendicazione sull’Artico e tentare di estendere la propria sovranità fino a tutta la piattaforma continentale a cui lo stato appartiene, estendendo così i propri sulle risorse presenti sul fondale e nel sottosuolo dell’area riconosciuta.
Norvegia, Russia, Canada e Danimarca hanno già finanziato progetti per la raccolta di dati in grado di sostenere le loro rivendicazioni e la Commissione ha già rigettato una volta la richiesta russa chiedendo un approfondimento dei dati. Nel frattempo però l’occupazione dell’artico è già partita, anzi sarebbe più giusto dire che da oltre cinquant’anni non si è mai fermata. Il Consiglio artico, in cui siedono gli otto stati i cui territori ricadono nel circolo polare, cerca da vent’anni di mediare tra gli interessi dei suoi membri, ma la recente virata americana (l’America presiede il Consiglio fino alla fine del 2017) sul tema dei cambiamenti climatici rischia di segnare una brusca svolta anche in questi orientamenti. Donald Trump, ribadendo nei fatti le posizioni negazioniste già varie volte espresse, ha già dato un chiarissimo segnale delle sue intenzioni nominando segretario di Stato il numero uno della compagnia petrolifera Exxon Mobil, una delle “sette sorelle” del petrolio. L’oceano artico infatti non è solo acqua, ma un gigantesco giacimento. In grado però di portarci alla catastrofe climatica. «Abbiamo raccolto dati dai tropici al Polo, sotto e sopra le acque: ci sono cambiamenti ovunque e in particolare nell’oceano artico – dice Carl Gustaf Lundin, direttore del Global Marine and Polar Programme dell’Iucn, l’Unione internazionale per la conservazione della natura – Quando si pensa alla necessità di limitare l’effetto serra, si pensa in genere alla deforestazione, che riduce l’assorbimento dell’anidride carbonica. Senza considerare che la quota di gran lunga maggiore di questo gas, circa l’83%, è stata finora assorbita dagli oceani, in particolare da quelli freddi e con pH più elevato. Se non fosse per la fondamentale funzione che svolgono, si calcola che la temperatura mondiale sarebbe 36 gradi più elevata: il pianeta sarebbe inabitabile in vastissime regioni. Il pH dell’oceano artico però sta scendendo anno dopo anno, e con esso la sua capacità di assorbire CO2. Siamo abituati a pensare a processi lineari, in cui un valore scende o sale sempre un po’ di più. Il problema è che il riscaldamento globale non funziona così. Ci sarà un punto oltre il quale le cose saranno drasticamente diverse da come sono oggi: è un’avventura dagli esiti incerti e pericolosi».
Ma forse, come diceva il grande esploratore Amudsen, “l’avventura non esiste, è solo cattiva organizzazione”.