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 2017  febbraio 04 Sabato calendario

La contraffazione rende 400 mld

Hanno firmato in ottanta. Ottanta patron, come si chiamano qui in Francia gli amministratori delegati, di altrettanti gruppi internazionali. Dalla moda (tra gli altri il colosso Lvmh di Bernard Arnault) allo sport (con la tedesca Adidas in prima fila). Dai giochi (la danese Lego è stata tra i primi a sottoscrivere il documento) all’industria elettronica e musicale (Basf, Hp, Dyson).
Ottanta firme eccellenti in calce ad una lettera dai toni abbastanza ultimativi indirizzata al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker al quale si chiede di fare di più e più in fretta nella lotta contro la contraffazione dei marchi.
Non si può più aspettare, tergiversare (è questa la denuncia) come sta facendo la commissaria europea all’industria al mercato interno, la polacca Elzbieta Biénkowska, ex alta funzionaria del governo di Varsavia, che da almeno due anni ritarda l’apertura del dossier sulla direttiva sulla proprietà intellettuale, la cosiddetta Ipred-Directive on the enforcement of intellectual property rights, (è questo lo strumento giuridico per la tutela dei marchi) che risale al lontano 2004, altri tempi, altri contesti economici.
In un decennio, fanno osservare all’ufficio legale di Lvmh a Parigi, «l’ampleur du fléau», il fronte di questo vero e proprio flagello commerciale si è allargato fino a toccare i 400miliardi (dati Ocse), vale a dire il 2,5% del commercio mondiale. Al primo posto in questo «bad market», chiamiamolo così, della pirateria commerciale c’è, ahinoi, l’Italia con una quota del 15%, seguita dalla Francia con il 12%, dalla Svizzera (anch’essa con il 12%) e dalla Germania con l’8%.
«Quattrocento miliardi di euro di prodotti contraffatti» spiega Alain Galaski, un belga che guida l’Aim, Association des intraprises de marque (European brand association) a cui è associata la nostra Centromarca, «equivale al pil dell’Austria e al 5% delle importazioni europee. Non è più accettabile il ritardo di Bruxelles soprattutto ora che l’industria della contraffazione può utilizzare i canali dell’e-commerce praticamente senza controllo».
Argomento delicato questo del web e dell’e-commerce perché costringe la commissaria europea Biénkowska a confrontarsi con i giganti del commercio elettronico, per esempio Amazon, che al momento – cioè stando alla vecchia direttiva del 2004 – non sono responsabili di eventuali prodotti contraffatti distribuiti attraverso le loro piattaforme.
Invece, scrivono gli 80 capi-azienda, è proprio internet il fronte meno presidiato nella lotta ai pirati dei marchi sempre più agguerriti (lo dimostrano i dati Ocse) e sempre più spregiudicati (sia dal punto di vista industriale e tecnologico sia dal punto di vista finanziario). «Abbiamo il sospetto» incalza Galaski della Centromarca europea «che l’industria della contraffazione alimenti anche i flussi finanziari che portano ai grandi network criminali».
Per questo è indispensabile – così conclude la lettera degli Ottanta – che Bruxelles innovi radicalmente il quadro giuridico e metta in capo a tutti i soggetti della filiera, dalla produzione alla distribuzione, precisi obblighi di controllo.
Per la verità, a dicembre 2015, la commissaria polacca aveva lanciato la solita «consultation publique», cioè una consultazione allargata a tutti gli attori del mercato (industria e distribuzione), in vista della revisione della direttiva Ipred. Poi tutto si è fermato a giugno 2016 in coincidenza con l’invito della Commissione agli operatori internet a dotarsi di un «Memorandum of understanding», insomma di darsi un codice di autoregolamentazione anti-contraffazione. Non basta, scrivono le aziende che ora aspettano da Juncker una risposta. A stretto giro di posta (elettronica).