Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  febbraio 04 Sabato calendario

APPUNTI PER GAZZETTA - IL GIUDICE FEDERALE CHE BOCCIA LE NORME ANTIMIGRANTI DI TRUMPREPUBBLICA.ITWASHINGTON - Il dipartimento di Stato ha annullato la cancellazione dei visti per l’ingresso negli Usa, entrata in vigore dopo la firma del decreto  da parte del presidente Donald Trump che limitava l’ingresso a cittadini provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana: "Abbiamo annullato la revoca provvisoria dei visti, imposta dal decreto presidenziale 13769

APPUNTI PER GAZZETTA - IL GIUDICE FEDERALE CHE BOCCIA LE NORME ANTIMIGRANTI DI TRUMP

REPUBBLICA.IT
WASHINGTON - Il dipartimento di Stato ha annullato la cancellazione dei visti per l’ingresso negli Usa, entrata in vigore dopo la firma del decreto  da parte del presidente Donald Trump che limitava l’ingresso a cittadini provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana: "Abbiamo annullato la revoca provvisoria dei visti, imposta dal decreto presidenziale 13769. I titolari di visti che non sono stati fisicamente cancellati ora possono viaggiare se il visto è valido", ha detto un portavoce del dipartimento di Stato in un comunicato.
Anche il dipartimento Usa per la Sicurezza Interna non imporrà alle compagnie aeree lo stop per passeggeri dotati di visto interessati dal bando disposto dal presidente. Così facendo anche il dipartimento in questione sospende di fatto l’applicazione del provvedimento voluto da Trump.
Alcune compagnie aeree hanno fatto sapere di aver applicato immediatamente la sospensione: Airfrance, Qatar Airways, Lufthansa e Swiss hanno reso noto di avere applicato subito le nuove direttive della giustizia americana ai passeggeri provenienti dai sette Paesi nel mirino di Trump (Iraq, Iran, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen). "Da questa mattina abbiamo applicato immediatamente la decisione presa dalla giustizia questa notte. Tutti i passeggeri che si presentano, se sono in regola e hanno documenti in regola per recarsi negli Stati Uniti, saranno imbarcati", ha affermato un portavoce di Airfrance.
Lo stop temporaneo. A determinare la svolta la decisione di un magistrato di Seattle, James Robart, che ha stabilito che la causa intentata da due Stati, prima quello di Washington, poi quello del Minnesota, ha fondamento. Il che significa che l’efficacia dell’ordine esecutivo di Trump viene sospesa in attesa dell’esito del procedimento, che secondo molti osservatori arriverà fino alla Corte suprema. L’applicazione delle restrizioni all’ingresso negli Usa di cittadini provenienti da sette Paesi a maggioranza musulmana, stabilite dal bando, è quindi sospesa temporaneamente su base nazionale.
I legali del governo si sono opposti sostenendo l’illegittimità dell’istanza con cui si chiede l’annullamento del decreto firmato dal presidente il 27 gennaio scorso.


Le reazioni. La risposta del presidente Usa non si è fatta attendere e su Twitter, dove si è scagliato contro il giudice, il neopresidente ha scritto: "È interessante che alcuni
Paesi del Medio Oriente siano d’accordo con il bando. Sanno che se a certe persone viene concesso di entrare è morte e distruzione!". Poi attacca direttamente il giudice: "L’opinione di questo cosiddetto giudice, che essenzialmente priva il nostro Paese della legalità, è ridicola e verrà rovesciata".

Prima del cinguettio, la Casa Bianca aveva fatto sapere con una nota diffusa sui social network che il dipartimento di Giustizia intende presentare "al più presto possibile" un ricorso urgente contro la decisione del giudice Robart, che inizialmente è stata definita "scandalosa", aggettivo poi eliminato. E si è detta determinata alla difesa dell’ordine esecutivo "nella convinzione che sia legale e appropriato". "È un grande giorno per lo stato di diritto in questo Paese", ha commentato Noah Purcell, vice procuratore generale dello Stato di Washington che nella causa è sostenuto da Amazon, Expedia e Microsoft. Soddisfatto anche il suo superiore Bob Ferguson: "Questa decisione annulla da subito il decreto", ha affermato augurandosi che il governo federale rispetti la sentenza. E il governatore Jay Inslee ha parlato di una vittoria del suo Stato che dimostra come "nessuno, neppure il presidente, sia al di sopra della legge".

Quella emessa dal giudice Robart, nominato da George W. Bush, è tecnicamente un’ingiunzione restrittiva valida su tutto il territorio nazionale. Queste le sue motivazioni: nessun attacco sul suolo statunitense è stato portato da persone provenienti dai sette Paesi citati nel decreto e affinché l’ordine esecutivo sia costituzionale deve essere "basato sui fatti, intesi come contrari della fiction". 

L’ordine esecutivo firmato da Trump il 27 gennaio scorso ha gettato nel caos gli aereoporti per tutto lo scorso fine settimana e ha scatenato un’ondata di proteste che ancora prosegue in moltissime città Usa. Contemporaneamente erano partite le azioni legali contro il provvedimento, che in questi giorni è stato impugnato da molti magistrati e associazioni, oltre che da alcuni Stati. Tra le iniziative delle ultime 24 ore, quella dello Stato delle Hawaii che ha chiesto di bloccarne l’applicazione su tutto il territorio statunitense in quanto incostituzionale.

Il decreto, motivato dall’amministrazione Trump con la necessità di impedire l’ingresso negli Usa di terroristi e di garantire la sicurezza nazionale, sospende per quattro mesi l’ingresso negli Stati Uniti di tutti i rifugiati e vieta a tempo indeterminato quello dei profughi siriani. Vari mezzi di informazione hanno riferito che in questi giorni sono state respinte 100 mila persone in possesso di visto provenienti da Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Successivamente il dipartimento di Stato ha reso noto che sono stati annullati meno di 60 mila visti.

FORMICHE .NET
EMANUELE ROSSI

Un giudice federale dello Stato di Washington ha firmato un provvedimento per sospendere temporaneamente il controverso ordine esecutivo con cui il presidente americano Donald Trump aveva bloccato l’accoglienza dei rifugiati e impedito l’ingresso negli Stati Uniti a tutti i cittadini di sette paesi. Il giudice James Robart, nominato anni fa da George W. Bush (dunque filo-repubblicano?), ha accolto un ricorso sulla costituzionalità presentato a Seattle e ha allargato la sentenza a tutto il paese; in precedenza altre sentenze avevano avuto applicazioni più specifiche e restrittive.

BAN MOMENTANEAMENTE SOSPESO

Per i cittadini di quei paesi sottoposti al ban sarà possibile presentare nuovamente la domanda per il Visa. Nel frattempo si è saputo anche che Trump aveva già inviato un altro executive order al dipartimento di Stato, una specie di misura preventiva (probabilmente era chiaro che prima o poi potesse verificarsi una situazione come quella di Seattle, perché i giudici locali a volte sospendono decisioni federali): oltre sessantamila visti di ingresso di cittadini di qualsiasi genere, professione, religione, di Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen sono stati revocati. Queste persone al momento non possono più entrare negli Stati Uniti, mentre altre resteranno bloccate all’interno del paese, e non è chiaro se loro posizione sarà quella di irregolari. Per il momento c’è molta incertezza su come ristabilire questo nuovo, radicale cambio di circostanze deciso da Robart. La Casa Bianca comunque ha già annunciato la volontà di ripristinare la situazione “appropriata e legale” nel più veloce tempo possibile. Trump potrebbe creare un provvedimento di urgenza, ossia un altro ordine per reintrodurre il precedente (oppure, se tutto restasse sospeso sarebbe la Corte Suprema a decidere).

L’ALTRA BOCCIATURA

Quella che è una bocciatura temporanea a uno dei più criticati e ambigui provvedimenti presi finora da Trump è stata seguita da un altro insuccesso per l’amministrazione. Vincent Viola, veterano di fanteria da West Point e soprattutto tycoon di Vertu Financial dal patrimonio stimato intorno agli 1,8 miliardi di dollari che il presidente aveva proposto come Army Secretary, si è tirato indietro dall’incarico. Military Times, il sito specialistico che per primo ha dato la notizia, riferisce che la decisione di Viola arriva come conseguenza dell’impossibilità di sottostare alle regole del Pentagono sul conflitto di interessi. Da un po’ si parlava del lavorio tra i consulenti di Viola per passare le sue quote in alcune sue società (tra cui la squadra del campionato NHL Florida Panthers) ad alcuni membri della famiglia, ma non sarebbe bastato per soddisfare i requisiti. La scorsa settimana una sorte simile era toccata ad Anthony Scaramucci, altro uomo d’oro di Wall Street che Trump voleva per un ruolo di alto profilo alla Casa Bianca, ma che ha dovuto rinunciare per via che una delle sue aziende è stata recentemente venduta a una società cinese vicina al Partito comunista di governo.


REPUBBLICA.IT DEL 28 GENNAIO 2017

Rafforzamento dell’esercito e controlli più severi per impedire l’ingresso di terroristi islamici in Usa: Donald Trump procede come un rullo compressore per mantenere le sue promesse elettorali e firma altri due ordini esecutivi al Pentagono, dopo aver incontrato lo stato maggiore congiunto e partecipato alla cerimonia di giuramento del nuovo segretario alla difesa, il gen. James Mattis, "l’uomo giusto al posto giusto". Poi, dopo quasi 24 ore dall’annuncio, precisa: "Il mio ordine esecutivo non è una messa al bando dei musulmani". Aggiungendo che il decreti sui rifugiati sta funzionando molto bene. Firmato anche un provvedimento con le istruzioni al Pentagono per preparare un piano anti-Isis entro 30 giorni.

Programma rifugiati "congelato". "Vogliamo mantenere i terroristi islamici radicali fuori dagli Usa", per garantire che non si ammetta nel Paese la stessa minaccia che i nostri soldati combattono all’estero, ha osservato. "Vogliamo ammettere nel nostro Paese solo coloro che lo sosterranno e ameranno profondamente la nostra gente", ha aggiunto, senza però spiegare direttamente i dettagli del provvedimento. Dettagli che sono emersi successivamente: Trump ha bloccato per 120 giorni il programma che prevedeva l’ingresso di rifugiati negli Stati Uniti, programma varato da Barack Obama. E ha deliberato che, dopo questo periodo, sarà data priorità innanzitutto alle "minoranze cristiane" perseguitate. Trump ha tagliato di oltre la metà il numero dei rifugiati che gli Stati Uniti prevedevano di accettare quest’anno, portandolo a 50mila.

Viaggiatori bloccati. Le misure di Trump hanno avuto conseguenze già oggi. E’ già attivo nei fatti il divieto di ingresso negli Stati Uniti per quanti provengano da 7 paesi a maggioranza islamica: Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen.  Al Cairo a una famiglia di iracheni è stato impedito di salire a bordo di un volo EgyptAir per New York. Marito, moglie e due figli, già in possesso del visto, sono stati informati che le nuove regole non potevano consentire l’imbarco. Situazione analoga ai banchi delle compagnie internazionali a Teheran, dove la carta d’imbarco non viene rilasciata ai cittadini iraniani da compagnie come Etihad Airways, Emirates e Turkish Airlines. Da parte sua la Iran Aviation Organisation ha affermato di non aver rilasciato nuove direttive in merito alle compagnie del paese, che comunque non hanno voli diretti con gli Usa. Sul decreto di Trump avvocati e gruppi per la difesa dei diritti umani stanno attivando azioni legali, le prime in conseguenza di quanto accaduto a due cittadini iracheni fermati all’aeroporto J.F. Kennedy di New York. Secondo quanto riportato dal New York Times, uno dei due iracheni fermati lavorava da dieci anni per il governo statunitense, mentre il secondo intendeva raggiungere la moglie, impiegata da un’azienda statunitense. I loro legali sostengono che entrambi erano in possesso di un visto di ingresso valido e stanno chiedendo il loro rilascio per arresto illegale. Inoltre le organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno chiesto che la loro causa venga classificata come class action, in modo da poter rappresentare tutti i rifugiati fermati dopo la firma dell’ordine esecutivo. Nella tarda serata italiana, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Reuters, a uno dei due iracheni è stato consentito di entrare negli Stati Uniti.

Stop a cittadini di 7 paesi musulmani.  Ingresso negli Stati Uniti sospeso per tre mesi per i cittadini di sette paesi musulmani: Siria, Libia, Iran, Iraq, Somalia, Sudan, Yemen. Pur se nel suo ordine Trump ricorda l’11 settembre, sostenendo che "la politica del dipartimento di Stato impedì ai funzionari consolari di esaminare adeguatamente le richieste di visto di alcuni dei 19 stranieri che finirono con l’uccidere circa 3000 americani", il presidente omette di dire che gli autori degli attentati provenivano dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti, dall’Egitto e anche dal Libano, tutti Paesi che Trump non ha inserito nel suo provvedimento. In alcuni di questi il presidente possiede asset importanti. "Omessa" anche la Turchia (dove Trump ha due grattacieli), Paese a maggioranza islamica colpita recentemente da un’ondata di attentati.

No ai profughi siriani. Nel suo ordine esecutivo sono bloccati fino a ulteriore comunicazione, quindi anche dopo i 120 giorni, gli ingressi di rifugiati siriani. Per quest’ultimi nel provvedimento non sembra esserci a safezones (zone di sicurezza).  "L’ingresso di cittadini e rifugiati siriani" è "dannoso per gli interessi del Paese", scrive il presidente degli stati Uniti, nell’ordine esecutivo in cui blocca i visti ai siriani e sospende a tempo indeterminato l’ingresso dei rifugiati provenienti dalla Siria. Trump ha chiesto al Pentagono e al Dipartimento di Stato un piano per creare ’safe zonè dentro e intorno alla Siria per offrire protezione ai siriani che scappano dalla guerra.

Stop a rinnovo automatico dei visti per lavoro. Nel suo giro di vite per difendere gli Stati Uniti dall’ingresso di terroristi islamici, il presidente Usa ha sospeso con effetto immediato il programma Visa interview waiver, che consentiva ai cittadini stranieri titolati di chiedere il rinnovo del visto per motivi di lavoro o per altro (escluso il turismo) senza affrontare il colloquio personale con le autorità diplomatiche Usa. Trump ha ordinato l’accelerazione dei programmi che permettono il tracciamento bio-metrico di tutti i viaggiatori in entrata o in uscita dagli Usa.

Proteste e caos negli aeroporti - L’effetto immediato delle disposizioni del presidente ha provocato il caos negli aeroporti di tutto il mondo dove molte persone in partenza per gli Usa e interessate dai due decreti sono state bloccate all’imbarco malgrado fossero in possesso del visto d’ingresso negli Usa. In America migliaia di persone sono scese in piazza davanti agli aeroporti per contestare le decisioni di Trump.

Priorità a profughi cristiani. Nei giorni scorsi erano trapelate sue intenzioni di sospendere il flusso di rifugiati e i visti per le persone provenienti da alcuni Paesi a maggioranza islamica flagellati dal terrorismo, come Siria, Libia, Iraq, Somalia, Sudan e Yemen. In una intervista al Christian Broadcasting Network, Trump ha detto che tra i siriani che chiedono lo status di rifugiati dovrebbe essere data priorità ai cristiani, finora "trattati in modo orribile": "se eri un musulmano potevi entrare ma se eri un cristiano no, era quasi impossibile".

Forze armate rafforzate, ma evitando sprechi. Parallelamente il presidente vuole rafforzare quello che è già il primo esercito del mondo, rischiando di rilanciare la corsa agli armamenti e di gonfiare il deficit pubblico. L’obiettivo, ha spiegato, "è iniziare una grande ricostruzione delle forze armate americane, per sviluppare un piano per nuovi aerei, nuove navi, nuove risorse e strumenti per i nostri uomini e le nostre donne in uniforme". Ma evitando sprechi. "Il nostro futuro - ha spiegato Trump - è quello di essere la guida del mondo".

Piano in 30 giorni per battere l’Isis. Il presidente Usa ha firmato un provvedimento per chiedere allo stato maggiore congiunto un piano entro 30 giorni per sconfiggere l’Isis. In questo senso ha varato anche la riorganizzazione del consiglio nazionale per la sicurezza e quello per la sicurezza interna. Trump: "Spero buoni rapporti con Putin. Io rappresenterò gli Usa" Condividi  

Revisione programmi per F-35. Mattis ha ordinato proprio oggi una revisione dei programmi per gli F-35 e l’Air Force One, già criticati da Trump come troppo costosi. Il capo del Pentagono ha chiesto al suo vice Robert Work di individuare i modi per ridurre significativamente il costo degli F-35, confrontandoli con gli F/A-18 Super Hornet e verificando se un Hornet modernizzato potrebbe rappresentare una valida alternativa. Mattis ha chiesto risparmi anche per i nuovi modelli dell’aereo presidenziale, prodotti dalla Boeing.

Torture, il presidente Usa favorevole. Il segretario alla difesa avrà infine l’ultima parola sulla tortura. "Credo che la tortura, il waterboarding funzionino", ha ribadito Trump nella conferenza stampa congiunta alla Casa Bianca gelando Theresa May. Ma poi l’ha rassicurata precisando che si atterrà alle decisioni dei capi del Pentagono e della Cia, che nelle loro audizioni sotto giuramento al Congresso si sono dichiarati contrari alla tortura, vietata peraltro anche dalle leggi Usa.Attacchi alla stampa. Il neo presidente ha continuato la sua guerra contro la stampa, sposando le controverse accuse del suo chief strategist Steve Bannon, secondo cui i media sono un partito di opposizione. "Non parlo di tutti, ma di una grande parte dei media... la loro disonestà, la loro totale truffa li rende certamente in parte un partito di opposizione", ha detto in una intervista alla Cbn.

Negoziati commerciali immediati con la Gran Bretagna del Brexit. Trump ha accettato di iniziare immediati negoziati commerciali con la Gran Bretagna allo scopo di mantenere gli accordi attualmente in vigore al momento in cui Londra uscirà dall’Unione Europea. Si trattera’, fanno sapere dall’ufficio del premier britannico Theresa May, di "colloqui ad alto livello" concordati nella recente visita di May a Washington. Al loro termine, è l’intenzione di Londra e Washington, si dovrebbe arrivare ad una nuova struttura di rapporti commerciali pronta per entrare in funzione immediatamente dopo la Brexit. Il primo passo sara’, fanno sapere dal Numero 10 di Downing Street, "un nuovo accordo di negoziazione commerciale".