Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  febbraio 04 Sabato calendario

Il Camaleonte e Wall Street

Prove tecniche di camaleonte, con il solo obiettivo di massimizzare il consenso personale. La notizia che Donald Trump riveda radicalmente le regole finanziarie definite da Barack Obama è la scelta di un politico che si basa su una strategia in due mosse: ogni decisione deve massimizzare il consenso dei propri elettori, piuttosto che dei cittadini americani; se una certa scelta – come quelle sulle regole finanziarie – interessa elettori eterogenei, Trump diventa un camaleonte, a seconda dell’ambiente e del momento: ai populisti dice che la finanza va controllata in modo punitivo, ai repubblicani che i mercati vanno radicalmente deregolamentati. Due messaggi opposti, per cui la direzione politica è oggi ancora incerta, ma il risultato finale sarà senz’altro pessimo, visto che i due slogan di partenza sono entrambi sbagliati.
Ieri il presidente Trump ha iniziato a rivedere profondamente la regolamentazione finanziaria, definita nel 2010 dall’allora presidente Obama come risposta alla Grande Crisi iniziata con il fallimento di Lehman Brothers e conosciuta come Legge Dodd Frank.
La Dodd Frank è il classico esempio di una normativa severa nei principi, ma sostanzialmente annacquata dal fatto che due debolezze strutturali sono rimaste inalterate: regolamentazione prudenziale e vigilanza frammentata.
Da una lato la Dodd Frank ha definito una regolamentazione che ha continuato ad essere incentrata sui coefficienti patrimoniali. È l’impatto che si basa sull’assunto dell’efficienza dei mercati: la distribuzione dei rischi bancari e finanziari è sempre calcolabile, per cui è possibile controllare il rischio calibrando il capitale degli intermediari, ed evitando così ogni forma di divieto sulle attività. La deregolamentazione è stata la conseguenza della regolamentazione prudenziale. L’amministrazione Obama ha solo debolmente intaccato tale approccio, introducendo un principio di separatezza – la regola di Volcker – la cui efficacia è stata finora soffocata dal fatto che la declinazione concreta di tale principio è stata delegata alle autorità di supervisione.
Ma è proprio l’architettura complessiva della vigilanza l’altro pilastro debole. La supervisione americana è storicamente caratterizzata dalla presenza di una pletora di autorità, frutto di un livello statale dei controlli che si intreccia con quello federale, e in più della obsoleta classificazione delle competenze rispetto ai tradizionali segmenti della banca, dei mercati mobiliari e delle assicurazioni. La frammentazione della supervisione ha mostrato la sua completa incapacità di monitorare il rischio su mercati che la deregolamentazione rendeva sempre più integrati, globali e opachi. Anche su questo aspetto, l’amministrazione Obama non ha fatto alcuno sforzo nella direzione del consolidamento, anzi. Un disegno fallimentare della supervisione è stato confermato: i piromani sono stati promossi pompieri.
La riforma finanziaria di Obama non è stata nulla di epocale; è stata più un vorrei ma non posso, un fermarsi in mezzo al guado. Per cui nessuna meraviglia che, da un lato, non sia piaciuta ai populisti. I populisti non amano le banche. Se un tratto comune dei populisti è rappresentato dalla ostilità verso le élites, l’industria finanziaria viene considerata per antonomasia parte integrante e rilevante dei cosiddetti “poteri forti”. Il populismo è stato un fattore potente nell’ascesa del candidato Trump, quindi l’ostilità verbale verso il mondo finanziario ha rappresentato un suo naturale corollario.
Dalla parte opposta, e nello stesso tempo, la Dodd Frank non è mai piaciuta ai rappresentanti più radicali del partito repubblicano, sulla base del dogma che la regolamentazione deve essere leggera, altrimenti non è né efficace in termini di tutela dei beni pubblici, né efficiente in termini di allocazione delle risorse. La regolamentazione finanziaria concepita dai democratici non è sfuggita agli strali repubblicani, anche perché era come fare goal a un passo da una porta vuota: la Dodd Frank è una fucina che nei fatti vomita a getto continuo applicazioni ed eccezioni, a vantaggio di chi di lacci e lacciuoli si avvantaggia, elusione dei banchieri inclusa. Ma al perimetro repubblicano – almeno formalmente – appartiene anche il presidente Trump, che non ha mancato, soprattutto negli ultimi tempi, di esternare la sua allergia verso la riforma voluta da Obama. Un colpo al cerchio e uno alla botte: si fanno felici i propri sostenitori, effettivi o potenziali, anche se populisti e conservatori hanno ideologie opposte su come si regola la finanza. Posizioni estreme, quindi sbagliate, in termini di tutela della stabilità finanziaria, degli Stati Uniti e del mondo. E se alla fine sarà un cane che abbia e non morde, gli unici certi di festeggiare sono i circoli di Wall Street. Altro che America First.