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 2017  febbraio 02 Giovedì calendario


Ho la cassaforte di Andreotti ma non la aprirò mai. Intervista a Giulia Bongiorno

«Molti pensano che io sia “solo” quella che appare in tv, l’avvocata dei grandi delitti».
E non è così.
«A dire il vero da avvocato mi occupo soprattutto di diritto penale dell’economia, dei reati di bancarotta. Però ogni tanto continuo a seguire cause sportive, o di omicidi, perché sono la mia passione».
Cosa ti chiedono più di frequente, Giulia?
«Dei miei clienti illustri. “Avvocato, lei che lo sa, mi dica: È stato lui?”».
E tu soddisfi questa curiosità?
(Ride) «No! Nemmeno io lo so!».
Non ci credo...
«Prima regola: nessuno, né un colpevole né un innocente, dice tutto al suo avvocato».
Possibile?
«Il cliente accusato di reati finanziari si considera sempre un perseguitato. E l’omicida nega, anche se ha accoltellato: è stata la vittima – ti spiega – a sbattere contro la lama».
Preparare un programma di cronaca e parlare con Giulia Bongiorno – come capita a me in questi giorni – è come poter parlare di calcio con Maradona. Raccontare la sua carriera (poliedrica), la sua idea di Giustizia. I nostri dialoghi sono un modo per restituire lo spirito, i temi e i dilemmi che animeranno Bianco e nero (dal 6 febbraio, ogni lunedì su La7). Ma la cosa più bella di Giulia è questa: è una numero uno che non si atteggia mai a secchiona. È una prima della classe che dice: vedi? Potresti essere al mio posto. Ovviamente non è vero: ma invece di passarti il compito riesce a fartelo capire. È un dono.
A sentire te non esistono rei confessi.
«È un paradosso, ovvio. Ma ho imparato che non sempre i clienti mentono: è un meccanismo di tutela».
Autopersuasione?
«Spesso. Altri credono che sia necessario mentirti pur di non demotivarti. Ecco perché contano di più i dettagli minori da cui posso capire».
Fammi un esempio.
«Sollecito. Lui si dichiarava innocente, ovvio. E con grande veemenza».
Tu non gli credevi?
«Gli stavo prendendo le misure. Poi, nell’udienza preliminare...».
Che succede?
«Entra Guede, Raffaele, al mio fianco, esclama: “Lo pensavo più alto!”».
E quindi?
«Era sincero, quindi non lo aveva mai visto prima. Mi ha fatto riflettere. Istinto. E poi nei primissimi colloqui Raffaele esprimeva la granitica certezza di essere assolto».
È accaduto, aveva ragione.
(Sospiro) «Se tutti quelli che si credono innocenti fossero assolti gli avvocati non esisterebbero».
Sei una figlia d’arte, ma non hai voluto lo studio di famiglia, perché?
«Mio nonno e mio padre erano avvocati ma civilisti. Non ho ereditato per scelta: da un lato per trovare la mia specializzazione. Dall’altra per costruire il mio percorso senza rendite di posizione. Ho preferito calpestare la polvere dei tribunali come un praticante qualsiasi. Poter fare le cose che piacciono di più nella vita senza vincoli».
Quando uno studente ti chiede: “‘Cosa serve per fare l’avvocato ?”, tu che gli dici?
«Ci vuole un fisico bestiale».
Perché ami Luca Carboni?
«No, servono proprio forza fisica e intellettuale. Il resto viene dopo».
Altre due doti indispensabili?
«Fare fotocopie e saper leggere e scannerizzare cento pagine in dieci minuti».
Dà un’idea tutta fisica della professione.
«Lo è! È un lavoro da fondisti: io le arringhe le scrivo mentalmente, la mattina, correndo nelle ville di Roma».
Al cliente che dici?
«Sempre la verità senza fronzoli, anche quando non è spettacolare».
Ad esempio?
«Farò un’arringa di 38 minuti esatti».
E come lo sai?
«Scrivo, taglio, cucio, sintetizzo. E alla fine mi misuro col cronometro».
Poi entrano in campo i foglietti colorati.
«Scrivo tutto ma poi non leggo nulla. Quindi trasferisco le argomentazioni su fogliettini colorati corrispondenti all’intensità e all’importanza».
Tipo?
«Giallo pallido: argomentazione soft. Parti descrittive in bianco, rosa, verde, azzurro, arancione, in crescendo fino al giallo sole».
Giallo sole?
«Sì, ma deve essere una bomba atomica».
A scuola eri una secchiona?
«Per nulla. Voti stentati fino alla maturità. Giocavo a pallacanestro e calcetto, all’epoca le cose più importanti della mia vita».
Scherzi?
«Per nulla: sono arrivata alla A2 con le Freccine azzurre di Palermo».
Eri più alta di oggi?
«Non fare lo spiritoso: giocavo da playmaker, ero anche brava».
Il basket è utile per la giurisprudenza?
«L’organizzazione del gioco è tutto in entrambi i casi. Dettavo schemi alla squadra: in uno studio legale è più o meno lo stesso».
Che altre doti avevi?
«Ero bravissima in difesa: rubavo palla, ero molto veloce. Anche questo mi è servito».
Poi, all’università?
(Risata) «Non so come sia accaduto, ho iniziato a prendere 30 e lode».
Ti laurei a pieni voti e incontri il tuo primo maestro, Girolamo Sbacchi, con cui fai la pratica.
«Ho vinto la “toga d’oro”, da lui, il premio per il miglior giovane avvocato della Regione».
Ti sei trovata a seguire processi come Di Pisa, il presunto “Corvo” della procura di Palermo. Cosa hai imparato?
«Una lezione amara: Di Pisa fu assolto, ma mediaticamente, per tutti, rimase colpevole».
Era 25 anni fa.
«Il processo mediatico è diventato sempre più importante. E spesso, purtroppo, sovrasta quello penale. Prendi uno qualunque dei casi di cui oggi si parla in tv».
Altra lezione?
«Che bisogna arrivare fino all’ultimo minuto. Sbacchi diceva: “Non esiste un solo processo in cui non ci sia una pagina che fa vincere l’assistito. Bisogna solo trovarla”».
Fammi un altro esempio.
«Il gancetto del reggiseno nel processo di Perugia. Era una cosiddetta “prova regina”, con il Dna dei presunti colpevoli».
E invece?
«Abbiamo visionato il filmato integrale dell’acquisizione prove».
Un’impresa. Quanto durava?
«Quindici giorni. Vedi il fisico bestiale che serve?».
E cosa avete scoperto?
«Che il gancetto era stato toccato ben 14 volte, e addirittura spostato».
Funzionò?
(Risata) «La prova regina scomparve dal processo».
A Perugia la televisione ti ha influenzato?
«Uhhh... Avevo preparato un’arringa fondata sull’impossibilità che tre persone potessero avere una collutazione in quella stanza angusta».
Ti eri preparata un colpo di teatro.
«Sì. Un enorme plastico, realizzato con straordinaria maestria dal padre di Raffaele, lavorando giorno e notte».
Arringa razionale, immagine folgorante per colpire la giuria.
«Ma mancava.... il foglietto giallo sole. Non ero convinta. Guidavo, sola, verso Perugia, con il plastico imballato sul sedile posteriore, ma... Mi fermo in un autogrill. Ripenso ai giornali: decido di abbandonare il plastico. Fra l’altro avrebbe ricordato Vespa. Riscrivo l’arringa, scelgo di difendere Amanda per difendere Raffaele».
“La Venere in pelliccia” nasce al tavolino dell’Autogrill?
«Sì, l’intuizione giusta. Il giorno dopo era il titolo di tutti, avevo bucato. Come nel basket si gioca fino all’ultimo secondo».
Eri con Andreotti in aula quando lui fu condannato, sempre a Perugia, il 17 novembre 2002.
«Come potrei scordare quel giorno? Una grande lezione».
In che senso?
«Condanna per l’omicidio Pecorelli in secondo grado. Avrei voluto vergare un comunicato di fuoco. Ma lui non volle: “Giulia ricordati che sono stato un uomo delle istituzioni”».
Il comunicato lo diffondesti tu, che diceva?
«“Credo ancora nella giustizia”. Colpì tutti. E in terzo grado Andreotti fu assolto».
La sua ironia era un’arma o un gioco?
«Una filosofia di vita, direi. Un giorno ero con lui. entrò una segretaria dicendo: “Telefonata urgente!”. E lui: “Urgente per chi?”. Ridemmo come matti. Ma io ancora oggi ci penso, ogni volta che qualcuno ha troppa fretta, e senza motivo. Molto spesso, dunque».
Un’altra perla andreottiana?
«Istruzioni su come trattare i suoi segreti».
Ci sono dei segreti di Andreotti che tu conosci?
«Tantissimi. E non li dico».
Ma il consiglio qual era?
«“Ai segreti quando parli non devi nemmeno pensarci. Ricordati: se lo pensi mentre parli già si sa”».
Perché?
«Perché te lo leggono negli occhi. Ed è vero».
Non riveli i suoi segreti nemmeno dopo la sua morte?
«Te l’ho detto, non devo pensarci».
Ti stai facendo beffe di me!
«Affatto. Questo in cui siamo era lo studio di Andreotti. Lo sai che qui c’è una sua cassaforte a combinazione?».
Hai ristrutturato tutto e non l’hai aperta?
«Esatto. Credo sia meglio così».
Una cosa che vieteresti all’Accusa?
«La conferenza stampa dopo due giorni di indagini: l’investigatore non può legarsi a un titolo di giornale».
Spesso sbagliato.
«Già. Ma per sostenere quella tesi devono andare avanti fino alla morte. Ancora Perugia: la notizia non era più “È stata uccisa una ragazza“, ma “Quei due hanno ucciso quella ragazza”».
Chi ha deciso quel processo? L’Accusa o la Difesa?
«L’opinione pubblica».
Lo pensi davvero?
«So di che parlo: un giorno all’uscita dal tribunale di Perugia ci volevano linciare. Monetine, sputi, oggetti contundenti. Non lo scorderò finché campo. La favola mediatica diceva che avevamo fatto assolvere gli assassini».
Poi però sei diventata anche una citazione pop nella hit dei desideri di J-Ax: «Voglio l’avvocato / di Andreotti e Amanda Knox».
«L’ho scoperto per caso. In una festa per mio figlio Ian gli animatori hanno messo Maria Salvador. Lui, a sei anni, ha capito che si parlava di me».
È vero che solo sei volte in sei anni non hai dormito con lui?
«Solo perché alcuni presidenti non mi hanno rinviato le arringhe e non sarei arrivata in tempo».
Oltre ad aver svaligiato una cartoleria, cosa serve in aula?
«Aver sempre gli occhi del giudice addosso. Usare la mimica per far capire. Sapere che dopo venti minuti chi ascolta perde capacità di concentrazione. E poi uso gli oggetti: le lavagne per le società, plastici sul riciclaggio per i flussi di denaro, reggiseni con manichino. A Velletri per un omicidio ho portato dei coltelli».
Come hai fatto, se sono prove?
«Li faccio riprodurre identici».
Arringa record?
«Nove ore. Tranquillamente. Mai a braccio. Mai inventare qualcosa».
Il cliente da abbandonare?
«Quello che ti dice: “Può parlare di più”? Come se una difesa si pesasse con la quantità di parole».
L’avvocatone con la parlantina e il latinorum vince?
«Se non studi ne puoi vincere uno, di processi. Non due».
Si può perdere?
«Sì. Ma a patto di conoscere il processo un po’ più del Pm, del l’assistito e del giudice».
Per salvare Bettarini da un’accusa di combine hai fatto uno studio sulla frequenza dei suoi sms.
«Era molto veloce nello scrivere sms e dimostrammo che non faceva nulla di illecito. Infatti ha ottenuto di passare a omessa denuncia».
Per difendere Totti dal famoso sputo in Nazionale gli hai fatto da trainer.
«Mi caricarono su un aereo e mi portarono a Lisbona, guardavo i video durante il viaggio. La mia tesi era che lo sputo era una reazione a un calcio. Trovammo questa provocazione, e lui si spiegò straordinariamente bene davanti al giudice. Ottenne una giornata in meno, quello che serviva alla Nazionale».
Ma si può dire quanto guadagni?
«800 euro l’ora, direi».
Trainer, oratore, culo di pietra. Chi sei?
«Un camaleonte».
Cosa hai capito sul Dna?
«Ho una regola: non bisogna fidarsi mai del Dna».
Lo hai studiato molto.
«Prima pensavo che fosse una fotografia e invece non è. Non è nemmeno una caricatura».
Dna è stato il grimaldello per riaprire il caso Garlasco.
«Hanno fatto bene. Ma la revisione non è un quarto grado. È un caso straordinario, eccezionale, va sorretto da nuove prove. A Garlasco, obiettivamente, vizi strutturali ce n’erano».
Com’è fare la mamma single?
«Sono stata avvantaggiata dall’avere uno studio di 20 avvocati. Quando lavoravo con Sbacchi per quattro anni dormivo due ore a notte».
Come si fa?
«Ti abitui».
Cosa hai imparato lavorando con Franco Coppi?
«Tanto. Lui, per dire, ha rifiutato clienti a cui nessuno avrebbe detto no, ha un rigore estremo. Se un suo assistito dice in aula qualcosa che ha nascosto a lui, lo lascia. E ha ragione».
Come scegli gli avvocati del tuo studio?
«Non me ne parlare. Sono venuti in 60 a colloquio, non ne ho preso nemmeno uno. Avevo scelto uno bravo e gli faccio: “Può iniziare domani”».
Ha stappato lo champagne?
«Macché. Mi ha detto: “Così presto non posso, sto finendo un master”».
Ma se aveva già trovato lavoro!
«Esatto. Glielo chiedo e lui mi dice: “Ma ormai l’ho pagato”. Meno male, si è eliminato da solo. Non sono cattiva. Risposte così mi fanno impazzire».
Cosa non vuoi essere?
«L’Avvocato acquasantiera, che si tocca per avere la benedizione».