Panorama, 2 febbraio 2017
Il banchiere che vuole rivoluzionare il potere finanziario in Italia
«Se sono diventato amministratore delegato di questo gruppo, lo devo a voi che mi avete appoggiato e al professor Bazoli che ha sostenuto la mia nomina, anche contro alcuni poteri cosiddetti forti»: Carlo Messina il 26 gennaio è davanti a tremila persone nell’auditorium del grattacielo di corso Inghilterra a Torino – design di Renzo Piano – dove ha sede la «metà» torinese di Intesa Sanpaolo. Sullo schermo alle sue spalle una slide, fondo bluette e penisola italiana in prospettiva da satellite, celebra il decennale del gruppo con un chiarissimo slogan: «Dieci anni di storia italiana, dieci anni di una grande banca».
Ma chi sono questi poteri forti che non avrebbero voluto Messina su quel palco? Forse gli stessi che oggi lui minaccia col progetto di take-over sulle Assicurazioni Generali? Forse Mediobanca e il suo burattinaio-corsaro francese, Vincent Bollorè? Carlo Messina, romano di 54 anni, da quasi quattro al vertice del colosso, non lo dice: «Questi poteri erano contrari al fatto» precisa però «che una persona normale, senza disegni o logiche di potere da seguire, se non quella di servire l’organizzazione per cui lavora, potesse diventare il capo di un’azienda come questa».
Effettivamente la sua nomina a qualcuno parve un ripiego. Troppo normale. All’interno superò un paio di autocandidature come quelle di Marco Morelli, renzianamente insediato oggi al vertice di Montepaschi, e Giuseppe Castagna, già capo del Banco di Napoli (gruppo Intesa) e ora amministratore delegato di Banco Bpm. Il primo amato dai Draghi Boys, il secondo a sua volta uomo-macchina d’Intesa.
Ma Giovanni Bazoli, il padre fondatore di Intesa, con Enrico Salza, il padre putativo, furono determinatissimi nel volerlo lì. Dopo il fiasco della gestione di Enrico Cucchiani, voluta da Bazoli nell’immediato dopo-Passera, serviva una scelta interna che rianimasse la truppa. Che le restituisse centralità, arginando lo strapotere dei consulenti esterni, primi fra tutti quelli targati McKinsey, come era del resto l’ad defenestrato. E Messina questo ha fatto: ha ridato potere ai soviet interni, però ridisegnandoli a sua immagine e morbidamente attuando una radicale «de-passerizzazione», disarticolando cioè quasi tutte le strutture costruite in 11 anni di governo dal suo stesso mentore Corrado Passera. Niente di strano che in quel grattacielo torinese siano risuonati per lui applausi da prima della Scala.
Sposato con l’amatissima Francesca, senza figli, laureato alla Luiss dove ha anche insegnato finanza al Master, dopo un breve esordio in Bnl, Messina era entrato nel ’95 al Banco Ambrosiano Veneto come responsabile della pianificazione, incrociandovi l’allora ad Carlo Salvatori e poi lavorando fianco a fianco con gente come Victor Massiah, oggi capo di Ubi, e Giampiero Auletta, un altro bazoliano transitato per la banca bresciana, e infine con Passera, di cui divenne fedelissimo («Senza Corrado oggi non avremmo una banca così», ha ripetuto a Torino) insieme col dream team composto da Gaetano Miccichè e Francesco Micheli. Fu poi proprio Cucchiani a promuoverlo direttore generale poco prima di essere giubilato. A quel punto, Messina rappresentava la scelta interna per antonomasia. L’alternativa interna vera sarebbe stato Gaetano Miccichè, che però Bazoli, pur stimandolo, non volle.
Assurto al vertice, l’uomo-macchina Messina come potere forte ha dimostrato di non scherzare affatto. Con un accordo firmato nel 2014 ha promosso un esodo massiccio di dirigenti, anche quelli distanti ancora 4-5 anni dalla pensione: 160 esodati, che si sono portati via l’era-Passera. E lui, sempre contando sull’appoggio di Bazoli e dei due soci di riferimento di Intesa, la Compagnia di San Paolo (guidata da Francesco Profumo) e la Fondazione Cariplo, retta ancora dal roccioso ottantaduenne Giuseppe Guzzetti, ha anche giocato a fare il Marchionne bancario, strigliando i mercati quando non lo esaltavano: come alla presentazione dei conti 2015, che nonostante 2,7 miliardi di utile netto e il 13,4 per cento di coefficiente patrimoniale, furono accolti freddamente in Borsa.
«Noi di Intesa Sanpaolo non cerchiamo mai di fregare il prossimo», dice oggi Messina ai suoi. «Se siamo forti non è solo perché generiamo utili, ma perché abbiamo reputazione e fiducia». Il ruolo fa l’uomo, insomma, e il banchiere di linea che progetta la scalata triestina è diventato in tre anni anche un anchorman, fa le pause giuste, riscalda la platea, strappa applausi, fa battute sul proprio look «che non mi pare cambiato molto, nonostante la crisi Lehman» e... osa insidiare le Generali.
Ma che cos’ha in mente, e dove vuole arrivare? Per capirlo bisogna ricostruirne il ragionamento strategico. «Che è di assoluta lucidità», dice chi lo apprezza. «Messina sa che i servizi bancari classici sono irrimediabilmente in declino, non rendono più. E che i soldi si fanno nel wealth management, nell’asset management e nell’assicurativo: tre aree che forniscono il 50 per cento degli utili». Il resto arriva quasi tutto dall’area corporate, cioè dall’attività di Banca Imi, resa grande da Miccichè («un lavoro eccezionale», ha detto Messina di lui, che con l’ad Mauro Micillo costituisce una coppia d’assi). E dalla Banca dei Territori, affidata al vero delfino, Stefano Barrese.
Il grande poker sulle Generali, però, Messina deve giocarselo tutto con le sue carte interne. Ha indicato tre condizioni: nessun aggravio ai ratio patrimoniali; nessuna rinuncia sulla redditività e sui rendimenti; nessuna concessione sui prezzi di qualsiasi acquisizione. Perciò è vero – come ha ammesso alla Consob – che Intesa sta valutando se scalare le Generali; ma è anche vero che non mancherebbero alternative. Unire le forze della banca e del Leone nei tre settori chiave – grandi patrimoni, risparmio gestito, previdenza integrativa – moltiplicherebbe i risultati dell’accrocchio; ma dei rami danni, Intesa non saprebbe che farne. Venderli? E magari doversi ridimensionare anche nel ramo vita, almeno in Italia, per ragioni antitrust? Perché no: ma è un rischio gestionale non da poco.
E che cosa sarebbe di Unicredit, se Intesa sfilasse dalla sua orbita l’unico gioiello rimasto alla corona di Mediobanca di cui l’altro colosso milanese è pur sempre il primo azionista? I mercati darebbero ugualmente all’amministratore delegato di Unicredit, Jean-Pierre Mustier, i 13 miliardi di euro di ricapitalizzazione che chiede, senza peraltro avere un dichiarato «anchor investor» a muovere le fila? Société Générale, in particolare, guarderebbe con lo stesso interesse che nutre oggi a un Unicredit amputato del trenino con Mediobanca e Generali? Domandona, di quelle che perfino i grandi vecchi Bazoli e Guzzetti non saprebbero liquidare in due battute.
Dunque la disfida di Trieste resta un libro tutto da scrivere, e senza contare su chissà quale appoggio nazionalista da parte della politica. Già, perché l’unica incrinatura in questo profilo tutto banca e casa, Carlo Messina l’ha rivelata negli ultimi due anni proprio per la politica, concedendo qualche distrazione alle lusinghe di Matteo Renzi, che l’ha intellettualmente sedotto. Palazzo Chigi il suo bell’effetto lo fa anche sui più politicamente vaccinati, e Messina non è che lo fosse poi così tanto, prima di assumere il suo attuale ruolo.
Lui, come il fiorentino «maleducato di successo», imputa la crisi dell’Italia anche ai poteri forti stranieri. «Eppure l’Italia» diceva Messina un anno e mezzo fa «potrebbe essere la grande sorpresa del 2016». Non lo è stata. E adesso che Renzi non è più a cassetta, tocca fare tutto a Intesa.